di
Laura Antonini
La storica bottega fiorentina nella classifica toscana del censimento del Fai
La strada, Via Verdi, si è fatta sempre più rumorosa con tanti turisti che, in transumanza da Piazza Santa Croce a Piazza Duomo, si stringono sul piccolo marciapiede e gli autobus che, arrivando da via dell’Agnolo, faticano a centrare la curva. Nuovi negozi spesso di somministrazione di cibo e bevande aprono e chiudono. C’è un luogo però che non ha mai smesso di essere fedele a se stesso, riconoscibile da secoli dai fiorentini e meta di pellegrinaggio per turisti colti alla ricerca di chi ancora manda avanti un mestiere manuale.
Dal 1720 la bottega di trucco e parrucco dei Filistrucchi, due grandi vetrine riquadrate da una boiserie di legno e una insegna mitica, vive di vita autonoma. Qui nel Settecento prendevano forma le parrucche per i nobili che le richiedevano dalle loro case (avete presente il Barbiere di Siviglia?), poi arrivò l’epoca del teatro, delle opere e quindi il cinema e la televisione.
Qui negli anni quaranta del Novecento Pietro Filistrucchi realizzava creazioni per talenti della scena tra cui figurava il giovane Zeffirelli, allievo di Luchino Visconti. I figurini disegnati dal maestro, come da Anna Anni o Piero Tosi, vestivano in forma di parrucca, teste di artisti come Maria Callas. Ancora oggi chi entra trova tra le teste in legno a parete quella del soprano, la numero Novanta.
Un patrimonio importante quello della storica bottega, tra le più antiche d’Europa, che già nel 2014 è stato valorizzato dal lavoro dell’Osservatorio dei Mestieri d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze che, con Monica Gallai, ha inventariato e condizionato il suo archivio. Ora la bottega sta partecipando al censimento «I Luoghi del Cuore» del Fai puntando a raccogliere il consenso necessario per creare un Piccolo Museo dentro il negozio.
«Un censimento che sta andando bene — racconta entusiasta Gherardo Filistrucchi, nona generazione della famiglia, che assieme al padre Gabriele è al timone della bottega — Siamo in buona posizione e speriamo di coronare questo nuovo sogno. L’idea nasce da una riflessione semplice: dopo oltre tre secoli di attività ci siamo resi conto che non basta continuare a produrre manufatti per il teatro, il cinema, l’opera lirica e la televisione. È altrettanto importante trasmettere il patrimonio di conoscenze, tecniche e documenti che abbiamo custodito fino a oggi. Per questo abbiamo immaginato un piccolo museo all’interno della bottega. Non un museo tradizionale, ma vivo, dove il visitatore possa entrare mentre il lavoro continua, osservarci all’opera, conoscere la storia della bottega, vedere materiali, strumenti, fotografie, documenti e comprendere come nascono parrucche, barbe, baffi, maschere, protesi e il trucco per la scena e non solo».
Basta entrare nel negozio per avvertire come la magia della storia secolare dei Filistrucchi sia ancora viva. L’ingresso dove tutto è nato è oggi il punto vendita, dove si accoglie la clientela.
«Alle origini era il laboratorio dove venivano realizzate le parrucche, per la vita di tutti i giorni, dove il materiale dei capelli e lo yak si confondeva con gli odori di profumi e ciprie — racconta Gherardo — Una sensazione visiva e olfattiva che mi piace immaginare che la bottega potesse avere trecentosei anni». Da qui il desiderio di creare un luogo capace di raccontare la storia della bottega e del nostro mestiere. Un mestiere vissuto «non come un lavoro — continua — ma come una passione. La bottega è come una casa, un ambiente per me familiare dove sono cresciuto e che non scomparirà. Non penso infatti che in futuro la manualità sia destinata a scomparire. Piuttosto diventerà sempre più preziosa perché rara. L’intelligenza artificiale può scrivere un testo, creare un’immagine, progettare un oggetto. Ma non sostituire l’esperienza delle mani e del cuore. Più il mondo diventerà digitale, più aumenterà il valore di ciò che è autenticamente umano».
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29 luglio 2026
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