di
Elisabetta Soglio

Fino all’ultimo i suoi ragazzi e la sua famiglia sono rimasti accanto a lui in Cascina. Con una unica richiesta: non essere lasciato solo

È morto oggi 31 luglio all’età di 96 anni don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e attivista italiano, padre di Fondazione Exodus, realtà che da oltre 40 anni combatte ogni forma di disagio giovanile. Lunedì pomeriggio alle 15 i funerali nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. 

In queste ultime settimane, con un paio di ricoveri in ospedale e continui alti e bassi di salute, ripeteva solo una richiesta: di non essere lasciato solo. E fino all’ultimo i suoi ragazzi e le sue adorate collaboratrici, la sua famiglia, sono rimasti accanto a lui in Cascina, la loro casa. Ieri sera don Antonio Mazzi, sempre con i ragazzi ha guardato un po’ di tivù, ha chiesto informazioni su qualche progetto e poi questa mattina la nuova crisi e la percezione chiara che questa volta non ci sarebbe stato miglioramento. 



















































Quando i medici hanno suggerito la sedazione, la famiglia gli si è stretta intorno ancora più forte. Cercando serenità ciascuno negli sguardi degli altri. Tutti intorno, ad accompagnare gli ultimi passi di un cammino lungo più di 96 anni, percorso sempre con l’obiettivo di stare vicino ai giovani, accoglierli, non giudicarli ma aiutarli a ritrovarsi. 

Don Mazzi era così sensibile alle fatiche e ai disagi di questa età perché in qualche modo li aveva provati e li aveva affrontati da “ragazzo ribelle” come si definiva. «Penso spesso alla mia mamma, perché l’ho fatta piangere troppe volte», confidava ripercorrendo la sua infanzia segnata dalla morte prematura del padre e ricordando il lavoro instancabile di una donna rimasta vedova troppo giovane con pochi soldi, con Antonio bambino e un secondo figlio in arrivo nella provincia veneta, quella molto povera e molto devota. 

Con la forza e la tenacia che evidentemente gli ha trasmesso, la madre era però riuscita a mettere Antonio al riparo da sé stesso e lo aveva affidato al seminario di Verona per completare l’opera da lei cominciata. La ribellione viene domata con lo studio: teologia, filosofia e poi corsi di psicologia, psicoanalisi e pedagogia. «Avevo bisogno di capirmi e di capire», spiega don Antonio nei suoi scritti.

 Ma il bisogno si tramuta presto in desiderio di «fare per cambiare», partendo sempre da questa emergenza giovanile che cominciava a farsi più acuta verso l’inizio degli Anni 80 con la piaga della tossicodipendenza. A don Mazzi, trasferito a Milano nel 1979, viene affidata la direzione dell’Opera don Calabria che si affaccia sul Parco Lambro. «Passeggiavo in mezzo a tappeti di siringhe e soccorrevo ragazzi sballati, a volte in fin di vita». Progetto Exodus nasce così, nel 1979, e nell’84 arriva dal Comune la concessione di Cascina Molino Torrette: da allora quella sarà per sempre, davvero fino all’ultimo respiro, la sua casa e il riparo accogliente e rigenerativo per centinaia di ragazze e ragazzi che la società aveva dato per persi. A ciascuno di loro si dedica come un padre e come un educatore: spiega loro che si chiamano “Exodus” perché ogni vita è un viaggio e il viaggio è più bello e meno faticoso se si cammina insieme. La sua battaglia contro la tossicodipendenza incontra la benedizione amorevole del cardinale Carlo Maria Martini che in quegli anni può contare sull’azione efficace e generativa di tre sacerdoti diventati “monumenti” per la città: don Mazzi appunto e poi don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna. «Uno coi tossici, uno coi carcerati e uno coi matti: siamo proprio una bella squadra», scherzava don Mazzi parlando dei suoi colleghi di carità.

Sono anni fervidi di impegno e iniziative. Il carattere esuberante e estroverso di don Mazzi facilita anche il salto in tivù, ospite fisso (e amico) di Mara Venier a Domenica In. Don Mazzi, che è già giornalista professionista e collabora con diverse testate, lascia che la sua ribellione ogni tanto torni a fare capolino: e quando qualcuno tra Vaticano e sedi episcopali lamenta il suo “presenzialismo” sul piccolo schermo, replica indirettamente facendo sapere che fosse per lui «i vescovi dovrebbero andare in Africa in missione e dovrebbero stare di più con i poveri».

Intanto Exodus cresce e le sedi si moltiplicano nel Paese insieme a progetti storici come lo sportello SOS in Stazione Centrale e i pulmini della Unità di Strada. Exodus arriva anche fuori Italia, e ovunque ci sia un bisogno dei più giovani don Mazzi cerca di proporre una risposta; di individuare un percorso. Le sue Carovane, «non un pellegrinaggio ma un movimento per la rinascita delle anime e dei corpi», sono la testimonianza più evidente di come il «camminare insieme» sia terapia: ieri per chi era perso nella schiavitù dell’eroina, oggi per chi si impasticca o affronta crisi caratteriali che sfociano nei mali della società moderna, come ansia, depressione e ritiro sociale Negli ultimi anni il suo impegno era stato soprattutto concentrato sulla creazione di una continuità alla Cascina e a tutti i progetti. «Il patrimonio non deve andare disperso» era il suo monito, la sua preoccupazione è il suo desiderio. Anche se la sua capacità di fare squadra già da tempo aveva cominciato a dare frutto nel lavoro competente e ormai rodato di squadre di educatori. 

Lo scorso anno, una delle sue carovane era entrata a far parte di uno studio universitario ed era diventato un docufilm. Don Mazzi aveva chiesto di raccontarlo sulle pagine di Buone Notizie: «Io penso a quelli che verranno dopo. Ho chiesto che si parli ai prossimi educatori, che oggi nemmeno sono nati. Ai ragazzi di domani, che avranno ancora bisogno di uscire da una stanza buia, dai palazzi che oggi vengono su come funghi». Un ultimo dono, la sua feconda eredità: «Di questo si tratta: di un passaggio del testimone, di mano in mano. Da me, a noi, ai giovani che continueranno. Dai primi quarant’anni ai prossimi. Dal metodo intuito ad una metodologia documentata, mantenendo sempre la consapevolezza che l’educazione non si potrà mai tradurre in una ricetta. L’educazione ha i connotati della passione e dell’arte più che quelli freddi del calcolo». Ecco l’insegnamento che ci lascia don Antonio Mazzi: educare significa anzitutto appassionarsi. Magari anche con un pizzico di ribellione.


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31 luglio 2026 ( modifica il 31 luglio 2026 | 18:21)