Le grandi navi muovono merci, energia e persone, ma lungo le rotte rilasciano anche ossidi di azoto, particolato e sostanze dalle quali possono formarsi altri inquinanti. Una ricerca pubblicata il 29 luglio 2026 su Nature Communications ha provato a calcolare che cosa accadrebbe alla salute globale se l’energia fossile usata dal trasporto marittimo, uno dei settori più difficili da elettrificare, fosse progressivamente sostituita con idrogeno. Secondo il modello, la transizione potrebbe evitare circa 129.500 morti premature ogni anno, con un intervallo di incertezza molto ampio, compreso tra 68.300 e 202.200. Non sono decessi osservati uno per uno, ma il risultato di una catena di simulazioni che collega scenari energetici, emissioni, circolazione atmosferica, esposizione della popolazione e rischi epidemiologici.
Il dato più sorprendente riguarda l’ozono presente vicino al suolo. Non viene emesso direttamente dai fumaioli: si forma nell’atmosfera attraverso reazioni chimiche alimentate, tra l’altro, dagli ossidi di azoto prodotti dai motori. Gli autori stimano che circa il 75% delle morti evitate dipenderebbe dalla riduzione dell’ozono e il restante 25% dal calo del PM2,5, le particelle abbastanza piccole da penetrare in profondità nei polmoni. I benefici legati all’ozono sarebbero maggiori nell’Asia meridionale, mentre quelli associati al particolato fine si concentrerebbero soprattutto nell’Asia orientale. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’ozono può aggravare l’asma e ridurre la funzione polmonare, mentre l’esposizione cronica al PM2,5 aumenta il rischio di ictus, cardiopatie, broncopneumopatia cronica ostruttiva e tumori.
Tradotto in termini economici, il miglioramento dell’aria varrebbe secondo lo studio circa 306 miliardi di dollari l’anno, con una forchetta stimata tra 146 e 488 miliardi. India, Giappone e Stati Uniti sarebbero i Paesi con il maggiore beneficio monetizzato. La cifra non rappresenta denaro che apparirebbe automaticamente nei bilanci pubblici: deriva dall’attribuzione di un valore economico alla mortalità evitata e cambia in base alla popolazione, al reddito e alle funzioni utilizzate dai ricercatori. Il punto centrale è però chiaro: decarbonizzare le navi potrebbe produrre vantaggi sanitari relativamente rapidi, oltre a quelli climatici di lungo periodo. L’esperienza dei limiti internazionali allo zolfo ha già mostrato perché ridurre le emissioni navali può proteggere soprattutto le comunità costiere e portuali, diminuendo ossidi di zolfo e particolato generati dalla combustione dei carburanti.

Resta una condizione decisiva: non tutto l’idrogeno è davvero “pulito”. Se viene prodotto usando gas o carbone senza abbattere le emissioni, parte dell’inquinamento e dell’impatto climatico si sposta semplicemente dalla nave agli impianti di produzione. Nel 2026 l’Agenzia internazionale dell’energia segnala che l’idrogeno a basse emissioni rappresenta ancora poco più dell’1% della produzione mondiale, tuttora dominata dalle fonti fossili. Anche il sistema di propulsione conta: nelle celle a combustibile lo scarico è essenzialmente acqua, mentre la combustione diretta dell’idrogeno può generare ossidi di azoto ad alte temperature. Le 129 mila vite, quindi, non sono una promessa garantita ma il potenziale di uno scenario, da verificare con idrogeno realmente a basse emissioni, infrastrutture adeguate e controlli sull’intero ciclo energetico. Lo stesso articolo è per ora pubblicato da Nature in una versione non ancora sottoposta all’editing editoriale definitivo.
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Ran Q., Gaubert B., Fang T. et al., “Health and economic impacts of improved air quality from transitioning global shipping energy to hydrogen”, Nature Communications, pubblicato online il 29 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-76134-x.

