di
Lorenzo Giliberti
L’inviato della trasmissione di Canale 5, che dopo 38 anni non andrà più in onda, ringrazia Antonio Ricci («un maestro») e cerca di darsi una spiegazione: «Piacciono solo gli ultrà, informazione e satira impoverite»
Dopo 38 anni cala il sipario su Striscia la notizia. Il tg satirico ideato da Antonio Ricci non tornerà nei palinsesti Mediaset, chiudendo una delle esperienze più longeve e riconoscibili della televisione italiana. La conclusione arriva dopo un’ultima edizione più breve del consueto e la chiusura dei profili social del programma. Con Striscia scompare dalla televisione generalista un punto di riferimento per quanti, di fronte a un sopruso o a un problema, si rivolgevano ai suoi inviati. La chiusura apre una riflessione sul futuro della satira nella tv nazionale. A esprimere amarezza è Alessio Giannone, in arte Pinuccio, per anni tra i volti principali del programma e protagonista di numerose inchieste, soprattutto al Sud.
Lei è stato uno dei volti principali di Striscia negli ultimi dieci anni. Si aspettava questa conclusione? Quale sensazione prova e quanto pensa che l’Italia abbia ancora bisogno di questo tipo di informazione?
«È una decisione che era nell’aria da tempo, ha chiuso da poco i social e l’anno scorso aveva già fatto un’edizione un po’ corta. Un programma del genere lascia evidentemente un vuoto. “Mo lo diciamo a Striscia” era un claim che ogni tanto sentivi per strada quando qualcuno subiva un’ingiustizia. Non ho capito Mediaset che tipo di ragionamento abbia fatto. L’Italia avrebbe tanto bisogno di questo tipo di informazione. Il problema è che ormai, dai giornali ai canali televisivi, va di moda lo schieramento. Funziona chi si schiera verso una linea politica, che poi diventano ultrà: Rete 4 contro La7, Rete 3 contro Rete 1. Credo che volutamente si sia voluto questo impoverimento, sia della gente che apprende le cose sia di chi deve dare notizie. Ce ne sarebbe bisogno, però con Vannacci che sta arrivando al 10 per cento questa è la nostra nazione».
C’è chi ha insinuato che proprio la linea editoriale libera di Antonio Ricci possa aver pesato sulla decisione. È una lettura che condivide?
«Questo non lo so, perché la linea editoriale è stata sempre libera anche rispetto alla rete. Se poi a qualcuno ha dato fastidio, non lo so. Se ti occupi di problemi e di satira politica non ti puoi aspettare un allineamento. O lo fai o non lo fai. Per quanto mi riguarda Antonio Ricci è quello che mi ha insegnato tutto. Il rammarico per come può essere trattata una persona che comunque per Mediaset ha fatto tanto fa capire che le società, qualsiasi esse siano, non hanno un’anima e ragionano per calcoli imponderabili».
Pensa che il pubblico possa avvertire la mancanza del programma fino a spingere Mediaset a fare un passo indietro?
«No, il popolo è distratto, non gliene frega niente a nessuno di niente. Oggi stanno a pensare alla Nazionale di calcio italiana e al ct, ieri stavano a pensare al gioielliere condannato, domani penseranno a qualche altra cosa. La gente perde le cose senza soffermarsi su quello che accade, non solo rispetto a Striscia, ma rispetto a tutto».
Ora che questa esperienza si è conclusa, qual è il servizio o l’inchiesta che conserva maggiormente nel cuore?
«Il caso Eni in Basilicata, insieme a tutta la storia di Aboubakar Soumahoro. Sono state due inchieste che non mi hanno divertito, ma mi hanno incuriosito per poi arrivare a conclusioni che hanno meravigliato pure me».
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1 agosto 2026
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