Quando l’appetito si riduce, cambia anche il modo di mangiare. Dove si concentra il vostro lavoro?
«Esatto, ed è qui che il percorso nutrizionale diventa fondamentale. La riduzione della fame rende più semplice mangiare meno, ma non garantisce un’alimentazione adeguata. Quando le porzioni si riducono, ogni scelta alimentare pesa di più in proporzione: diventa fondamentale che ciò che si riesce a mangiare fornisca tutti i nutrienti compatibili con i propri bisogni. Il nostro lavoro non è applicare una dieta standard, ma adattare l’alimentazione alla risposta individuale alla terapia, definendo priorità realistiche in base a età, condizioni cliniche, attività fisica, sintomi e quantità di cibo effettivamente tollerata. In concreto prestiamo attenzione a diversi aspetti. Parlando di proteine e funzione muscolare: durante una perdita di peso importante un apporto proteico adeguato, associato quando possibile all’attività fisica di forza, può aiutare a preservare massa e funzione muscolare. Ma il fabbisogno va comunque valutato caso per caso. Importante anche la densità nutrizionale: quando il volume dei pasti diminuisce, conviene privilegiare alimenti che apportano nutrienti senza richiedere porzioni esagerate, difficili da consumare. Per quanto concerne la distribuzione dei pasti: in caso di sazietà precoce, porzioni piccole, consumate lentamente e distribuite nella giornata, sono spesso più gestibili. Nausea, vomito, diarrea, stipsi o una generale riduzione dell’introito possono rendere difficile bere a sufficienza, quindi i liquidi vanno distribuiti e adattati per garantire un’adeguata idratazione, in particolare nella stagione calda. A proposito delle fibre: utili, ma aumenti troppo rapidi o senza liquidi adeguati possono peggiorare gonfiore e stipsi. Ricordiamo sempre che l’obiettivo non è solo ridurre le calorie, ma costruire un’alimentazione sana, tollerabile e sostenibile nelle diverse fasi.

Si sente spesso dire che questi farmaci «fanno perdere muscolo». È vero?
«Serve chiarezza, senza creare inutili allarmismi. È vero che durante un importante calo di peso una parte della perdita riguarda anche la massa magra: negli studi la quota è variabile, spesso compresa tra circa un quarto e due quinti del peso perso. Ma dire semplicemente che “il farmaco fa perdere muscolo” è una semplificazione che rischia di essere fuorviante. Innanzitutto, gli strumenti utilizzati negli studi, come la DXA, misurano la massa magra, che non coincide esclusivamente con il muscolo: comprende anche acqua, glicogeno, organi e altri tessuti privi di grasso. Inoltre, una riduzione della massa magra è un fenomeno fisiologico che accompagna qualsiasi dimagrimento significativo, indipendentemente dal metodo con cui viene ottenuto. La vera domanda non è se si perda una quota di massa magra, ma quanta massa muscolare funzionale riusciamo a preservare. Ed è qui che entra in gioco il percorso terapeutico. Un adeguato apporto proteico, un’attività fisica che includa esercizi di forza e un monitoraggio nutrizionale personalizzato consentono nella maggior parte dei casi di limitare questa perdita e di preservare forza, autonomia e qualità di vita, soprattutto nelle persone anziane o già a rischio di fragilità. Il messaggio, quindi, non è avere paura del farmaco, ma evitare di utilizzarlo senza una strategia. Quando la terapia è inserita in un percorso medico e nutrizionale completo, l’obiettivo non è semplicemente perdere peso, ma perdere prevalentemente massa grassa, proteggendo il più possibile il patrimonio muscolare della persona».