di Ilaria Del Prete
Alex Polidori ha 30 anni e da quasi dieci presta la voce a Tom Holland e a Timothée Chalamet. L’estate 2026 lo vede assoluto protagonista al cinema: dal 16 luglio è la voce di Telemaco nell’Odissea di Christopher Nolan e dal 29 luglio torna a doppiare il supereroe Marvel in Spider-Man: Brand New Day. «Speriamo di non stufare», scherza, «perché è un mese veramente intenso. Il lavoro ormai è fatto, adesso dobbiamo solo godercelo al cinema».
Qual è il luogo comune più sbagliato che si pensa sul mondo del doppiaggio?
«Si pensa che ruoti tutto intorno alla voce, al timbro o alla propria pasta vocale. In realtà la componente principale è la recitazione: il requisito fondamentale è essere attori prima di essere doppiatori. Tant’è che adesso sta andando molto di moda tra i ragazzi, anche grazie ai social che lo hanno reso un ambiente meno misterioso. Ma prima di fare i doppiatori bisognerebbe studiare per diventare attori, perché questa è una specializzazione del mestiere dell’attore. È una doppia interpretazione: tu vai a interpretare un personaggio dovendo seguire uno spartito scritto da un altro, mettendoti al servizio dell’attore originale. Devi attenerti ai suoi gesti, al suo volto, al suo labiale. Più che avere una bella voce, bisogna averla versatile».
Qual è stato il personaggio che ti ha messo più alla prova di recente?
«Sicuramente Marty Mauser in Marty Supreme con Timothée Chalamet. Il personaggio è molto sfaccettato perché lo spettatore deve quasi fare il tifo per lui, ma al tempo stesso odiarlo e disprezzarlo. Riuscire a essere odioso al punto giusto è stato difficile ma molto divertente. In generale i personaggi di Chalamet mi mettono più alla prova di quelli di Tom Holland. Penso a Dune o a Wonka, dove c’era la difficoltà del canto. Lì ho mostrato il mio lato di doppiatore cantante: io nasco proprio come cantante, mio papà è musicista e ha scritto per Bobby Solo e Rita Pavone. Con la musica metto me stesso, mentre nel doppiaggio devi lasciare i tuoi problemi a casa».
Hai mai incontrato Tom Holland di persona?
«Sì, una volta, nel 2017 a Roma per la conferenza stampa di Spider-Man Homecoming. All’epoca c’era meno pressione mediatica, i social erano agli inizi e gli attori venivano blindati un po’ meno. Ci ho chiacchierato un minuto dietro le quinte, mi chiese di dire qualcosa con la voce con cui lo doppiavo e gli feci una battutina. Rimase contento e ci facemmo un selfie che conservo gelosamente. Sentirlo parlare dal vivo mi ha fatto venire i brividi: la sua voce per me è un riferimento così forte, avendoci lavorato per anni seguendo le sue note vocali e le sue intonazioni di testa, che è stato come sentire parlare un familiare anche se non lo conoscevo di persona».
Come si costruisce la voce di Spider-Man?
«Nel provino lavorammo proprio per seguire le note della sua vocalità: lui parla sempre molto di testa, con una voce giovanile, più giovane della sua età. Il personaggio nasce che ha 15 anni e in questa storia ne ha 21-22, quindi anche io continuo a lavorare su un registro più acuto e giovanile, che non è la voce con cui parlo normalmente».
Sei stato un bambino prodigio della Tv. Che ricordi hai di Pippo Baudo e Mike Bongiorno?
«A sette anni ero a Sanremo nel 2003 con Nino Frassica nei panni del Sindaco di Scasazza. Era uno sketch satirico molto semplice: io recitavo questo lunghissimo discorso e ogni volta che Frassica mi toccava la spalla ricominciavo da capo.
Ricordo Pippo Baudo piegato in due dalle risate, si toglieva gli occhiali con le lacrime agli occhi. A cinque anni invece facevo il valletto disturbatore a Bravo Bravissimo. Entravo in scena e raccontavo barzellette a Mike Bongiorno. Fuori dal palco lui si sincerava sempre che io avessi capito che in scena faceva finta di trattarmi male solo per lo sketch. Era un gentiluomo, molto paterno».
Le copie dei film in uscita sono blindatissime. Come hai lavorato per questi nuovi titoli?
«Si lavora sotto massima riservatezza. Spesso doppiamo su versioni video oscurate o sfocate per evitare spoiler. Per Odissea abbiamo doppiato sullo schermo totalmente nero: si accendeva solo un piccolo ovale sul volto del personaggio quando parlava, poi buio totale. Non capisci il contesto, vedi solo il volto. Il direttore del doppiaggio è dovuto volare a Los Angeles per vedere il film intero in una sala privata alla presenza del regista per poterci guidare».
Come vedi il futuro del doppiaggio rispetto all’intelligenza artificiale?
«Ultimamente siamo un po’ più ottimisti dopo un periodo di panico totale. Ci sono stati colleghi che sono andati per vie legali perché alcuni tool illegali hanno usato le loro voci per fargli dire cose mai dette. A livello professionale, per tutto quello che è recitato, per ora non siamo ancora stati intaccati. Il doppiaggio italiano ha troppe sfumature per essere replicato artificialmente in modo credibile. Il rischio vero ci sarebbe se gli attori americani accettassero di farsi campionare la voce per le traduzioni estere, ma credo non lo faranno per motivi etici e artistici, e anche perché agli studios costerebbe comunque molto caro. L’IA potrebbe invece sostituirci in tutto ciò che non è recitato e che è più neutro, come documentari, pubblicità o reality. La nostra vera sfida attuale è la velocità: prima un film si doppiava in un mese, oggi spesso dobbiamo fare tutto in una o due settimane».
Cosa consigli a un giovane che vuole intraprendere questa carriera oggi?
«Consiglio di intraprendere la carriera dell’attore principalmente, prestato poi al doppiaggio o alla radio. Decidere di fare da subito il doppiatore è una cosa molto sbagliata, bisogna avere un bagaglio recitativo al di là del leggio. Sapere cosa vuol dire stare su un set e recitare col corpo ti permette poi di empatizzare con l’attore che vai a doppiare in sala, dove sei fermo davanti a un microfono. I giovani non devono puntare a fare le vocette, devono studiare recitazione. Questo ti salva e ti tutela anche se in futuro il doppiaggio dovesse cambiare, perché l’attore vero che recita dal vivo è più difficile che scompaia».
Se dovessi scegliere un solo personaggio a cui legare la tua voce per il resto della carriera, quale sceglieresti?
«Forse è scontato, ma scelgo Spider-Man. Mi ha dato proprio tanto. Finché Tom Holland sarà Spider-Man spero di esserci io. È un personaggio che, come tanti personaggi di fantasia o mascherati, prende vita solo grazie alla voce: se non parla resta un disegno inanimato, o nel caso di Spider-Man solo una maschera senza volto. Il pubblico spesso si affeziona più alle voci che agli attori in carne e ossa, ed è proprio questo che mi ha permesso, anche grazie ai social, di avvicinarmi tantissimo alle persone e di ricevere un affetto che solitamente a un doppiatore, che lavora nell’ombra, non arriva. Questa voce mi ha dato quasi un superpotere: mi capita di registrare messaggi di auguri per bambini di 7 o 8 anni, o di andare negli ospedali pediatrici insieme a uno stuntman vestito da Spider-Man. Lui si muove, io da dietro faccio la voce e ai ragazzi cambia la giornata. Regalare un sorriso con una frase a me costa pochissimo, ma per loro è tutto. La cosa bella del cinema è che, anche tra cinquant’anni, le nostre voci rimarranno su quei personaggi».
Ultimo aggiornamento: giovedì 30 luglio 2026, 05:00
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