ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE. Nelle sale dal 12 agosto
Ribaltare le leggende, rivederle in chiave di attualità è uno degli sport preferiti dei tycoon di Hollywood. Distruggere e ricreare. Obiettivo: spiazzare, cercando condivisione. La logica c’è, ma c’è anche il rischio di stravolgere la realtà. Chi fu realmente Robin Hood, del resto, nessuno lo sa. Non esistono documenti che ne attestino l’esistenza. Esistono invece citazioni convergenti nelle ballate medievali, dove si parla di un eccellente arciere, in lotta contro lo sceriffo di Nottingham, innamorato di Lady Marion, nascosto nella foresta di Sherwood. Il principe dei ladri: uno che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Il margine è ampio per trasformare la leggenda in una metafora del caos medioevale. Allora come oggi. Dove la miseria morale supera di gran lunga la grandezza. Robin diventa un esempio malleabile della post verità. E allora dimenticate la favola Disney, la calzamaglia di Errol Flynn, il costume stiloso di Kevin Costner e persino l’epica muscolare di Russell Crowe.
Il Robin Hood firmato da Michael Sarnoski — regista di A quiet place – Giorno 1 — è un feroce assassino, capo di una temuta banda di tagliagole. Senza regole e senza pietà, più violento che audace. Destrutturazione smart del mito. Il quasi-eroe da ballata delle Highlands diventa un criminale crudele, cupo, respingente. Pensando, forse, al cinema plumbeo / fangoso di Robert Eggers, Sarnoski costruisce un’opera intimista, ma con l’impianto di un blockbuster, ambientata tra brughiere, scogli, monasteri. E se dal punto di vista formale il film è impeccabile —grazie anche alla fotografia desaturata di Pat Scola —, la sceneggiatura si concede qualche lentezza di troppo, riscattandosi solo con la potenza emotiva del finale.
Inghilterra, 1247. Tutti in quel Paese livido e disperato conoscono la leggenda di Robin Hood. Ma pochi sanno che si tratta di una gigantesca bugia. Lo ammette lo stesso Robin di Locksley (Hugh Jackman), che incontriamo vecchio, ingrigito, malato. Un lupo ferito nel corpo e nell’anima, consumato dall’ossessione del sangue versato. Nell’ennesima battaglia il fuorilegge viene ferito a morte. Della banda è rimasto solo Little John (l’eccellente Bill Skarsgård), padre in pericolo, costretto a scappare dopo un agguato in cui viene uccisa l’adorata moglie. Braccato dai nemici, Robin trova rifugio nel monastero sul mare della priora Brigid (l’intensa Jodie Comer) e conosce per la prima volta la quiete interiore, la cura amorevole, anche se il confronto quotidiano con suor Brigid e un lebbroso ospite del ricovero si trasforma in un vero processo morale. La priora costringe il bandito a guardare dentro l’abisso dei crimini compiuti, smontando la retorica dell’eroe del popolo da lui stesso alimentata per spingere «gli sciocchi a seguirlo nell’oscurità».
Quando i nemici assediano la rocca, il grande peccatore imbraccia l’arco un’ultima volta per proteggere la comunità che gli ha concesso una dignitosa espiazione. Hugh Jackman, con un’interpretazione straordinaria, fuori standard, accende il film dalla prima all’ultima sequenza. Barba e capelli grigi, occhi famelici, Robin è una belva ferita pronta alle peggio cose per sopravvivere alla barbarie. Spara, addenta, azzanna, dilania, sventra, incendia, trafigge di freccia e di coltello. Jodie Comer è Brigid, la sua nemesi, il palpito finale di una coscienza alla deriva.
ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE di Michael Sarnoski
(Usa, 2026, durata 123’, I Wonder Pictures)
con Hugh Jackman, Jodie Comer, Bill Skarsgård, Noah Jupe, Murray Bartlett
Giudizio: 3,5 su 5
Nelle sale dal 12 agosto