Auto elettriche, smartphone e sistemi di accumulo promettono un futuro meno dipendente dai combustibili fossili. Ma all’inizio della loro filiera c’è una roccia molto più complessa di quanto racconti l’etichetta. Nel Copperbelt della Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra oltre i due terzi della produzione mondiale di cobalto, i minerali che contengono questo metallo possono ospitare anche uranio naturale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, tra il 2000 e il 2024 potrebbero essere uscite dal Paese da 2.000 a 5.000 tonnellate di uranio incorporate nell’idrossido grezzo di cobalto, la forma con cui viene esportata la quasi totalità della produzione congolese. Non significa, però, che l’uranio finisca automaticamente dentro la batteria pronta all’uso: il lavoro fotografa soprattutto il tratto iniziale della catena, prima delle successive raffinazioni.

Il problema nasce dalla geologia e continua nella chimica industriale. Nel sud del Congo, cobalto e uranio si trovano spesso negli stessi minerali ossidati. Quando il materiale viene frantumato e trattato con acido solforico, entrambi passano in soluzione e tendono a seguire percorsi simili. Le normali fasi usate per eliminare ferro, alluminio e manganese riescono a trattenere solo una parte dell’uranio; per separarlo davvero servono passaggi dedicati, come resine a scambio ionico o l’aggiunta di acido fosforico. Analizzando le importazioni di reagenti e attrezzature di 31 siti minerari, gli autori hanno trovato prove di una rimozione mirata soltanto per una quota minoritaria della produzione cumulativa. In assenza di questi trattamenti, l’impurità può concentrarsi insieme al cobalto e viaggiare nei carichi diretti alle raffinerie estere.

La cifra, tuttavia, non nasce dal campionamento di ogni camion o nave. I ricercatori hanno costruito un modello “di primo ordine” che combina mappe geologiche, concentrazioni chimiche note, dati di produzione, registri commerciali a livello di miniera e diversi scenari di lavorazione. Le 2.000–5.000 tonnellate sono quindi una stima, non un inventario misurato carico per carico. Il margine è ampio proprio perché la quantità di uranio presente nei minerali e l’efficienza degli impianti cambiano molto da un sito all’altro. Lo studio stima inoltre che altre 1.000–4.000 tonnellate possano essere state deviate nei residui minerari, spesso in forme chimiche relativamente mobili. Questi accumuli possono essere trascinati dall’acqua, rilasciati o dispersi nell’ambiente se le vasche e i depositi non vengono controllati nel tempo.

La questione riguarda dunque più i lavoratori, le comunità minerarie e i sistemi di sorveglianza internazionale che chi tiene uno smartphone in tasca. Polveri, contatto diretto con materiali contaminati e radon negli ambienti poco ventilati possono aumentare l’esposizione professionale; l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che il radon prodotto dal decadimento dell’uranio è un fattore accertato di rischio per il tumore del polmone. Sul piano nucleare, meno del 10% dell’uranio stimato nello studio risulterebbe dichiarato pubblicamente e sottoposto a salvaguardie. La corsa al cobalto avrebbe così aperto una falla inattesa: materiale radioattivo naturale che attraversa i confini come impurità di una materia prima “verde”. La risposta indicata dagli autori non è abbandonare le batterie, ma imporre analisi indipendenti dei carichi, separazione obbligatoria dell’uranio, gestione sicura dei residui e una contabilità internazionale capace di vedere anche ciò che oggi viaggia sotto un altro nome.

Manzuk R.A., Philippe S. Uranium in cobalt-hydroxide exports from the Democratic Republic of the Congo. Nature Communications, volume 17, articolo 7415, pubblicato il 30 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-75910-z.

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