di
Federico Rampini

Pechino vuole che il regime sopravviva senza sacrificare i rapporti con sauditi e Golfo

Maestra di ambiguità, la Cina gioca su tre tavoli nella guerra d’Iran. Come principale consumatrice mondiale di energie fossili, prima importatrice di petrolio iraniano, la superpotenza più energivora del pianeta è stata poco solidale col suo fornitore e alleato. Dall’inizio della guerra Pechino ha tagliato del 40 per cento i suoi acquisti complessivi di petrolio, ha attinto alle sue riserve strategiche, ha diversificato gli acquisti verso altri Paesi.

Xi Jinping non ha dato al regime iraniano tutto il sostegno economico su cui contava. Sul piano geopolitico l’ambivalenza è di un altro tipo. In pubblico la Cina si presenta come potenza responsabile, invoca il cessate il fuoco, offre mediazioni. E ripete di non avere fornito armi a Teheran. Affiorano però indizi di un sostegno militare concreto.



















































L’ultima rivelazione della Reuters: l’Iran dovrebbe ricevere missili antiaerei portatili cinesi, fino a 400 sistemi Qw-12 e Fn-16, di un valore fra 60 e 70 milioni di dollari. Pechino definisce la notizia «priva di fondamento», che però si inserisce in una sequenza coerente. In aprile l’intelligence Usa segnalava preparativi per inviare dalla Cina all’Iran sistemi di difesa aerea attraverso Paesi terzi. Prima ancora erano emerse trattative per l’acquisto dei missili antinave supersonici Cm-302, capaci di volare a bassa quota e minacciare le unità americane nel Golfo. Non si può stabilire se quelle forniture siano state completate, ma i negoziati indicano un salto di qualità rispetto al tradizionale commercio di componenti e tecnologie a doppio uso.

Una distinzione su cui la leadership comunista gioca, è fra responsabilità diretta dello Stato cinese e attività di aziende, intermediari e reti commerciali. Da anni componenti elettronici, precursori chimici, sistemi di navigazione satellitare e macchinari cinesi aiutano l’Iran a sostenere i programmi missilistici e i droni. Il petrolio completava il quadro: la Cina per anni ha offerto a Teheran uno sbocco contro le sanzioni e quindi l’ossigeno finanziario necessario per ogni guerra. Anche senza un’alleanza militare formale, Pechino ha alimentato la minaccia iraniana. 

La Cina tuttavia non vuole diventare una protettrice visibile dell’Iran. Non intende farsi trascinare in uno scontro con gli Stati Uniti, né sacrificare i rapporti con Arabia Saudita, Emirati e altri produttori del Golfo, dai quali dipende la sua sicurezza energetica. Per questo pratica l’ambiguità: abbastanza sostegno perché il regime iraniano non crolli, non abbastanza da assumersi il costo geopolitico della sua guerra.

I Paesi arabi chiedono alla Cina di usare la propria influenza per riaprire Hormuz e frenare Teheran. Finora Pechino ha solo protetto i propri interessi: contatti con gli Houthi per mettere al riparo le navi cinesi, acquisti di greggio iraniano scontato, appelli alla pace. Possiede un forte potere di pressione economica sull’Iran, non lo trasforma in pressione politica.

La guerra iraniana diventa così un test della pretesa cinese di essere una superpotenza globale. La Cina intende beneficiare a lungo termine dell’usura degli arsenali americani, sia pure con qualche disagio quando Xi paragona la potenza del Pentagono — il suo addestramento in guerre reali — e le forze armate cinesi che fanno notizia per i generali corrotti.

La cosa più difficile per Pechino è produrre ordine, diventare l’architrave credibile di un sistema alternativo di alleanze. Il suo obiettivo non è la vittoria dell’Iran, è la sua sopravvivenza. Xi vuole impedire che Washington offra in Medio Oriente una prova di forza unipolare; senza assumersi gli obblighi e i rischi della potenza che garantisce la sicurezza della regione.

31 luglio 2026