Per anni molte terapie antitumorali hanno seguito una strategia semplice: individuare il punto debole della cellula tumorale e colpirlo.
Il problema è che il tumore, spesso, trova una strada alternativa.
È un po’ come chiudere una corsia di un’autostrada: il traffico rallenta per qualche chilometro, poi trova una deviazione e riprende a scorrere.
È proprio per evitare questa “via di fuga” che è stato sviluppato amivantamab, un anticorpo capace di bloccare contemporaneamente due bersagli utilizzati dalle cellule tumorali per continuare a crescere.
Secondo i risultati preliminari dello studio OrigAMI-1, presentati al congresso ASCO GI 2026, questa strategia potrebbe aprire una nuova possibilità di trattamento nel tumore del colon-retto metastatico.
Perché il tumore riesce a sfuggire alle cure
Una delle sfide più difficili dell’oncologia moderna è che il tumore raramente si arrende dopo il primo colpo. Anche quando una terapia riesce a bloccare uno dei meccanismi che alimentano la crescita delle cellule tumorali, queste possono trovare una strada alternativa per continuare a proliferare.
È uno dei motivi per cui, nel tempo, alcuni trattamenti perdono efficacia.
Nel tumore del colon-retto metastatico questa capacità di adattamento rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli. Nonostante i progressi degli ultimi anni, le opzioni terapeutiche sono rimaste relativamente stabili e, quando la malattia impara ad aggirare un bersaglio molecolare, trovare nuove strategie diventa fondamentale.

L’idea: chiudere due vie di fuga contemporaneamente
Da questa domanda nasce amivantamab.
Non è un anticorpo tradizionale, ma un anticorpo bispecifico: invece di riconoscere un solo bersaglio sulla superficie delle cellule tumorali, ne riconosce due contemporaneamente, EGFR e MET, entrambi coinvolti nella crescita e nella sopravvivenza del tumore.
L’idea è semplice nella sua logica: se il tumore riesce a sfuggire quando viene bloccata una sola strada, provare a chiuderne due nello stesso momento potrebbe rendergli molto più difficile trovare un percorso alternativo.
Il farmaco è già utilizzato in una particolare forma di tumore del polmone e ora viene studiato anche nel carcinoma del colon-retto metastatico, in associazione alla chemioterapia standard.

I risultati: un segnale incoraggiante, ma ancora preliminare
Per rispondere a questa domanda è stato avviato lo studio OrigAMI-1, una sperimentazione di fase 1b/2 che ha coinvolto 43 pazienti con tumore del colon-retto metastatico privo delle mutazioni RAS e BRAF, trattati con amivantamab insieme alla chemioterapia.
Nel complesso, il tumore ha risposto alla terapia nel 51% dei pazienti.
Il dato che ha attirato maggiore attenzione riguarda però il piccolo gruppo di undici persone trattate fin dall’inizio della malattia metastatica: in questo sottogruppo la risposta è salita al 73%. Anche tra i pazienti con metastasi al fegato, tradizionalmente più difficili da trattare, la risposta è stata del 57%.
Non è soltanto la percentuale di risposta a interessare gli oncologi.
In alcuni pazienti il beneficio è durato molto a lungo: tre persone hanno continuato il trattamento per oltre due anni, un risultato che gli stessi ricercatori considerano particolarmente incoraggiante in una malattia dove ottenere risposte prolungate rappresenta ancora una sfida.

Perché è ancora troppo presto per parlare di una svolta
La risposta, almeno per ora, è no.
I risultati sono promettenti, ma derivano da uno studio ancora iniziale e da un numero limitato di pazienti. Il dato del 73%, quello che ha suscitato maggiore interesse, riguarda infatti appena undici persone e dovrà essere confermato in sperimentazioni molto più ampie.
Proprio per questo sono già partiti gli studi internazionali di fase 3, OrigAMI-2 e OrigAMI-3, che coinvolgeranno un numero molto maggiore di pazienti e serviranno a stabilire se amivantamab potrà davvero entrare a far parte delle cure standard per il tumore del colon-retto metastatico.
È il passaggio decisivo che separa una scoperta promettente da una nuova terapia.
Conclusione
Per molti anni la ricerca sul tumore del colon-retto ha cercato farmaci sempre più precisi, capaci di colpire uno specifico bersaglio molecolare.
Questo studio suggerisce una prospettiva leggermente diversa.
Forse, in alcuni tumori, non basta colpire con precisione. Bisogna anche impedire alla malattia di trovare una via di fuga.
È ancora troppo presto per sapere se amivantamab riuscirà davvero a cambiare la storia del tumore del colon-retto metastatico. Saranno gli studi di fase 3 a dirlo.
Ma il messaggio che emerge da questa ricerca va oltre un singolo farmaco.
Ogni volta che comprendiamo meglio come il tumore riesce ad adattarsi, siamo anche un passo più vicini a impedirgli di farlo.
Ed è proprio questa, oggi, una delle direzioni più promettenti dell’oncologia: non limitarsi a inseguire il tumore, ma anticiparne le mosse.
FONTI
Ecancer, “ASCO GI 2026: New data at ASCO GI show durable first-line responses with amivantamab in metastatic colorectal cancer”, 15 gennaio 2026 — https://ecancer.org/en/news/27626-asco-gi-2026-new-data-at-asco-gi-show-durable-first-line-responses-with-amivantamab-in-metastatic-colorectal-cancer
Fight Colorectal Cancer, “July Clinical Trials 2026 Roundup” — https://fightcolorectalcancer.org/july-clinical-trials-2026-roundup/
Studio: Phase 1b/2 OrigAMI-1, presentato al 2026 ASCO Gastrointestinal Cancers Symposium (Abstract #166), sostenuto da Johnson & Johnson Innovative Medicine