La fibromialgia è una condizione complessa caratterizzata da dolore diffuso e persistente, stanchezza, sonno non ristoratore e difficoltà di concentrazione. I sintomi possono essere molto invalidanti, eppure non sono accompagnati dalle lesioni o dai marcatori infiammatori tipici di altre malattie reumatiche. Questa apparente contraddizione ha contribuito per anni ad alimentare incomprensioni e stigma, facendo talvolta percepire la sofferenza dei pazienti come poco concreta o difficile da dimostrare. Il più grande studio genetico mai condotto sulla fibromialgia rafforza ora l’ipotesi che una parte importante della malattia riguardi il modo in cui il sistema nervoso elabora, modula e amplifica i segnali dolorosi. Non significa che il dolore sia immaginario o “soltanto psicologico”, ma che può dipendere anche da alterazioni biologiche dei circuiti che regolano la percezione del dolore.
La ricerca, pubblicata su Nature Medicine, ha riunito i dati genetici di 2.563.755 persone appartenenti a 11 diverse coorti. Tra queste, 54.629 avevano ricevuto una diagnosi di fibromialgia. Attraverso una meta-analisi genome-wide, una tecnica che confronta milioni di varianti genetiche per individuare quelle più frequenti nelle persone con una determinata condizione, gli studiosi hanno identificato 26 regioni del genoma associate a una maggiore probabilità di sviluppare la malattia. Non esiste quindi un singolo “gene della fibromialgia”: il rischio sembra derivare dall’effetto combinato di numerose varianti, ciascuna con un’influenza limitata. L’elemento più significativo è che l’ereditabilità legata a queste varianti risultava concentrata soprattutto nei tessuti cerebrali e in differenti popolazioni di cellule nervose, comprese quelle presenti nella corteccia, nello striato e nell’ippocampo.
Tra le associazioni individuate, la più forte riguardava una variante situata nel gene HTT, collegata a un aumento relativamente contenuto della probabilità di fibromialgia. Il nome potrebbe suscitare preoccupazione perché lo stesso gene è coinvolto nella malattia di Huntington, ma si tratta di meccanismi genetici differenti: la variante emersa nello studio non è l’espansione responsabile della malattia di Huntington e non indica che i pazienti con fibromialgia siano destinati a svilupparla. Altri segnali interessavano geni coinvolti nella comunicazione tra neuroni, nella regolazione della dopamina e nello sviluppo delle connessioni nervose. È emersa anche una sovrapposizione genetica con condizioni frequentemente associate alla fibromialgia, come emicrania, lombalgia, sindrome dell’intestino irritabile, depressione e disturbo post-traumatico da stress. Questa condivisione, tuttavia, non dimostra che una patologia causi direttamente l’altra: suggerisce piuttosto l’esistenza di alcune vulnerabilità biologiche comuni.

Un altro risultato rilevante riguarda le differenze tra uomini e donne. Sebbene la fibromialgia venga diagnosticata molto più spesso nel sesso femminile, la struttura genetica della malattia è apparsa sostanzialmente simile nei due sessi. La maggiore frequenza delle diagnosi nelle donne potrebbe quindi dipendere anche da fattori ormonali, ambientali, clinici o sociali che la genetica, da sola, non è in grado di spiegare. Restano inoltre importanti limiti: circa il 90% dei partecipanti era di origine europea e le informazioni diagnostiche provenivano in gran parte da registri sanitari. Il punteggio di rischio genetico elaborato dai ricercatori aveva inoltre una capacità predittiva troppo bassa per essere utilizzato nella pratica clinica. Lo studio non introduce dunque un test genetico, non consente di prevedere chi svilupperà la fibromialgia e non identifica una nuova cura immediata. Offre però una mappa biologica più precisa, utile per cercare futuri biomarcatori, comprendere perché i sintomi variano tanto da una persona all’altra e sviluppare trattamenti capaci di intervenire in modo più mirato sui circuiti del dolore.
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Kerrebijn I, Bjornsdottir G, Arbabi K, et al. The genetic architecture of fibromyalgia across 2.5 million individuals. Nature Medicine. Pubblicato online il 28 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41591-026-04492-6.

