di
Flavio Vanetti

Le azzurre vanno inizialmente sotto poi recuperano con una straordinaria frazione di Arianna Errigo

HONG KONG – Impressionanti nel modo in cui hanno resistito in un match che stava per sfuggire loro di mano. Micidiali nella maniera in cui l’hanno ribaltato come un calzino e l’hanno trionfalmente vinto. Il quarto oro – di otto medaglie complessive, le altre 4 sono d’argento – di una delle migliori spedizioni della scherma italiana ai Mondiali, è il frutto dell’ennesimo capolavoro della squadra del fioretto femminile. Nella finale contro gli Usa, campionesse un anno fa e quelle che a Parigi ci negavano il titolo olimpico (avendo però in squadra la migliore, Lee Kiefer, ora in maternità), Arianna Errigo, Martina Favaretto, Anna Cristino e Martina Batini sono state sott’acqua per circa metà match (anche 5 stoccate di svantaggio sul 16-21), ma poi si sono ricordate che sott’acqua si possono anche lanciare i siluri. La «capo-sommergibilista» è stata Arianna Errigo, la capitana, la veterana di 38 anni che ha ancora la freschezza di una ventenne e perfino molto di più in termini di scherma e di tecnica, perché l’esperienza è un valore decisivo. Bum, bum, bum: parziale di 12-5 contro Lauren Scruggs e incontro «girato» sul 30-26, dopo che al quinto turno si era ancora sotto (18-21). 

Da quel momento in poi è esistita solo l’Italia. Le americane si sono sciolte, hanno visto ribaltate (giustamente) anche un paio di stoccate e sono inesorabilmente state rottamate. Il parziale dei tre turni conclusivi? 15-3 per le nostre, punteggio finale 45-29. Il semplice commento della Errigo: «Non abbiamo più limiti? Semplicemente abbiamo dimostrato di essere le più forti, quelle capaci di superare perfino i momenti difficili che non mancano mai in ogni match. E’ la rivincita di Parigi? No, quella contiamo di prendercela tra due anni a Los Angeles».
Le fiorettiste chiudono da imbattute la stagione perfetta: oro mondiale, oro europeo, cinque successi nella Coppa del Mondo. E’ la prima volta che l’Italia fa sue in un Mondiale (ovviamente concluso con una «stravittoria» nella classifica per Nazioni) tre gare a squadre. Ed è la medaglia iridata numero 99 (considerando anche quelle individuali) nell’arma di punta. Per la cronaca, i titoli mondiali con la squadra sono 19, mentre 18 sono quelli individuali. Se questa non è una supremazia…



















































Già il successo sulle giapponesi in semifinale era stato un saggio di qualità e di intensità. Le orientali hanno di fatto tenuto solo nell’assalto iniziale, vinto dalla Cristino con il minimo scarto (5-4) sulla Tsuji. Dopo un turno della Favaretto positivo, ma non esplosivo (2-0 sulla Ueno), è stata Martina Batini a imprimere la svolta: 8-1 alla Kikuchi e già +10 (15-5) alla conclusione del primo giro. Da lì in poi è stata una mattanza, come certificano i numeri: nel blocco centrale del match l’Italia ha piazzato 13 stoccate contro 4. Fine del film, anche se le azzurre non hanno smesso di spingere e hanno completato l’opera con un +7 (17-10).
In precedenza era pure stato tutto semplice, guardando i punteggi (45-18 contro Israele, 45-25 contro l’Ungheria), ma tra le pieghe di scarti netti ci sono state fasi un po’ difficili. Solo minima e di breve durata quella vissuta con Israele (sconfitta di Anna Cristina nel secondo assalto, contro la Koren: 4-5 e punteggio di 9-8 per le nostre), più seria quella del primo giro al cospetto dell’Ungheria. In questa frazione hanno perso sia la Cristino (1-5 dalla Kondricz) sia la Errigo (6-7 dalla Papp). Ritrovatasi indietro per 12-15, la squadra ha capito che serviva un cambio di passo. Detto e fatto: 18-7 nei tre match centrali, con la Favaretto a dare la scossa (8-3 sulla Kondricz) e con la Cristino brava a riscattarsi e entrare nel match (5-1 alla Papp). Sbrogliata la matassa (30-22), il finale è stato in scioltezza: parziale di 15-3 e un rotondo +20 (45-25) per salutare la semifinale conquistata. Il Dream Team delle lame del resto non poteva terminare la sua avventura iridata al di fuori dell’orbita delle medaglie.

Non è invece andata benissimo – ma era prevedibile – per gli sciabolatori. Detentori del titolo conquistato un anno fa a Tbilisi con un’impresa straordinaria, erano al massimo ritenuti degli outsider, anche per l’assenza per infortunio del veterano Luca Curatoli. Alla fine hanno concluso all’ottavo posto, ma nei primi due turni del tabellone principale hanno tirato bene. Superati in scioltezza i sedicesimi (45-26 all’Australia), gli azzurri negli ottavi sono venuti a capo del match con i tedeschi, avversario sempre ostico (45-36). Il disco rosso è coinciso con i quarti di finale, al cospetto della Romania, trascinata soprattutto da Covaliu: 36-45. Nella successiva fase di classificazione, l’Italia ha perso 45-40 con la Russia e poi è salita in pedana con la Cina per il settimo posto. Ma il destino ha impedito ai nostri di completare il match: Neri era già stato estromesso da un infortunio alla caviglia e quando pure Gallo è stato bloccato (problema muscolare) è venuto meno il numero minimo per proseguire. Al di là dei verdetti di giornata i nostri sciabolatori devono resettarsi dopo risultati insufficienti e rendersi conto che non basta vincere un titolo per essere automaticamente sempre campioni. Vale la famosa frase di Stefano Cerioni, ex c.t. del fioretto: «In una manifestazione importante non si va a ritirare le medaglie, ma a conquistarle con gli assalti».

30 luglio 2026 ( modifica il 30 luglio 2026 | 14:33)