di Luca Mastrantonio

L’assassinio politico del grande intellettuale spagnolo (agosto del 1936) continua a non avere una ricostruzione chiara, tra l’omertà imposta dal regime, i tradimenti e un enigmatico silenzio della famiglia

Il crimine fu in Granada. È il titolo dei versi di Antonio Machado per l’amico Federico García Lorca. «Lo si è visto, mentre camminava fra i fucili /per una lunga strada / arrivare su un freddo prato, / mentre brillavano le stelle dell’alba. / Uccisero Federico / mentre la luce spuntava». A lungo non si è saputo altro dell’assassinio del più grande poeta spagnolo del Novecento. Vago è il luogo della fucilazione, della sepoltura, persino il giorno è incerto. L’indomani dell’arresto del 16 agosto 1936, all’alba. O il 18, il 19… Il corpo, mai trovato.

Il crimine fu in Granada, la Granada franchista. Eppure, segnalano recenti sondaggi (nel 2025 per el Pais) la generazione Z ignora largamente la matrice politica dell’assassinio. Non solo a destra, dove si arriva a dare la colpa ai repubblicani. Fino al parossismo: la deputata di Vox, Mireia Borrás, dice che il poeta avrebbe votato per Vox perché «amava la Spagna». E nel mirino della destra c’è la Legge sulla memoria democratica, voluta dal governo socialista anche per fare luce sulle oltre 100 mila vittime del franchismo. Intanto, nel 2026 è arrivato il film su Lorca La bola negra.



















































Aveva 38 anni Lorca quando il generale Franco nel 17 luglio 1936 avviò il golpe per rovesciare la Seconda Repubblica, cui segue la rivolta delle classi popolari: la Guerra civile. Nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, figlio di un ricco proprietario terriero, e una maestra elementare dall’anima artistica. Cresce a Granada, studia a Madrid, nella Residenza degli Studenti.

Il primo dramma fu un fiasco: Il maleficio della farfalla, storia d’amore non corrisposto di uno scarafaggio per una farfalla ferita. Il successo teatrale arriva con Nozze di sangue e Yarma, anche se il capolavoro, La casa di Bernarda Alba, affresco di una famiglia tradizionale asfittica, verrà rappresentato postumo. Incompiuto il dramma I sogni di mia cugina Aurelia, elegia sull’infanzia nella finca La Huerta de San Vicente, vicino Granada, residenza di tante estati, dove scopre l’amore per la musica imparando a suonare il pianoforte a coda.

Aveva già scritto versi memorabili, capaci di fermare il tempo come Lamento per Ignacio Sánchez Mejías, l’amico torero morto a Madrid per una incornata: «A las cinco de la tarde. / Eran las cinco en punto de la tarde». E di far sfarfallar le parole, come nell’incipit del Romance sonámbulo «Verde que te quiero verde / Verde viento. Verdes ramas» dove l’assonanza tra “verde” e “verte”, cioè “vederti”, fa sì che da «Verde che ti voglio verde» si passi a «Verde che ti voglio vedere».

Lorca ha l’orecchio assoluto. Come Salvador Dalì la mano o l’occhio Luis Buñuel, sono il trio della Generazione del 27, anno in cui si riunì a Siviglia un gruppo di artisti e scrittori per celebrare Luis de Góngora.

Viaggi e soggiorni, grazie all’appoggio del suo protettore, Fernando de los Rios, ministro socialista: nella Grande mela, dove scrisse Poeta a New York, e a Cuba. A Buenos Aires tiene la conferenza Teoria e tecnica del duende, su poesia, flamenco e corrida, dove il duende è danza di amore e morte: «Un uomo in Spagna è più vivo come morto che in qualsiasi altro posto al mondo: il suo profilo ferisce come il filo di un rasoio».

Nonostante le pressioni degli amici, non si era mai iscritto al Partito comunista, ma era un simbolo degli ideali repubblicani. Nel giugno 1936, al Sol di Madrid, dice: «Sono uno spagnolo integrale, ma detesto chi è spagnolo solo per il fatto di esserlo. Sono fratello di tutti e detesto l’uomo che si sacrifica per un’idea nazionalista astratta, perché ha i paraocchi. Un bravo cinese mi è più vicino di un cattivo spagnolo».

Era tutto ciò che i nazionalisti odiavano. I giornali di destra parlano della sua omosessualità, del suo «marxismo ebreo». Andare in Messico, o in Colombia, sarebbe meglio, ma a metà luglio torna da Madrid a Granada per l’onomastico del padre, Federico come lui. Le perquisizioni alla finca si intensificano. I franchisti pensano che il poeta sia una spia dell’Urss, cercano una radio che credono installata nel pianoforte a coda.

Il poeta si rifugiò a casa Rosales, famiglia dell’amico Luis, falangisti della prima ora. La Falange è la formazione di estrema destra ispirata al fascismo, un posto sicuro, se non fosse che Ramón Luis Alonso, deputato della cattolica CEDA che volva proporsi come garante dell’ordine, si eccitò all’idea di pizzicare i suoi rivali a nascondere un Rosso, che «ha fatto più danni con la penna di quanti altri ne abbiano fatti con le pistole». E in effetti alcune frasi erano una sentenza: «La borghesia di Granada, la peggiore di Spagna».

Il 16 agosto 1936 casa Rosales, in calle Angulo, è circondata da miliziani del Govierno Civil, appostati anche a piazza Los Lobos, calle Guadalajra e Tablas. «C’erano guardie con fucili ovunque, anche sui tetti. Non corsi per paura, la paura ha bisogno di spazio» racconta lo scultore Eduardo Carretero, parente del poeta. Aggiunge Miguel López Scribano, figlio del proprietario del bar di fronte. «Giocavamo a calcio per strada, i soldati ci fecero andare via, ma io abitavo lì e dal balcone vidi che portavano via Federico: aveva un pantalone grigio scuro, camicia bianca con le maniche arrotolate. E una cravatta, lenta larga, poiché il colletto era sbottonato».

Alonso porta Lorca nelle celle del Governo civile di Granada, dove notabili della Falange, e i fratelli Rosales, cercano invano di intercedere presso il Governatore José Valdés Guzman che ha da poco fatto uccidere Manuel Fernandez Montesinos, socialista sindaco di Granada, cognato di Lorca. Sopra Valdés c’era il generale Queipo de Llano, a capo dei golpisti nel Sud, a Siviglia, difficile non l’abbia consultato. 

«Dagli caffè, tanto caffè», sarebbe stata la risposta. È l’espressione che de Llano usava nei suoi interventi alla Radio: CAFÈ sta per Camarada, Arriba Falange Española. Cioè morte.

La nipote del generale, Ana, in Queipo de Llano. Gloria e infortunio de un general sosterrà che il padre fosse all’oscuro e contrariato: «In guerra i morti sono inevitabili – avrebbe detto –, ma questa è un errore politico imperdonabile». C’è però una foto che lo mostra, a un anno dall’assassinio di Lorca, che passe in rassegna le milizie al campo di addestramento vicino a Víznar, dove i pozzi erano usati come fosse comuni.

Anche la figlia di Alonso, l’attrice Emma Penella, proverà a difendere il padre: avrebbe solo eseguito gli ordini, e Lorca era un’esca per Fernando de los Ríos. Lei, intanto, ha rimosso il cognome paterno.

Il nipote di Miguel Rosales, Gerardo, ne Il silenzio della famiglia Rosales accusa il capofamiglia di non aver difeso Lorca. Mentre Luis scriverà un’opera teatrale dove racconta di un tradimento tra amici: resa pubblica postuma, nel 2025, l’opera più che una confessione sembra l’elaborazione di un senso di colpa. Lo stesso con cui deve aver convissuto la sorella di Lorca, Concha, se è vero quanto sostiene Ian Gibson, ispanista irlandese, che fu lei a indirizzare i miliziani a casa Rosales, temendo che altrimenti avrebbero ucciso il padre.

Intanto, nei giorni successivi all’arresto, proprio il padre di Lorca sta raccogliendo soldi per provare a ottenere la liberazione del figlio, come gli ha suggerito un capitano franchista. Il 1° settembre ‘36 il quotidiano repubblicano ABC titola: Hanno assassinato Lorca?. La conferma è pubblicata una settimana dopo. La fucilazione era avvenuta in fretta, in gran segreto, con uomini agli ordini del capitano della sicurezza di Granada, José Nestares, che al plotone aveva promesso denaro e promozioni. I fucili sono Mauser, arrivano dalla Germania nazista.

Il regime negherà per decenni, Lorca è un tabù. «Si è parlato molto all’estero di uno scrittore di Granada», scrive Franco in Parole del Caudillo «molto, perché i Rossi hanno usato questo nome come strumento di propaganda. La verità è che, agli albori della rivoluzione a Granada, questo scrittore morì tra i ribelli; questi sono gli incidenti naturali della guerra».

Già nei giorni successivi all’assassinio, in realtà, alcuni sicari se ne vantavano. Antonio Benavides Benavides, cugino di Lorca, al pittore Gabriel Morcillo avrebbe detto: «Don Gabriel, questa mattina abbiamo ammazzato il suo amico, il poeta cabezón», cioè “testone”. E Juan Luis Trescastro Medina, al bar aggiungeva: «Gli ho sparato due colpi nel culo a quel maricón», cioè “ricchione”.

I resti di Lorca potrebbe far luce su dove è stato colpito, quante volte. Se ha subito torture. Il verbale di polizia – reso noto sulla stampa solo nel 2015 – riporta come accuse «pratiche omosessuali, aberrazione diventata vox populi», «massoneria», «dichiarazioni pubbliche e relazioni socialiste». La data dell’arresto è imprecisa, tra fine luglio e i primi di agosto. Nessun processo: «Fu fucilato dopo aver confessato e sepolto molto vicino alla superficie in un burrone a due chilometri a destra di Fuente Grande, in un luogo molto difficile da localizzare». Si parla, senza dettagli, di un’altra persona fucilata con lui. Non tre, come sempre si era creduto: ovvero il maestro elementare repubblicano Dioscuro Galindo, ateo e zoppo, e due banderilleros, Francisco Galadi e Joacquin Arcollas, anarchici.

Nonostante gli scavi andati a vuoto più volte, Gibson, tornato in libreria con Non mi hanno trovato, insiste che bisogna cercare a Fuente Grande, ad Alfacar, poco dopo Viznar. Nel 1986, quando fu inaugurato il parco per Lorca a 50 anni della morte, durante i lavori furono ritrovati resti umani, ma furono spostati, senza repertarli o indicare il nuovo sito. Dettaglio intrigante: c’era una stampella, che fa pensare al maestro forse ucciso con Lorca, zoppo. Dettaglio inquietante: la notizia fu data solo nel 2008, con ogni reato prescritto.

Il primo a indicare quei luoghi, e un ulivo in particolare, fu Manuel Castilla Blanco, Manolo il comunista, che prima all’ispano-americano Agustín Penón, poi a Gibson, mostrò dove assicurava di aver sepolto Lorca. Peccato che lui a Vìznar fosse arrivato dopo il fatto.

Altri ulivi furono indicati dai miliziani intervistati da Molina Fajardo, archeologo e falangista, che con Gli ultimi giorni di Garcia Lorca volle far luce sull’infamante vicenda (e ridimensionare il ruolo dei falangisti).
«Mio fratello è sepolto lì» scrisse la sorella minore di Lorca, Isabel, negli Anni 90, per bloccare il progetto di un campo da calcio proprio tra le fosse comuni. La famiglia, per il resto, su scavi e ricerche dei resti è fredda. Lorca rappresenta tutti quelli che sono scomparsi, dicono, è giusto che stia con loro.

Per Gibson, la famiglia ha goduto dei diritti di pubblicazione delle opere del poeta, nel 1954 per Aguilar, in cambio del silenzio. E non solo. I resti di Lorca – ecco l’ipotesi avanzata da altri – sarebbero tornati a casa da tempo. Dove sono? Negli Usa, accanto al padre, a Madrid, con la madre o, addirittura, nella finca Huerta San Vicente. Sotto la stanza del pianoforte a coda, magari. Dove oggi i turisti accorrono, dove Lorca ha imparato a suonare. Una favola? Certo, è un’ipotesi meno assurda della radio fantasma per parlare con Mosca che i falangisti avevano cercato pochi giorni prima di ucciderlo.

1 agosto 2026