Per decenni le microglia sono state descritte come una guarnigione nata prima della nascita e destinata a sorvegliare il cervello per tutta la vita, rinnovandosi quasi esclusivamente sul posto. Nei topi questo modello è ben documentato; nell’uomo, però, mancava una ricostruzione altrettanto precisa. Uno studio pubblicato il 30 luglio su Nature cambia il quadro: analizzando i tessuti di 20 donatori anziani, i ricercatori hanno trovato in tutti i cervelli esaminati cellule mieloidi provenienti dal midollo osseo. Una volta entrate nel tessuto cerebrale, queste cellule assumevano caratteristiche molto simili a quelle delle microglia e, in alcuni campioni, costituivano una parte consistente della popolazione immunitaria locale. Il cervello adulto, quindi, potrebbe essere meno isolato e più capace di ricevere “rinforzi” dal resto dell’organismo di quanto si pensasse.

Per ricostruire il viaggio delle cellule, il gruppo coordinato da ricercatori della Stanford University ha sfruttato una sorta di archivio naturale scritto nel DNA. Durante la vita le cellule accumulano mutazioni somatiche, cambiamenti non ereditari che vengono trasmessi alle cellule figlie. Confrontando queste impronte nel sangue e nelle diverse popolazioni cellulari cerebrali, gli studiosi hanno potuto riconoscere le cellule appartenenti allo stesso clone e ricostruirne la genealogia. Le analisi a singola cellula e il tracciamento attraverso varianti del DNA mitocondriale hanno rafforzato il risultato. Non significa che le microglia originarie vengano semplicemente sostituite: suggerisce piuttosto che, con l’età, cellule nate nel midollo possano raggiungere il cervello e adattarsi al suo ambiente fino a diventare “microglia-simili”.

La scoperta si intreccia con un apparente paradosso dell’invecchiamento: l’ematopoiesi clonale, cioè l’espansione di cellule staminali del sangue che hanno acquisito determinate mutazioni. Questa condizione è associata a un maggior rischio di tumori ematologici e malattie cardiovascolari, ma diversi dati la collegano anche a una minore probabilità di Alzheimer. Nel nuovo lavoro, l’analisi di grandi coorti genetiche ha rilevato un’associazione protettiva per molte forme di ematopoiesi clonale. Un precedente studio su Nature Medicine, condotto su 1.362 persone con Alzheimer e 4.368 senza la malattia, aveva rilevato odds di demenza inferiori del 36% nei portatori. Esperimenti pubblicati nel 2025 hanno inoltre mostrato che, nei topi, cellule con mutazioni di TET2 possono infiltrare il sistema nervoso, fagocitare più efficacemente e ridurre placche amiloidi e declino cognitivo. L’ipotesi è che alcuni rinforzi provenienti dal midollo riescano a compensare microglia invecchiate o meno efficienti, ma nell’uomo questo meccanismo non è ancora dimostrato.

La cautela è essenziale. Il nucleo anatomico dello studio comprende soltanto 20 donatori, tutti anziani, e fotografa il cervello dopo la morte: non permette di stabilire quando le cellule siano entrate, che cosa le abbia richiamate né se abbiano realmente protetto i neuroni. Anche il legame con l’Alzheimer resta osservazionale e potrebbe dipendere da differenze genetiche, cliniche o di sopravvivenza. L’ematopoiesi clonale non è dunque una condizione da provocare né una cura: può aumentare rischi seri in altri organi. Il valore della scoperta è soprattutto concettuale. Se si capirà quali cellule riescono a entrare nel cervello, quali segnali le guidano e quali funzioni svolgono, in futuro si potrebbe tentare di riprodurne in modo controllato gli effetti, trasformando il midollo osseo da semplice fabbrica del sangue in una possibile riserva di difese per il cervello che invecchia.

Belk J.A., Zhang Y., Reilly E.E. et al., “Somatic mutations reveal the ontogeny of microglia in human aging”, Nature, pubblicato online il 30 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41586-026-10939-0.

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