di
Viviana Mazza

L’autore del bestseller del momento («Regime Change»)

DALLA NOSTRA INVIATA 
WASHINGTON – Quando chiediamo a Jonathan Swan quanto siano profonde le divergenze tra Trump e Netanyahu e quale impatto avranno in futuro sulla guerra in Iran, il giornalista del New York Times replica: «Bè, dipende dalla settimana. È stata una relazione con molti alti e bassi, assai mutevole negli ultimi 5-6 anni. In questo momento le decisioni di Trump sull’Iran hanno meno a che fare con Netanyahu di quanto non abbiano a che fare con le limitazioni molto concrete che si ritrova all’interno delle forze militari statunitensi», dice al Corriere Swan, autore del bestseller del momento: «Regime Change» (sottotitolo: «Dentro la presidenza imperiale di Donald Trump») scritto con la collega Maggie Haberman.  Lo abbiamo intervistato a margine di un incontro della Luncheon Society.

Perché Trump ha deciso di non andare avanti con l’espansione massiccia dei bombardamenti in Iran? «Gli hanno presentato un piano — una campagna di bombardamenti in più fasi — e i rischi che avrebbe comportato. Ci sono due aspetti cruciali in questo momento: il primo è che gli Stati Uniti sono davvero in una situazione difficile con la fornitura di intercettori Patriot e di armi a lungo raggio. Erano già in una brutta situazione prima della guerra in Iran, che ha poi prosciugato le nostre riserve in modo piuttosto sostanziale. Il secondo è che gli arabi del Golfo sono davvero molto preoccupati, si rendono conto che gli Stati Uniti non possono proteggerli adeguatamente e che se Trump espande l’offensiva, l’Iran molto probabilmente comincerà a bombardare ogni struttura energetica nel Golfo: strutture difficili da ricostruire, gasdotti e altri tipi di siti con legami americani come le istituzioni finanziarie, le aziende di tecnologia, le infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Quindi i rischi (prima ancora di parlare di rifugiati, di crisi umanitaria e di una guerra aperta su fronti multipli in Medio Oriente) sono considerazioni che Trump ha assorbito».

E quindi Trump come vede Netanyahu? 
«Credo che in questo momento Trump veda Netanyahu come un fattore irritante, da tenere sotto controllo. Sa bene che gli israeliani, indipendentemente da quel che si dice, non possono continuare questa guerra contro l’Iran senza gli Stati Uniti che hanno avuto un ruolo enorme nel difendere Israele (credo che l’intelligence abbia stimato che due terzi dei missili sparati dall’Iran contro Israele siano stati abbattuti da sistemi Usa). Gli israeliani hanno bisogno dell’America. E Trump lo sa, e tratta spesso Netanyahu con il disprezzo che riserva a molti altri partner minori». 

Con l’uscita di scena di Lindsey Graham e per altri versi di altri anziani del partito, qual è il futuro dei repubblicani? Il movimento Maga rischia di sfaldarsi? 
«È un tema ancora irrisolto. Una delle cose che scriviamo nel libro e che tanti odiatori di Trump rifiutano di vedere è che, qualunque cosa pensi di lui, ha un carisma straordinario e nel 2024 ha fatto da collante ad una coalizione politica quasi impossibile. Lindsey Graham e Tucker Carlson, che si disprezzavano a vicenda e avevano visioni del mondo opposte, fecero entrambi entusiasticamente campagna per Trump e si consideravano parte del Maga. Rimosso il collante, il leader carismatico, dipenderanno da comuni mortali, JD Vance o altri, per cercare di cucire insieme la coalizione».

29 luglio 2026 ( modifica il 29 luglio 2026 | 07:17)