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Quando scorrono i titoli di coda fa sempre male. A prescindere. Che tu sia stato un appassionato del prodotto o un feroce critico. Soprattutto se il ‘the end’ viene scritto dopo 38 anni, una vera e propria era geologica televisiva.
Quando “Striscia la notizia” nacque c’era ancora il Muro di Berlino, Ciriaco De Mita era a capo del governo italiano e la Fininvest non godeva dell’opportunità di trasmettere in diretta. Un altro mondo, un’altra epoca.
Se “Carosello” durò vent’anni, “Striscia” ha quasi raddoppiato il periodo. La prova di come il tg satirico sia entrato prepotentemente nelle vite, nelle abitudini, negli usi e nei costumi degli italiani.
Non un programma settimanale, ma quotidiano. Presente ogni sera, all’ora di cena, nella fascia di massima affluenza. E così le sigle, i tormentoni e i mille personaggi passati di lì sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato, addirittura plasmato.
“Striscia” si è convinta che tutto fosse immutabile
“Striscia” ha fatto la storia, pertanto merita rispetto e l’onore delle armi. Tuttavia, non si può non analizzare come si sia giunti a questo punto di non ritorno. Il problema principale è stato non accorgersi del cambiamento, della metamorfosi della società, delle modifiche delle abitudini del pubblico televisivo.
“Striscia” si è convinta che tutto fosse immobile, immutabile, perenne. E’ voluta andare avanti ad oltranza, per ostinazione e per inerzia, negando a più riprese l’evidenza.
Gli ascolti calavano? Guai a dirlo. Anzi, si sfornavano comunicati con letture particolari e stravaganti, totalmente sconnesse dalla realtà. E quando dichiarare la verità – ovvero che la sfida con “Affari Tuoi” non era più sostenibile – non fu più possibile, ecco che mutò la strategia per nascondere la polvere sotto al tappeto: “Striscia è il programma più visto della serata di Canale 5 e di tutte le reti Mediaset – recitavano le note stampa – fa eccezione solo il sabato e solo quando in prime time ci sono i programmi di Maria De Filippi”.
Ma intanto la crisi correva, galoppava, con lo share crollato al 13% e gli spettatori ridotti a 2,4 milioni. Numeri che “La Ruota della Fortuna” ha più che raddoppiato, dimostrando che, sì, poteva esserci vita oltre “Striscia”.
Voler rimanere sempre identica a se stessa è stata la colpa più grave, così come convincersi che rivoluzionare coppie alla conduzione e veline potesse rappresentare un’esca duratura.
L’esempio non colto de “Le Iene”
Sarebbe bastato prendere esempio da “Le Iene”. Nata dieci anni dopo, dal 1997 la creatura di Davide Parenti ha subito mille rivoluzioni, sia estetiche che narrative. Il prodotto ora nelle mani di Veronica Gentili è un lontano parente di quello che lanciò Simona Ventura, che a sua volta somigliava poco a quello ereditato da Ilary Blasi e Luca e Paolo.
E pensare che un’occasione, in extremis, “Striscia” l’aveva avuta: quel trasloco in prima serata dello scorso inverno letto dai più maligni come un ‘trappolone’ per andare a schiantarsi e trovare il motivo per chiudere la baracca.
L’ultima occasione sfumata
Al contrario, quell’esperimento sarebbe potuto essere la chance da cogliere, il jolly da giocarsi in extremis. “Striscia” avrebbe potuto rifondarsi, rigenerarsi, ripresentarsi con un abito nuovo, invece che con gli stessi meccanismi e lo stesso linguaggio sbiadito.
Le risate finte, l’abuso di intelligenza artificiale come nemmeno un anziano lasciato libero davanti ad un pc e sketch datati e forzati non hanno fatto altro che fotografare perfettamente l’anacronismo di uno show che mostrava tutti i limiti di una tv archiviata.
Quindi, tornando al punto di partenza, massimo rispetto per “Striscia la notizia”. Che forse non ha avuto rispetto per se stessa.