di
Lorenzo Cremonesi

L’incontro con un moderno cercatore nella nuova tappa di «Passaggio a Nord Ovest», il viaggio del Corriere in barca a vela tra l’Alaska e la Groenlandia

POINT HOPE (ALASKA NORD-OCCIDENTALE) – «Amo cercare l’oro in questa che chiamano l’ultima frontiera dell’Alaska. Le regole sono ridotte al minimo. Sei libero di fare ciò che sogni, si fanno contratti sulla base della buona fede, senza burocrazia, senza scartoffie: ci si stringe semplicemente la mano con la fiducia che si manterrà la promessa data. Guadagna chi lavora sodo ed è pronto a rischiare, perdono quelli che non si mettono in gioco». Sembra davvero credere alle sue parole Zakharia Bloom, con la freschezza del neofita e l’impeto dei suoi 38 anni, in maggio ha lasciato sia il lavoro di consulente finanziario che la sua abitazione nella Carolina del sud e con la fidanzata Emily si è trasferito a Nome per cercare fortuna sul fondo del mare di Bering. «Lo sognavo da quando ero bambino dopo avere visto una serie di film sull’epopea della ricerca dell’oro in Alaska alla fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Allora gli avventurieri scavavano lungo i fiumi e vicino alle spiagge. Ma adesso si lavora su draghe e chiatte per setacciare il fondo del mare. Una sfida ancora più difficile», mi racconta sul ponte della sua chiatta costruita in ferro e legno. 

Sette ore in acque a zero gradi per un chilo d’oro: la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, sulle orme dei pionieri

I sistemi sono primitivi. Una cabina minuscola per riparo, due fuoribordo a poppa e nel centro le pompe per aspirare il terriccio dal fondo, che viene portato in superfice e esaminato con meccanici setacci rugginosi destinati a separare il metallo prezioso da sabbia e sassi. 



















































Quattro palombari, tra cui lui stesso, camminano sui fondali a 5-6 metri di profondità con le idrovore in mano per giornate interminabili. «Stiamo in acqua a temperature vicine allo zero anche sette o otto ore di seguito. Le mute sono riscaldate con acqua calda pompata dalla barca. Ma alla fine della giornata arrivi esausto», continua. 

I guadagni? «Dipende, dalla fortuna, dalla possibilità di avere le somme per ottenere le licenze di scavare in aree già affittate da altri dove è nota la presenza dell’oro, ma anche dalla volontà di cercare in libertà dove nessuno impone limiti», risponde. Il suo contratto prevede che il 40 per cento del ricavato vada al proprietario della chiatta, che gli cede anche l’utilizzo di un’abitazione, un veicolo e il cibo per sostenersi per il periodo dell’accordo. «Tra tasse, spese e affitti ognuno di noi ha guadagnato circa 10.000 dollari netti in due mesi. Abbiamo ricavato quasi un chilo d’oro. Speriamo di ottenere risultati migliori più avanti. Comunque meglio prendere questi soldi in libertà, che non una somma anche più alta, ma in un ufficio in città», ribadisce Zakharia. Ne scrivo mentre la nostra barca si trova ancora alla fonda presso un ridosso poco riparato di Point Hope. Scrivere aiuta a fare passare il tempo e presto ci sarà altrò da raccontare. 

A Nome tutto parla ancora del periodo magico della «Febbre dell’Oro» nello scorcio dell’Ottocento, quando in pochi mesi le sparse capanne di Inuit locali vennero invase da oltre 20.000 pionieri, che ai primi del Novecento erano diventati circa 60.000. 

Sette ore in acque a zero gradi per un chilo d’oro: la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, sulle orme dei pionieri

In un pugno di settimane vennero fondate sei banche, furono costruiti saloon, case da gioco, empori, strade, negozi. Nome divenne famoso in Alaska per le case chiuse e le prostitute che si facevano pagare con schegge di pepite. Poi venne una tempesta che sconvolse le costruzioni sulla spiaggia, ci furono gravi incendi, qualcuno fece davvero fortune miliardarie, ma tanti altri si ritrovarono più poveri di prima. L’entusiasmo della ricchezza facile e veloce si arenò nella delusione dei fallimenti. 

Sette ore in acque a zero gradi per un chilo d’oro: la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, sulle orme dei pionieri

Una trentina d’anni fa la «febbre dell’oro» è tornata, ma in forme più limitate e questa volta rivolta al mare. Il sindaco di Nome ci mostra i resti rugginosi di un sottomarino artigianale abbandonato lungo il molo, dove oltre un ventennio fa uno sparuto gruppo di illusi intraprendenti cercarono di immergersi più nel profondo. Fecero solo un’uscita disastrosa. Riuscirono poi a salvarsi per il rotto della cuffia quando l’acqua iniziò a penetrare dallo sportello difettoso. 

Sette ore in acque a zero gradi per un chilo d’oro: la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, sulle orme dei pionieri

Qui a Point Hope le memorie recenti di questi incontri sono già immelanconite dal tempo grigio, dai venti da nord che bloccano la via verso il Passaggio di Nord-Ovest. Di fronte a noi c’è un villaggio Inuit con le testimonianze di oltre 2.500 anni di caccia alle balene. Dalla nostra barca vediamo sulla spiaggia scura i resti delle ossa dei cetacei, i locali le utilizzano anche per fare i recinti delle loro case. Nessuno esce dal perimetro del villaggio senza il fucile, gli orsi bianchi si muovono lungo le coste. Noi comunque non possiamo attraccare, la spiaggia è ripida, ci sono forti correnti, l’onda lunga rende complicato ogni approdo. Non resta che attendere.

29 luglio 2026 ( modifica il 29 luglio 2026 | 10:41)