di
Alessandro Bocci

Nello staff i nomi di Maccarone, del preparatore dei portieri Roccati, del match analyst Gagliardi. Forse anche Bonucci e Oriali. Ma per il nuovo c.t. c’è da affrontare anche lo scoglio della crisi di talento del calcio italiano

Non ci credeva più neppure lui, tanto che aveva deciso di andare qualche giorno a Saint Tropez, sulla Costa Azzurra, per smaltire la delusione. Roberto Mancini ha ritrovato la Nazionale quando pensava di averla persa. Sino all’ingaggio di Paolo Maldini si è sentito ct in pectore, in attesa del cenno definitivo di Giovanni Malagò, suo amico, compagno di calcetto e di vita al circolo Aniene sul lungotevere, anche di cene, racconti goliardici, confidenze. 

Uno a fianco dell’altro qualche giorno fa hanno vinto la Coppa Canottieri over 60. Malagò ha colpito un palo, Mancini ha segnato cinque gol. Sembrava l’ult imo regalo a Giovanni. Mancio ci era rimasto male quando il suo amico presidente aveva accettato, anche se poco convinto, l’idea di puntare su Pirlo. Ma nel momento in cui è squillato il cellulare, lunedì pomeriggio, ha impiegato un attimo a cancellare le ultime settimane di passione e rabbia e a ritrovare la sintonia con quello che adesso diventa il suo datore di lavoro.



















































Ieri mattina è tornato a Roma, questo pomeriggio sarà presentato insieme a Claudio Ranieri, un laziale e un romanista uniti dall’azzurro. Proprio Mancini aveva suggerito, in tempi non sospetti, il nome del sor Claudio, serio, preparato, non invadente sulle questioni tecniche. Con Maldini, invece, zero feeling.

Mancini, in queste ore, sta lavorando sullo staff, che non è più lo stesso che aveva nella sua prima avventura azzurra, gli amici sampdoriani di una vita. Adesso ci sono Maccarone e il preparatore dei portieri Roccati, il match analyst Gagliardi, probabilmente Bonucci ereditato dalla gestione Gattuso, magari Oriali. Va individuato un vice. «Tornare in azzurro era il mio primo pensiero», ha confessato Roberto a Malagò.

Mancini è stato l’ultimo ct a regalare all’Italia gioco e il titolo Europeo nella notte di Wembley («la vittoria più importante della mia carriera»), passata alla storia per l’abbraccio iconico con Vialli. Luca tiferà da lassù.
Mancio però ha molto da farsi perdonare. La fuga in Arabia è una macchia che nessuno scorderà. I tifosi nei sondaggi lo hanno bocciato senza pietà. Lui sa che dovrà navigare controvento, riconquistando l’affetto sacrificato ai petrodollari dell’Arabia Saudita. Una scelta di cui si è pentito, anche nelle interviste. «Con Gravina c’erano state delle incomprensioni, sarebbe stato meglio chiarirle e ripartire da zero. E invece…». 

E invece ha preferito i soldi, tanti, di una Nazionale senza senso. Ma questo è il passato, anche se peserà sul futuro perché il cammino, da settembre in avanti, sarà in salita, a cominciare dal girone tostissimo della Nations, una competizione che Roberto conosce bene e che gli ha regalato due terzi posti. Ora invece abbiamo paura, in un girone di ferro con Belgio, Francia e Turchia, di finire all’ultimo posto e retrocedere nella Lega B perdendo soldi, posizione nel ranking e macchiando un’immagine già sporcata da tre mancate partecipazioni alla Coppa del Mondo. La seconda da imputare proprio a Mancini nello spareggio con la Macedonia.

Una macchia da cancellare. Mancini torna anche per questo. «Il Mondiale è il mio sogno, vorrei vincerlo». Anche il suo incubo. Un’ossessione. Il contratto lungo 4 anni (da 2 milioni netti a stagione, firmato ieri sera), arriverà sino al 2030 con l’obiettivo di riportarci a giocare una partita del campionato del mondo. L’ultima è vecchia 12 anni. Certo, non sarà facile perché l’Italia delle quattro stellette sul petto non esiste più. Servono le riforme e a quelle dovrà pensarci Malagò. Ma serve anche un allenatore che sappia fronteggiare la crisi di talento

Mancio sui giovani ha sempre avuto l’occhio lungo: ha pescato Retegui in Argentina, provato Zaniolo che ancora non aveva esordito in serie A, fatto esordire Kean e Fagioli in azzurro e si era intestardito sul sedicenne Pafundi. La strada è in salita e la gente non gli perdonerà niente, ma è giusto così perché certi strappi non si dimenticano. Malagò lo proteggerà. L’amicizia è alla base di questa ripartenza. Il circolo Aniene trapiantato a Coverciano.

29 luglio 2026 ( modifica il 29 luglio 2026 | 08:16)