Un’epidemia senza rete

Nell’Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, l’Ebola non è arrivata come un’esplosione improvvisa, ma come un’onda cresciuta caso dopo caso: un decesso in un villaggio, un’infermiera contagiata, un paziente giunto troppo tardi al centro di trattamento, un funerale svolto senza protezioni adeguate. Oggi il bilancio ufficiale parla di 3.532 casi confermati e 1.556 decessi, con una letalità del 44,1%. È il secondo focolaio di Ebola più grande mai registrato, dopo quello dell’Africa occidentale del 2014-2016. A rendere l’emergenza ancora più difficile è il ceppo responsabile, il Bundibugyo, contro il quale non esistono al momento vaccini o terapie approvate. Le contromisure si basano quindi soprattutto su diagnosi rapida, isolamento, assistenza intensiva, tracciamento dei contatti e controllo delle infezioni.

Il virus si muove con le persone

L’epicentro resta l’Ituri, dove si concentra la grande maggioranza dei casi, ma il virus ha già raggiunto anche North Kivu, South Kivu, Haut-Uele e Tshopo. La crescita dei numeri non dipende soltanto da una trasmissione intensa: riflette anche il potenziamento dei laboratori, della sorveglianza e il recupero di casi rimasti fuori dai registri. All’inizio di luglio la capacità diagnostica era passata da circa 30 test al giorno a oltre 2.000, grazie a dieci laboratori decentralizzati. Vedere meglio l’epidemia, però, significa anche scoprire quanto fosse già estesa. In un’area segnata da mobilità continua, insediamenti precari e confini attraversati ogni giorno, seguire migliaia di contatti per 21 giorni diventa un’impresa. Basta che una persona sfugga al monitoraggio perché il contagio torni invisibile.

Ospedali e comunità sotto pressione

Il contesto in cui l’Ebola si sta diffondendo è parte integrante dell’emergenza. Conflitti armati, attacchi alle strutture sanitarie, scioperi e salari non pagati rallentano la risposta e mettono a rischio anche chi dovrebbe contenere il virus. A metà luglio risultavano 119 operatori sanitari contagiati e 36 morti. Quando un ospedale non riesce a proteggere medici e infermieri, può trasformarsi da argine ad amplificatore del focolaio. Ma la battaglia non si gioca soltanto nei reparti. Segnalare subito i sintomi, accettare il test, modificare i rituali funebri e collaborare con il tracciamento richiede fiducia. In molte comunità, invece, pesano anni di violenza, abbandono e promesse mancate. Le esperienze raccolte sul campo mostrano però che informazioni chiare, risposte rapide e sepolture sicure ma dignitose possono aumentare l’adesione alle misure di prevenzione.

Una crisi che va oltre la medicina

I bambini sono tra i più vulnerabili: nelle aree a rischio vivevano già a fine giugno circa 2,95 milioni di minori, mentre oltre 130 erano rimasti orfani nella sola Ituri. L’epidemia colpisce inoltre famiglie già esposte alla fame, perché quarantene, paura e limitazioni agli spostamenti riducono l’accesso al lavoro, ai mercati e al cibo. L’assistenza alimentare non è separata dal contenimento sanitario: una famiglia che non sa come mangiare difficilmente potrà rispettare un isolamento prolungato. La ricerca prova intanto a recuperare terreno. A Bunia è stato avviato un trial su MBP134 e remdesivir, da soli o in combinazione, mentre l’OMS ha inserito nella propria lista d’uso d’emergenza un primo test specifico per il virus Bundibugyo. Sono passi importanti, ma ancora insufficienti. Il rischio globale resta basso, perché l’Ebola non si trasmette per via aerea; quello regionale, invece, rimane elevato. Fermare il focolaio significa quindi molto più che inseguire un virus: vuol dire proteggere chi cura, sostenere chi si isola, ricostruire fiducia e portare strumenti scientifici dove la fragilità sociale ha aperto la strada al contagio.