Il 16 gennaio 1979, il ciclone Khomeini, barbuta guida suprema degli ayatollah, rase al suolo 2.500 anni ininterrotti di monarchia persiana e spalancò le porte alla famigerata Repubblica islamica. Alle 13 e 08 di quel mattino di neve e gelide raffiche di vento che soffiava dai monti Elburz, Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Scià, salì con passi incerti e nervosi la scaletta del Boeing 707 bianco e blu di Stato, ribattezzato “Shâhine”, Sparviero, e partì verso un ignoto futuro. Cinquecentocinquantotto giorni dopo, all’ospedale militare Maadi del Cairo, in Egitto, lo Scià moriva in esilio, stroncato da un raro linfoma, lasciando in eredità a sua moglie Farah Diba, oggi 87 anni, il fardello della Storia.

Farah Diba con il figlio Reza Ciro
Quanto sia stato pesante e amaro questo fardello ce lo racconta lei stessa nel libro Il mio Iran, ricordi e speranze, Rizzoli editore. Si tratta della riedizione del volume autobiografico Memoires, dato alle stampe nel 2003, ma oggi più che mai attuale. Leggendo quelle pagine intrise di nostalgie e dolore si capisce la tragedia di un popolo, di un sovrano e della sua famiglia, ostaggio di una circostanza ben precisa: sotto i monti Zagros, nelle polverose vallate del Khuzestan, provincia sudoccidentale, come nelle acque costiere del Golfo Persico, c’è un mare di petrolio che vale al Paese il terzo posto nella classifica mondiale dei produttori di greggio, dopo, guarda caso, il Venezuela e l’Arabia Saudita. Quando entrano in gioco tali interessi, tutto il resto passa in secondo piano.
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Il libro, rieditato dopo oltre 20 anniFormalmente Farah Diba conserva intatte per i Paesi occidentali, tra cui l’Italia, le prerogative di “Shahbanou”, imperatrice, dell’Iran, e suo figlio Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, quello di erede legittimo del trono del Pavone: logico dunque che, dopo le rivolte popolari del 2025 e 2026 costate tra 12 mila a 20 mila morti, dopo la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele scoppiata nel giugno 2025 e dopo la ripresa delle ostilità a partire dal 28 febbraio scorso col deciso intervento americano per favorire la caduta del regime assassino degli ayatollah, si schierassero senza indugio a fianco dei sedicenti liberatori. «Siamo pronti a tornare finalmente in Iran per guidare il nostro popolo su un percorso di libertà e democrazia, riprendendo il filo bruscamente reciso 47 anni fa con l’esilio dello Shah», aveva annunciato Farah Diba. Ma la speranza è morta in culla, visto che l’accordo di pace tra Usa e Iran firmato dal presidente Trump, non solo – a detta degli esperti – non coglie quasi nessuno degli obiettivi annunciati, ma addirittura consente agli ayatollah di cantare vittoria sostenendo che la Repubblica islamica è ora più forte di prima (anche se i bombardamenti americani sono ripresi con vigore negli ultimi giorni).
«Ora mi manca anche il deserto»Rimangono a epitaffio le amare parole dell’Imperatrice: «Aspiravamo sempre a trovare la frescura, i paesaggi verdi, eppure oggi, vivendo fra gli Stati Uniti e l’Europa, le montagne rocciose e aride del deserto mi mancano terribilmente. Mi mancano la polvere e le mosche…». Quello tra Farah Diba e Reza Pahlavi è stato il matrimonio combinato più felice e riuscito della storia, oltrechè il primo evento a catalizzare il morboso interesse dei giornali di cronaca rosa di tutto il mondo. Quando si sposarono, il 29 Azar 1338, secondo il calendario solare iraniano, corrispondente al 21 dicembre 1959, lei aveva 21 anni e lui 40. Lo Scià era al suo terzo sì: nel 1939 aveva infatti sposato Fawzia d’Egitto, sorella di Re Faruq, che gli aveva dato una figlia, Shahnaz. Il matrimonio si era concluso nel 1945 per iniziativa della regina che non ne voleva sapere di vivere nell’allora piccola e provinciale Teheran e inoltre litigava giorno e notte con la suocera e le cognate. Il 12 febbraio 1951, Reza Pahlavi aveva sposato la bellissima principessa Soraya Esfandiari-Bakhtiari che però non poteva dargli un figlio, erede al trono. Per salvare il suo matrimonio, lo Scià era pronto ad abdicare, lasciando il trono a suo fratello Alì che però morì nel 1954 in un incidente aereo. Allora lo scià, col cuore in frantumi, dovette ripudiare Soraya e cercare chi gli garantisse la continuità dinastica.
L’emozione del primo incontroFarah Diba, orfana di padre fin da piccola, veniva da una famiglia di media borghesia. Sua madre aveva dovuto fare enormi sacrifici per mandarla a studiare architettura all’università di Parigi. La sua sembra proprio la classica fiaba di Cenerentola. «Poiché avevo diritto ad una borsa di studio, all’inizio dell’estate del 1959, andai a chiederla al funzionario governativo che si occupava degli studenti iraniani all’estero, Ardershir Zahedi, genero dello Scià, visto che aveva sposato sua figlia, la principessa Shahnaz, quasi mia coetanea», racconta Farah Diba. «Dopo avermi fatto un sacco di domande sui miei gusti e sui miei progetti, Ardershir disse che voleva presentarmi sua moglie e mi invitò a casa sua per un tè. Poi ci fu un invito a cena e in quella occasione c’era anche lui, lo Scià. Quando me lo ritrovai accanto, fui sopraffatta dall’emozione e non riuscivo nemmeno a parlare, ma lui fu bravissimo a mettermi a mio agio». Ci furono altri inviti e altri incontri. «Un giorno mi chiese di unirmi a lui per un breve volo sul suo jet personale», rivela Farah. «Lo Scià era un provetto pilota. Decollamo e con noi c’era anche la principessa Shahnaz. Sorvolammo le bellissime vette innevate dei monti Elburz – uno spettacolo fiabesco – e le vallate fiorite intorno alla Capitale. Poi durante il ritorno, con l’aeroporto già in vista, lo Scià riprese improvvisamente quota e mi chiese di azionare ripetutamente una certa leva. Quindi atterrammo dolcemente e vidi che la pista era piena di ambulanze e camion dei pompieri. “È successo qualcosa?”, chiesi. “Il carrello non si apriva”, rispose, “è stata lei a farlo scendere con quella leva”».
A questo punto lo Scià sparì, passarono una, due, tre settimane. «Conservai quei nostri incontri come un prezioso tesoro e con la morte nel cuore preparai le valigie per tornare ai miei studi di Parigi», racconta Farah Diba. «All’improvviso però ricevetti un nuovo invito a cena a casa della principessa Shahnaz. Dopo il dolce, tutti si dileguarono e mi lasciarono sola con Reza Pahlavi. Mi raccontò dei suoi precedenti matrimoni, poi mi prese la mano e guardandomi negli occhi mi chiese: “Accetti di diventare mia moglie?”. “Si!”, risposi, senza esitare.
Anni dopo mi confessò che quelle mie valigie preparate per tornare a Parigi lo avevano messo con le spalle al muro per decidersi in fretta al grande passo».
Subito incinta del primogenitoDue mesi dopo le nozze, l’imperatrice rimase incinta di Reza Ciro, l’agognato erede al trono. Poi nacquero due femmine e un altro maschio, le principesse Fahranaz e Leila e il principe Ali Reza. «Negli Anni 60 del secolo scorso, l’80 per cento degli iraniani erano analfabeti e l’85 per cento delle terre erano nelle mani di pochi latifondisti», racconta Farah Diba. «Visitavo le province più remote e arretrate, portando l’esempio delle donne finalmente protagoniste. Sotto il suo patrocinio e impulso, si cominciarono a costruire strade, ponti, scuole, ospedali. Nel giro di 10 anni, l’80 per cento dei miei connazionali sapevano leggere e scrivere e gran parte delle terre furono distribuite ai contadini. I primi a rimetterci furono proprio gli ayotollah che furono privati di molte terre da cui derivavano la loro ricchezza e perciò cominciarono a predicare che l’occidentalizzazione del Paese era un’offesa al Corano». L’epilogo è noto.