di
Enea Conti
La Guardia di finanza esegue un sequestro preventivo su immobili, conti e quote societarie nell’ambito di un’indagine per bancarotta fraudolenta. Al centro delle indagini anche i locali Deja vu, Paco Beach e la piadineria Oasi
Un blitz della Guardia di Finanza di Rimini ha scritto nella mattinata di martedì 28 luglio un nuovo controverso capitolo della storia del Grand Hotel di Riccione.
Trenta agenti delle Fiamme Gialle hanno circondato l’edificio alle prime ore del mattino per eseguire un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Procura di Rimini: sono quindi scattati i sigilli nello storico immobile edificato alla fine degli anni Venti e che oggi vanta un valore complessivo di 29 milioni di Euro. Nel mirino la società Marebello Spa con sei indagati per svariati reati di bancarotta fraudolenta. Il dominus, Gianni Andreatta, ai vertici della società, è domiciliato a Riccione, la città di cui è originario, ma residente a Cuba.
Per comprendere la genesi dei fatti, però, bisogna ricapitolare la storia recente della struttura e della società che la gestiva. In buona parte il Grand Hotel è un imponente albergo abbandonato da tempo. Questo perché il 13 settembre del 2023 dal Tribunale ordinario di Rimini dichiarò il fallimento della società Marebello Spa, che da anni era proprietaria dell’edificio.
L’operazione della Guardia di Finanza
Era schiacciata dai debiti: i vertici puntavano ad un concordato ma gli ammanchi erano lievitati a 20 milioni di euro, circostanza che ha spinto i creditori a votarvi contro. E infatti il Tribunale di Rimini ha ufficializzato l’avviso di vendita per l’intero complesso immobiliare in stile Liberty. Malgrado il sequestro l’asta è ancora fissata il 23 settembre: da 24,8 milioni di euro (con rilanci minimi da 250mila euro) per aggiudicarsi l’intero quadrante del lungomare in un «Lotto Unico» che comprende il corpo centrale dell’hotel, Villa Bianca, Villa Bruna (con discoteca), la Torre ’900, l’area magazzini-ristoranti e la piscina.
Ecco perché Procura e Finanza hanno indagato sulla società: l’inchiesta «Infinity Rent» è scattata a seguito del fallimento dichiarato dopo il rigetto di un Concordato Preventivo – proprietaria del grand hotel- e ha di fatto smascherato un complesso sistema fraudolento finalizzato alla sottrazione degli immobili alla procedura, mediante il ricorso strumentale a contratti di affitto d’azienda stipulati con società amministrate da soggetti prestanome, le cosiddette «teste di legno», riconducibili al reale «dominus» dell’intero intreccio societario.
I sequestri in diverse città italiane
Perquisizioni sono state eseguite anche nelle province di Milano, Monza Brianza, Bari, oltre che Rimini. Mentre gran parte della struttura era già in stato di abbandono l’altra era ancora occupata da attività.
C’era fino ad oggi un parcheggio attivo nelle pertinenze esterne e un ristorante in quelle interne, gestito da una società estranea alle indagini che però pagava una quota di affitto a Marebello Spa, malgrado quest’ultima fosse fallita da tempo. In sintesi il curatore fallimentare che stava traghettando il Grand Hotel verso l’asta non era rientrato in pieno possesso della struttura.
Deja vu, Paco Beach e Oasi vengono sequestrati: turisti ignari
La notizia ha fatto scalpore anche per i risvolti già tangibili nelle prossime ore: nelle pertinenze dell’albergo e di fatto coinvolti nell’inchiesta ci sono tre locali molto noti della movida riccionese: da una parte il «Deja vù», dall’altra il «Paco Beach» e ancora la piadineria «Oasi», che ogni giorno facevano il pieno di clienti. Da oggi resteranno chiusi.
Spicca anche un dettaglio che i finanzieri hanno scoperto durante il blitz: il Grand Hotel era di fatto abbanondato ma nella torretta, che risale agli anni Venti del Novecento e oggi è l’area meno malmessa della struttura, erano alloggiati alcuni ignari turisti: tutti sapevano che l’albergo lussuoso era abbandonato, ma non loro. Nelle prossime ore saranno risistemati in altri alberghi.
Il meccanismo delle società prestanome
Più in generale secondo la Procura le società «prestanome» per anni avrebbero omesso il pagamento dei canoni di locazione dovuti alla società proprietaria, determinandone l’insolvenza ed il successivo fallimento. Inoltre, nonostante l’assenza di qualsiasi titolo legittimante, il compendio non è stato mai riconsegnato alla società proprietaria né, successivamente alla dichiarazione di fallimento, alla Curatela Fallimentare, continuando ad essere detenuto e gestito abusivamente, tramite la stipula di ulteriori contratti di subaffitto d’azienda fittizi.
L’operazione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza di Rimini svolta anche con il supporto dei Reparti delle Fiamme Gialle competenti territorialmente e delle unità cinofile cash dog impiegate per agevolare la ricerca di denaro contante occultato dagli indagati, si inserisce nel quadro delle linee strategiche dell’azione del Corpo volte alla tutela dei mercati, per la tutela dell’economia legale, a salvaguardia degli imprenditori rispettosi delle regole e per la repressione di fenomeni di inquinamento del tessuto economico sano.
La storia del Grand Hotel di Riccione
La storia del Grand Hotel iniziò nel 1929. E la partenza fu da record: il cantiere fu operativo appena 100 giorni e i lavori furono conclusi con una velocità che anche oggi sarebbe considerata un record: anche perché con 155 camere e più piano, uno stile architettonico ispirato ad una rielaborazione del «Liberty», il Coppedè, l’opera non era stata di certo di facile progettazione.
A commissionarlo, cinque anni dopo la costituzione del comune, fino al 1922 frazione di Rimini, fu il Commendatore Luigi Gaetano Ceschina, uno dei «benefattori» di Riccione. Come la statunitense Maria Boorman Ceccarini, anche lui, milanese, contribuì allo sviluppo cittadino.
La progettazione fu affidata all’architetto Rutilio Ceccolini di Pesaro. Sfere, cornicioni, piramidi tronche e decorazioni ispirate all’epoca classica romana, sono ancora oggi il leit motiv architettonico dell’edificio.
Il Grand Hotel di Riccione, come quello di Rimini (che al contrario negli ultimi anni ha beneficiato di un’operazione di rilancio) è uno dei simboli di quella Riviera romagnola che a inizio Novecento e a cavallo tra le due guerre attirava benestanti, nobili e potenti.
Una Riviera ben lontana dalla vocazione nazionalpopolare che la consacrò negli anni del boom economico, nella seconda metà del secolo.
Una Riviera capitale del mare «idroterapico» in chiave aristocratica, come testimoniavano i Grand Hotel o ad esempio il palazzo del Kursaal di Rimini, poi demolito – grave errore come oggi in tanti sostengono – nel dopoguerra malgrado fosse uno dei pochi edifici storici usciti indenni dai bombardamenti per imporre una rottura con il passato e aprire le porte di un futuro nazional popolare.
Tornando al Grand Hotel di Riccione, negli anni Venti e Trenta fu meta dell’èlite fascista – Benito Mussolini in primis che aveva una villa poco lontana ancora intitolata al suo nome. Non solo vi trascorreva parecchio tempo in estate, ma vi ospitava come fosse una sorta di residenza estiva anche i capi di Stato esteri in visita in Italia. Durante la guerra il Grand Hotel divenne un comando degli alleati.
I grandi personaggi ospiti nella struttura
Nel dopoguerra fu costruita una piscina olimpionica e le sue sale divennero la scenografia aristocratica di feste e party: nel 1965 a Capodanno le sale furono attraversate da Mina, pochi anni dopo durante una storica Notte di San Silvestro Giorgio Strehler regalò ai presenti una famosa interpretazione de «L’uomo dal fiore in bocca» di Luigi Pirandello.
E ancora nel corso degli anni, dal Grand Hotel passarono Francesco Cossiga ai tempi della presidenza della Repubblica, la principessa di Giordania e i reali dell’Arabia Saudita.
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28 luglio 2026 ( modifica il 28 luglio 2026 | 16:36)
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