Nel tumore del pancreas la parola “inoperabile” non significa sempre che la malattia abbia già prodotto metastasi. Circa un paziente su tre si presenta con una neoplasia ancora localizzata, ma non asportabile perché avvolge arterie e vene cruciali: è il carcinoma pancreatico localmente avanzato. In questi casi il problema non è soltanto la dimensione della massa, ma il suo rapporto con i grandi vasi. Uno studio pubblicato il 29 luglio 2026 su JAMA Surgery suggerisce che, in pazienti accuratamente selezionati, una radioterapia ad alte dosi possa ridisegnare questo confine e rendere possibile l’intervento. Il trial MAIBE, condotto al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, ha coinvolto 48 persone il cui tumore restava giudicato non resecabile anche dopo almeno tre mesi di chemioterapia.
Quasi tutti i partecipanti, 45 su 48, avevano ricevuto mFOLFIRINOX, uno dei regimi chemioterapici più intensivi utilizzati contro questa neoplasia. Successivamente sono stati trattati con radioterapia ablativa ipofrazionata: 67,5 Gy in 15 sedute oppure 75 Gy in 25 sedute, insieme alla capecitabina. L’obiettivo non era soltanto far diminuire il volume visibile del tumore, ma somministrare una dose capace di ottenere un controllo locale molto più profondo, cercando di risparmiare stomaco e intestino, che si trovano a pochi millimetri dal pancreas. Dopo il trattamento, 17 pazienti sono stati sottoposti a laparoscopia esplorativa e 13, pari al 27% dell’intero gruppo, hanno potuto affrontare la resezione: undici duodenocefalopancreasectomie e due pancreasectomie distali. Per persone rimaste non operabili dopo la chemioterapia, vedere più di una su quattro arrivare alla chirurgia rappresenta un segnale clinico rilevante.
Il dato forse più interessante, però, non riguarda soltanto chi è stato operato. Dopo un follow-up mediano di tre anni, la sopravvivenza a due anni dall’inizio della radioterapia era del 38% nell’intera coorte: 54% tra i pazienti resecati e 31% tra quelli rimasti senza intervento. Anche il controllo nella sede originaria è apparso incoraggiante: a due anni la progressione locale era stimata al 11% nei non operati e al 15% negli operati. Non si sono verificati decessi entro 90 giorni dalla chirurgia. La radioterapia potrebbe quindi avere un doppio ruolo: creare una possibilità chirurgica per alcuni e funzionare come trattamento locale definitivo per altri. Il vero ostacolo restava tuttavia la diffusione a distanza, comparsa entro due anni nel 73% dei partecipanti, a conferma che il tumore pancreatico è una malattia non soltanto locale, ma anche sistemica.

La prudenza è indispensabile. Lo studio era di fase 2, svolto in un solo centro altamente specializzato, senza randomizzazione e senza un gruppo di confronto trattato nello stesso periodo: i risultati sono stati confrontati con controlli storici. Inoltre, chi è arrivato alla chirurgia era inevitabilmente un gruppo selezionato con caratteristiche cliniche e biologiche più favorevoli, perciò la maggiore sopravvivenza non può essere attribuita automaticamente all’intervento. Il trattamento non è stato privo di rischi: eventi avversi gravi legati alla radioterapia sono comparsi nel 12,5% dei pazienti nella fase acuta e nel 26,1% a distanza; l’ascite è stata la complicanza tardiva più frequente. Il messaggio non è che ogni tumore “inoperabile” possa diventare operabile, ma che questa definizione potrebbe non essere definitiva per tutti. Servono conferme multicentriche e randomizzate; intanto, lo studio rafforza l’importanza di valutazioni multidisciplinari nei centri con grande esperienza in oncologia pancreatica.
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Reyngold M, Wei AC, O’Reilly EM, et al. Maximal Ablative Irradiation Because of Encasement for Patients With Locally Advanced Pancreatic Cancer: A Nonrandomized Clinical Trial. JAMA Surgery. Pubblicato online il 29 luglio 2026. doi: 10.1001/jamasurg.2026.2988.

