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Live Report: Savatage + Vision Divine @ Castello Carrarese, Este (Pd), 28/07/2026

Martedì 28 luglio 2026: Castello Carrarese, Este, provincia di Padova. Dopo la data con orchestra sinfonica all’Anfiteatro di Pompei (ve ne abbiamo parlato qui, n.d.a.), i leggendari Savatage toccano l’Italia con una seconda data del “Prelude to Madness European Tour 2026”. Un tour imperdibile, capace di regalare emozioni a non finire, serata dopo serata. Noi di Truemetal.it non potevamo certo mancare. Ci siamo quindi diretti in quel di Este carichi di aspettative, emozionati come ragazzini.

 

 

Live report a cura di Marco Donè

 

Arriviamo al Castello Carrarese d’Este attorno alle 19:30. Raggiungiamo la cassa per svolgere le solite incombenze e nel tragitto incontriamo tantissime facce note, i cui occhi tradiscono grande eccitazione. I Savatage sono i Savatage, c’è poco da fare. Sono una delle formazioni più iconiche della musica dura, una band visionaria, che ha saputo conquistare i cuori di più generazioni. Senza accorgercene, ci ritroviamo con una birra in mano, a dialogare con vari metalhead su cosa potrebbe riservarci la serata. Ci soffermiamo inoltre ad ammirare la location: il Castello Carrarese regala sempre grandi emozioni ed è la giusta cornice per un evento di tale rilevanza. L’ingresso in scena dei Vision Divine è sempre più vicino: prendiamo quindi posto, pronti a gustarci lo show.

Vision Divine

Alle 20:20, puntuali come un orologio svizzero, tocca ai Vision Divine aprire le danze. La band di Olaf Thorsen ha da poco pubblicato un nuovo EP, intitolato “A Clockwork Reverie”, con cui celebrare il ritorno in formazione di Michele Luppi e Oleg Smirnoff. Ma è “Stream of Consciousness” il lavoro su cui i Vision Divine decidono di puntare per la scaletta odierna. Il disco del 2004 è forse il loro album di maggior successo, un lavoro che portò alla ribalta una line-up stellare. E c’è poco da fare: sentire canzoni come ‘The Secret of Life’ o ‘Versions of the Same’ e rivedere insieme Thorsen, Luppi, Smirnoff e Andrea Torricini ci riporta indietro nel tempo di almeno vent’anni. La prova del combo toscano mette in luce le qualità dei singoli: spiccano Mattia Peruzzi alla batteria, autentico randellatore di pelli, e la fenomenale ugola di Luppi. Per lui il tempo sembra davvero non passare mai. I suoni risultano un po’ impastati nelle battute iniziali, ma migliorano con il passare dei minuti. Anche la risposta del pubblico cresce canzone dopo canzone. D’altronde, la qualità dei pezzi è elevata, un aspetto che porta a vivere con trasporto lo spettacolo. Se a questo aggiungiamo la personalità di Luppi, possiamo ben comprendere come i presenti siano stimolati a supportare la prova di Thorsen e compagni. Il tempo scorre rapidamente e i Vision Divine decidono di chiudere la performance con due pezzi da novanta. Arriva infatti la sentita ‘Identities’, dove Luppi chiede al pubblico di inginocchiarsi, dando lui stesso l’esempio sul palco, seguito da Thorsen e Torricini. La parte iniziale del brano, con voce e tastiere, viene eseguita così. All’attacco della batteria, platea e band si alzano all’unisono, creando un momento dal grande impatto visivo. Luppi è semplicemente superlativo al microfono, e i vocalizzi finali sul lick melodico di Thorsen sono impressionanti. Il cantante introduce poi l’ultimo brano in scaletta, ‘La Vita Fugge’, che tante soddisfazioni ha regalato alla band toscana. Il pubblico è caldo al punto giusto e canta con trasporto il ritornello. L’acuto finale di Luppi è disumano. Sono le 21:00 quando i Vision Divine salutano Este con la classica foto dal palco. Prova convincente quella messa a segno dal quintetto italiano, anche se una seconda chitarra avrebbe dato maggiore spessore alla prestazione. Ma questi sono dettagli: i Vision Divine sono una delle istituzioni del metallo tricolore e questa sera hanno dato ampia dimostrazione delle proprie qualità. Aspettiamo con ansia il nuovo album.

Setlist:

Sator Rotas
A Clockwork Reverie
The Secret of Life
18 (It Feels like Heaven)
God Is Dead
Versions of the Same
Identities
La vita fugge

Savatage

Redigere un live report sulla performance dei Savatage è un compito arduo, davvero arduo. Chi ha vissuto il concerto di Este può ben capire a cosa ci stiamo riferendo. La prova del combo americano è stata semplicemente fuori scala. E non ci riferiamo al mero lato tecnico, dove i Savatage hanno spiccato (e con una line-up del genere c’erano davvero pochi dubbi in merito, n.d.a.). A impressionare è stata l’intensità dell’esecuzione, l’interazione con il pubblico, la capacità di trasmettere emozioni. Uno show caratterizzato da una scaletta sensazionale, che ha saputo diffondere in tutto il Castello Carrarese teatralità, drammaticità e pathos. L’atmosfera non è stata semplicemente magica, ha toccato note superiori. Ogni singolo metalhead presente a Este ha avuto la consapevolezza di assistere a un evento unico, irripetibile, destinato a essere leggenda. E tutto questo è stato possibile senza ricorrere a scenografie da urlo o a un’immagine artefatta, con il chiaro intento di generare uno shock visivo. Non ci sono stati fuochi, cryo jet o gerb. I Savatage hanno badato al sodo, hanno lasciato che fosse la musica a parlare; hanno sfoggiato tutta l’eleganza di una visione artistica peculiare. Ma proviamo ad andare per gradi. I Savatage irrompono in scena alle 21:30 e attaccano con la sottovalutata ‘Morphine Child’. I suoni rasentano la perfezione: ogni strumento è definito e valorizzato, con il basso di Johnny Lee Middleton che pulsa sullo sterno. L’ultimo a salire sul palco è Zak Stevens, accolto dal boato del pubblico. Il suo ingresso dà il via allo show. I Savatage, con un passaggio elegante e curato, utilizzano l’intro strumentale di ‘Morphine Child’ come trampolino di lancio per ‘Dead Winter Dead’, che trova subito la partecipazione dell’intero Castello Carrarese. Bastano queste prime note per capire che assisteremo a uno show clamoroso. Zak è in forma strepitosa, Jeff Plate è potente, preciso ed elegante nei movimenti. Middleton crea spessore e groove: è la spina dorsale della band. Chris Caffery e Al Pitrelli sono ormai da tempo una delle coppie d’asce più quotate in circolazione. Alle tastiere, ad accompagnare la compagine di Tampa in questo tour, troviamo Paulo Cuevas e Shawn McNair. I due regalano una presenza scenica energica, oltre a dare man forte sui cori, esibendo grandi doti canore. La scenografia è minimale: uno schermo alle spalle della batteria e due, più piccoli, ai lati del palco. Nel corso della serata verranno proiettate animazioni dedicate per ogni traccia, oltre al logo Savatage, spesso rosso fiammante. La scaletta è da urlo: in breve tempo veniamo travolti da ‘Dead Winter Dead’, ‘Jesus Saves’, ‘Taunting Cobras’ e ‘Tonight He Grins Again’. La platea patavina è caldissima: canta ogni canzone, accompagna la prova del combo americano con cori e battiti di mani ritmati. Ma il pubblico è ancora ignaro di cosa stia per arrivare. Sì, perché come una sorta di crescendo rossiniano emozionale, il pathos della serata dilaga, viene amplificato dopo ogni brano. Arrivano infatti ‘Lights Out’ – in cui Zak è semplicemente sontuoso – la passionale e drammatica ‘Handful of Rain’ e la superlativa ‘Chance’, con il coro polifonico finale che vede in azione Zak, Chris, Paulo e Shawn. Ogni nota è suonata e cantata. Non ci sono basi. L’esecuzione è disarmante, intensa. È quasi irreale, tanto che ci troviamo lì, imbambolati, a chiederci se sia tutto vero quello a cui stiamo assistendo. L’atmosfera è da pelle d’oca. Il pubblico ipnotizzato. Zak è un frontman di razza e sa come aizzare la folla. Ogni qualvolta ne chieda il supporto, la risposta e la partecipazione della platea è totale. I Savatage tengono il palco con esperienza: si muovono con eleganza, occupano ogni angolo dello stage e cercano il contatto visivo con le prime file. È come se ci trovassimo all’interno di una bolla in cui il tempo e lo spazio si sono fermati, lasciando alle emozioni il compito di dettare le regole. Finita ‘Chance’ le luci si spengono e la band si ritira nel backstage per rifiatare. Subito dopo ritornano in scena le tastiere e Pitrelli, che dà il via alla splendida ‘Temptation Revelation’. I tre vengono raggiunti da Plate, Middleton e Caffery, per virare insieme su ‘Prelude to Madness’. Fino a questo momento è Caffery a occuparsi della fase solistica: a lui spettano le parti del compianto Criss Oliva e di Alex Skolnick. Nel finale di ‘Prelude to Madness’ Plate piazza un energico assolo di batteria e, poco dopo, arriva la prima sorpresa della serata. Sì, perché i Savatage sfoderano l’abrasiva ‘Warriors’, cantata da Caffery. Il chitarrista può sfoggiare la sua voce al vetriolo, che ricorda – e non poco – la timbrica di Jon Oliva. Zak ritorna in scena e annuncia ‘Sirens’. Il ritornello è tutto del pubblico, il cui coro quasi sovrasta la band. Ma non c’è un attimo di respiro. Arrivano subito ‘Miles Away’ – in cui Caffery regala un assolo pazzesco e la platea canta all’unisono con Zak tutto il pezzo – la suadente ‘Strange Wings’ e ‘This Is the Time (1990)’, in cui è Pitrelli a occuparsi delle parti solistiche. I presenti vivono con trasporto ogni istante e, a partire da ‘This Is the Time (1990)’, accompagnano i momenti più sentiti con la classica onda del braccio, regalando emozioni su emozioni. E che partecipazione nel ritornello. Ci stiamo piano piano avvicinando alle battute conclusive dello show, ma i Savatage hanno ancora tanto in serbo per il pubblico patavino. Dopo un’incisiva ‘Power of the Night’, classico immancabile in ogni scaletta del combo americano, arriva una ‘All that I Bleed’ non adatta ai deboli di cuore. La prestazione di Zak al microfono è impressionante, così come la partecipazione dei fan. Stevens questa sera è in uno stato di forma incredibile, con una voce calda ed espressiva, che non perde un briciolo di potenza e precisione. Si ritorna indietro nel tempo con ‘Unusual’, che coglie impreparato più di qualche appassionato, per poi dare spazio a un ulteriore crescendo emotivo. È infatti giunto il momento della maestosa e teatrale ‘The Hourglass’, in cui spicca l’ennesimo coro polifonico, interpretato a quattro voci. Il pubblico è completamente coinvolto e nelle parti più cadenzate scandisce il tempo con un fragoroso battito di mani ritmato. Il finale è pura poesia: Zak rimane sul palco, accompagnato dalle tastiere di Paulo, e interpreta uno dei passaggi più delicati ed eleganti dell’intera serata: che classe. Non c’è un attimo di respiro: il cantante annuncia che, sebbene non sia presente, Jon ha comunque voluto portare un messaggio speciale. Sul grande schermo viene lanciata una registrazione di Jon al piano, che ringrazia i fan e dà il via all’immortale ‘Believe’. Caffery compare sul palco e invita la platea ad accendere la torcia dei telefoni. Subito dopo i Savatage ritornano in scena per la parte conclusiva del brano. Il ritornello viene cantato dall’intera Este e durante l’assolo di Caffery sullo schermo compaiono in rotazione varie foto di Criss Oliva. Le emozioni sono troppe e una lacrima finisce per solcare il volto dei presenti. Ma non è finita qui: i Savatage chiudono il proprio set con ‘Gutter Ballet’ ed ‘Edge of Thorns’, giusto per incrementare la dose di teatralità della serata. In ‘Edge of Thorns’ fa impressione il muro di suono creato da Middleton e Plate, su cui Caffery può dare libero sfogo a uno degli assoli più iconici della band. I Savatage salutano Este e si ritirano nel backstage. Il pubblico non ci sta. Ne vuole ancora. All’appello manca almeno una canzone. La compagine di Tampa lo sa e rientra subito in scena, sfoderando ‘Hall of the Mountain King’. La suonano con un tiro pazzesco e il ritornello è cantato dall’intero Castello Carrarese. È l’apoteosi. Il finale si trasforma in un’autentica festa, con una pioggia di plettri sul pubblico. Plate lancia sei bacchette alla folla e raggiunge gli altri per il classico saluto con inchino. Giusto il tempo dell’immancabile foto dal palco e alle 23:25 i Savatage, soddisfatti ed emozionati, ringraziano i fan in visibilio e rientrano nei camerini. Serata epocale.

Setlist:

Morphine Child (Intro strumentale)
Dead Winter Dead
Jesus Saves
Taunting Cobras
Tonight He Grins Again
Lights Out
Handful of Rain
Chance
Temptation Revelation
Prelude to Madness
Warriors (Chris alla voce)
Sirens
Miles Away
Strange Wings
This Is the Time (1990)
Power of the Night
All That I Bleed
Unusual
The Hourglass
Believe
Gutter Ballet
Edge of Thorns

Encore:

Hall of the Mountain King

Conclusioni

Evento indimenticabile quello vissuto al Castello Carrarese d’Este. Con la loro performance, i Savatage hanno effettuato una dimostrazione pratica del significato della parola artista. Hanno suonato magistralmente, divertendosi, evidenziando affiatamento e rispetto reciproco. Sottolineiamo la scelta di lasciare quasi tutte le parti solistiche a Chris Caffery, che ha sfoderato una prova sontuosa. Pitrelli, invece, ha potuto sfoggiare la sua classe nei brani tratti da “Dead Winter Dead” e “The Wake of Magellan”, i dischi dei Savatage in cui è stato attore protagonista. Abbiamo assistito a un concentrato di classe, eleganza ed espressività, con l’esaltazione dell’impatto emotivo di ogni singolo brano. I Savatage hanno puntato su una scaletta che permettesse di realizzare tutto questo, con il chiaro intento di creare un legame indissolubile con i fan. La reazione del pubblico e i commenti estasiati a fine concerto sono un chiaro segnale di come la band abbia giocato alla perfezione le proprie carte. E per chi ha avuto la fortuna di vederli in azione in passato, fa quasi impressione constatare come questi Savatage suonino meglio di quelli di venti e più anni fa. D’altronde, lo si sa: il vino di pregio migliora con gli anni. A fine serata abbiamo avuto inoltre la fortuna di incontrare la band. Abbiamo sì trovato dei musicisti disponibili con i fan ma, soprattutto, siamo entrati in contatto con il lato umano di ognuno di loro. Abbiamo così conosciuto degli artisti umili, con i piedi per terra, che hanno voluto assaporare le reazioni a caldo dei presenti, immergendosi tra loro. Un aspetto che eleva ulteriormente la caratura della compagine floridiana. La location si è rivelata splendida, con gli spazi gestiti ottimamente. E dopo la serata all’Anfiteatro di Pompei, possiamo dire che i Savatage hanno buon gusto nel selezionare le sedi dei propri eventi. Concludiamo il nostro articolo menzionando i Vision Divine, che hanno regalato un’ottima prova. La formazione toscana ci ha riportato indietro nel tempo, grazie a una line-up capace di smuovere ricordi ed emozioni. Ora attendiamo il nuovo album: le aspettative sono elevatissime. Noi ci fermiamo qui. L’appuntamento, come sempre, è per il prossimo concerto. Horns up!

Marco Donè