Ah, dèi! Non si può vivere con loro. non si può vivere senza di loro! E se loro non si fanno vedere, cosa facciamo? Li re-inventiamo in carne ed ossa.
Tranquilli, non parleremo di The Odyssey anche qui – e nemmeno di The O.C.D., la versione per i più puntigliosi. O meglio, non del tutto: Is God Is è assolutissimamente nel presente dei lavori sotto pagati, del twerking e dei maschietti coi complessi, ma comunque bazzica nella mitologia greca e non solo – e, come da titolo, nel senso del sacro!
Ma le cose per ordine: tutto inizia da due gemelle con un passato tragico e parecchia voglia di menare.
Tutto inizia… dalla SIGLA!

Racine (Kara Young) e Anaia (Mallori Johnson) sono gemelle, abbandonate dai loro genitori in tenera età. Insieme, si sono dovute inventare la sopravvivenza in un mondo che le ostracizza per il loro aspetto: entrambe sono rimaste sfregiate dallo stesso incendio domestico. Anaia, sfigurata in viso, è la più timida, riflessiva e sensibile; Racine, le cui cicatrici sono meno evidenti, è la più istintiva e aggressiva, pronta a difendere ogni insulto alla sorella con la persuasione delle mazzate.
Il revenge movie inizia qui: dopo anni di silenzio, la madre – che le sorelle chiamano Dio (Vivica A. Fox) – le convoca per una missione, il suo ultimo desiderio prima di morire. “Make Your Daddy Dead – Real Dead”, dice. “Lui ha appiccato l’incendio che ha distrutto le vostre vite.”
Inizia quindi un viaggio per il Profondo Sud alla ricerca del Padre, uomo senza nome e senza volto persino nei flashback, attraverso le famiglie che ha lasciato e quelle che si è costruito negli anni, e gli avvocati a cui ha staccato la lingua, entrando nell’orbita di un destino di violenza che coinvolge le sorelle sempre più da vicino.

Mazzate begins

Aleshea Harris, regista e sceneggiatrice del film, viene dal teatro (e a quanto pare da un cameo in un episodio del reboot di Gossip Girl) e Is God Is è non solo il suo debutto al cinema, ma una sua celebrata piece teatrale a cui questa trasposizione rimane in gran parte fedele.
L’idea originale: unire tragedia greca e blaxploitation, ed emancipando entrambi attraverso una storia che mettesse al centro personaggi fuori da ogni meccanismo di privilegio (le protagoniste non sono dee, potenti, nobili, ricche, ma due donne delle pulizie), e tematiche specifiche della comunità black. Harris vuole mettere a fuoco (pun not intended) il concetto della misogynoir, l’intersezione tra razzismo e misoginia, e nello specifico la violenza contro donne nere da parte di uomini neri, non solo come fenomeno sociale ma anche nella rappresentazione artistica e creativa.

Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Vivica A. Fox

Veniamo alla parte educational delle rece, giusto perchè mancava da un po’. Della tragedia greca, Harris ricalca l’elemento della maledizione ereditaria (qui, letteralmente, la violenza generazionale); la missione impartita dagli dei a loro inoppugnabile giudizio (la Madre / Dio); l’agnizione / rivelazione / riconoscimento del Padre [SPOILER MA FINO A UN CERTO PUNTO] celato fin nei flashback sì, ma si tratta palesemente del bel faccione rassicurante di Sterling K. Brown anche se non lo vedrete prima della fine [FINE SPOILER MA FINO A UN CERTO PUNTO]. In più, un leggero accenno di incesto che non vi spoilero ma da il la a un bel momento di spremuta di pomo d’Adamo (le coincidenze non esistono), e un’aperta citazione delle Coefore di Eschilo ma non ho fatto il classico per cui mi limito a fare name-dropping.
Per la blaxploitation, Harris mette in campo: la quest di vendetta, l’ingiustizia da raddrizzare alimentata da un sistema strutturalmente ingiusto (il Padre è stato scagionato per i suoi crimini); le eroine sessualizzate per far scattare una trappola; l’ampio uso di musica black contemporanea e sonorità adiacenti.
Di rinforzo, c’è anche una spolverata di Bibbia: le colpe dei padri che ricadono sui figli (la violenza generazionale anche qui – punti doppi), ma soprattutto un padre / Dio dell’Antico Testamento capace di violenza smisurata ma che comunque ispira venerazione (dopo aver dato fuoco a ex moglie e figlie, stacca la lingua all’avvocato che lo ha fatto scagionare e abbandona una predicatrice evangelica e il figlio – chiamato Ezekiel e non perché legge Spider-Man -, lasciandosi dietro una famiglia intera ad aspettare il suo ritorno più di quello di Gesù).

Parola d’ordine: SENSO DEL SACRO

Is God Is arriva in un momento fertilissimo, da una parte per di rilettura della letteratura classica, dall’altra di incazzatissimi personaggi femminili neri che si mangiano lo schermo (i primi che mi vengono in mente: Teyana Taylor in Una battaglia dopo l’altra, Zazie Beetz di They Will Kill You). Ma se il focus di Nolan è riflettere sulla contemporaneità di Ulisse attraverso il linguaggio del cinema moderno, Harris fa il contrario: eleva una storia contemporanea, fortemente ancorata in problemi sociali e razziali, usando gli archetipi della letteratura classica, in una confezione da pastiche postmoderno. Operazione ambiziosa – che ci piace – ma non esattamente a fuoco (oh di nuovo!) – che non ci piace. Is God Is ha un grosso limite: Harris questi codici del cinema di genere, della blaxploitation, persino del cinema di menare in generale non li sa ancora ben controllare. Questo è evidente sia da punto di vista di narrazione visiva – la scena nel casolare abbandonato a metà film è da manuale quanto per blandezza, ma in generale c’è un appiattimento dell’azione quasi da videogioco a scorrimento – sia nella scrittura e nel montaggio, che parte con uno slancio dark comedy elettrico e vitale, vagamente tarantiniano anche per l’uso inventivo dei sottotitoli telepatici (storia lunga), ma si appiattisce sul dramma con accenti splatter – esattamente come questa recensione tra l’altro, dove gli anglicismi sono l’analogo degli schizzi di sangue.
Questa mancanza di polso influenza anche il peso del finale: [VAGHI SPOILER] il film cammina fino alla fine sulla sottile linea tra rifiuto e inevitabilità della violenza – è il sostanziale dilemma tra le due protagoniste – ma quando arriva all’inevitabile risoluzione non ne affronta le conseguenze, nè della risoluzione in sè nè del conflitto che le sta dietro [FINE VAGHI SPOILER]. Siccome i personaggi sono pensati come funzioni e scritti con la grana grossa del western, a venire meno è alla fine la connessione che questi riescono ad alimentare con noi, assetati spettatori alla ricerca di emozioni forti e di storie d’impatto.
Peccato per un film dalle basi così magnificamente arroganti: il pitch “classicizzare il blaxploitation” diventa una modalità un po’ cinica – anzi, performativa – per affrontare un tema importante, perchè anche la forma andava presa sul serio.

Revenge-quote:
≪Che mi venga un colpo se quello non è il Dio del Vecchio Testamento≫
Dredd Astaire – i400calci.com

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