di
Veronica Tuzii

L’artista, finalista al Premio Cairo 2024, lavora tra Venezia e i Colli Euganei: «Leggo l’essere umano come il vero alieno, estraneo alla terra: appartiene alla natura, ma per viverci deve costruirsi intorno un habitat artificiale»

«La cosa che mi interessa di più è l’ibridazione. Leggo l’essere umano come il vero alieno, estraneo alla terra: appartiene alla natura, ma per viverci deve costruirsi intorno un habitat artificiale, a differenza di altre specie che vivono libere. Mi incuriosisce questo confine: l’animale e il vegetale che si fondono con il corpo umano. È qualcosa di viscerale che mi ha appassionato fin dagli studi all’Accademia di Venezia». L’artista Chiara Calore, finalista al Premio Cairo 2024, nata a Abano Terme nel 1994, lavora tra Venezia e i Colli Euganei. La sua pittura è figurativa ma fantastica, popolata da giustapposizioni surreali di figure storiche, mitologiche, fauna, elementi grotteschi e contaminazioni dal web.

Calore, quanto conta il Veneto nella sua ricerca?
«Vivo ancora nel Veneto e continuo a lasciarmi suggestionare da questi paesaggi. Con il tempo quello scenario è diventato più onirico, ma continua ad accompagnare il mio lavoro».



















































Come descriverebbe «il metodo» dei suoi dipinti?
«Il web resta una fonte importante. Raccolgo di continuo immagini: opere del passato, moda, scatti fotografici o miei. Ne nasce un archivio che uso per creare collage digitali preparatori. È un processo di stratificazione che mette in relazione elementi lontani tra loro».

Se dovesse raccontare la sua pratica artistica con una metafora?
«È come un incontro di pugilato contro una tela, che poi si trasforma in una sessione di yoga riparatore subito dopo. Mi piace usare il corpo, sentire il peso del gesto, il sudore che serve a trasferire l’energia sul supporto, specie quando lavoro sui grandi formati. È una questione di “tasso di battito cardiaco”».

Nel 2024 è stata finalista al Premio Cairo con «Bardo». Quanto ha inciso nel suo percorso?
«È stato un passaggio importante. Mi ha aperto opportunità, soprattutto in ambito museale. Dopo il Premio Cairo sono arrivati progetti come quello wagneriano al Museo Teatrale alla Scala, a cui ha partecipato anche la pittrice e musicista padovana Antonella Benanzato. E altre occasioni di confronto con artisti affermati».

Tre mostre tra Venezia e Padova: qual è il filo che le unisce?
«Sono esposizioni diverse, ma che si parlano profondamente sul tema del confine e della metamorfosi. A Venezia la bi-personale a Palazzetto Tito con Henri Beaufour che aprirà in settembre è un dialogo tra generazioni e tra pittura e scultura, che esplora le soglie del terreno e dell’ultraterreno. La prematura scomparsa di Henri ha dato al progetto una profondità più forte e toccante. La collettiva L’una nell’altra alla Bevilacqua La Masa riflette sul rapporto tra artista, città e permanenza a Venezia. Sul futuro del corpo alla Galleria Cavour a Padova, curata da Barbara Codogno, a settembre, mette la figura al centro di tutto: una colonia dell’immaginario in cui convivono umano, animale, vegetale e frammenti simbolici». 

Quali artiste e artisti sente più vicini alla sua sensibilità?
«Del passato amo la tradizione fiamminga: Bosch, Bruegel, Van Eyck. Tra i maestri veneziani mi hanno ispirato Tintoretto, Tiepolo e soprattutto Giorgione. Nella contemporaneità ho collaborato varie volte con Nicola Samorì e seguo con interesse Rae Klein. Mi hanno colpito i primi lavori di Jenny Saville, Louise Giovanelli e Sasha Gordon».

C’è un’opera del passato che vorrebbe inserire in una sua composizione?
«La tentazione di “rapire” l’autoritratto di Van Eyck è forte, ma mi interessa di più un’incursione nel mondo di Balthus. Vorrei rubare quell’immobilità carica di tensione che sta per esplodere, appropriarmi di quel segreto che l’artista ha deciso di non rivelare: usare quel frammento di mistero come un virus in un collage digitale, per creare un cortocircuito tra il suo silenzio e la mia irrequietezza contemporanea».

Se una delle sue creature ibride potesse uscire dalla tela e venire a cena con lei, cosa le chiederebbe o cosa cucinerebbe?
«Sarebbe una serata piuttosto complessa. Cucinerei delle interiora, qualcosa di crudo, quasi primordiale. C’è qualcosa di poetico nel cucinare organi per un essere che è un ibrido di parti scomposte. Chiederei se si sente finalmente intera o se, tutto sommato, preferiva vivere nel caos della tela, dove le regole della biologia (e della buona educazione) non si applicano».


Vai a tutte le notizie di Padova

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto

29 luglio 2026