Da anni la ricerca osserva un’anomalia: tra le persone con una storia familiare di Alzheimer, la madre compare più spesso del padre. Non significa che la malattia venga automaticamente “trasmessa” per linea materna, né che chi ha una madre malata sia destinato a svilupparla. Il segnale, però, è abbastanza ricorrente da essere diventato uno dei filoni più studiati della neurologia. Le nuove analisi non guardano soltanto alle diagnosi, che arrivano quando il danno è già avanzato, ma ai cambiamenti invisibili che possono comparire anni prima: accumulo di beta-amiloide, diffusione della proteina tau, riduzione del metabolismo cerebrale, alterazioni della materia bianca e sottili variazioni cognitive. Nella coorte canadese PREVENT-AD, nata per seguire adulti ancora sani ma con familiarità per la demenza, i ricercatori stanno ricostruendo questa fase silenziosa attraverso visite ripetute, imaging e profili genetici. L’obiettivo è capire se la linea materna lasci un’impronta biologica misurabile prima dei sintomi.

La pista più intuitiva conduce ai mitocondri, le piccole centrali energetiche delle cellule. Il loro DNA viene ereditato quasi esclusivamente dalla madre, mentre il padre contribuisce al patrimonio genetico nucleare ma non, normalmente, a quello mitocondriale. Poiché il cervello consuma enormi quantità di energia, una vulnerabilità nella funzione dei mitocondri potrebbe favorire nel tempo stress ossidativo, infiammazione e difficoltà nel mantenere efficienti i neuroni. Alcuni studi di imaging hanno osservato nei figli di madri con Alzheimer un metabolismo cerebrale più basso, una maggiore atrofia in regioni vulnerabili o un carico amiloide superiore rispetto ai figli di padri malati. Sono indizi, non prove definitive. La loro ripetizione in coorti differenti ha però mantenuto aperta l’ipotesi che una parte del rischio familiare possa viaggiare attraverso la biologia energetica ereditata dalla madre.

Un secondo sospetto riguarda il cromosoma X. Le donne ne possiedono due e, in ogni cellula, uno viene in gran parte silenziato. Questo processo non è perfetto e può cambiare con l’età: alcuni geni possono sfuggire al blocco, mentre l’origine materna o paterna del cromosoma potrebbe produrre effetti epigenetici differenti. Studi sperimentali recenti hanno suggerito che un cromosoma X materno attivo possa influire sull’invecchiamento dell’ippocampo e sulla memoria, almeno nei modelli animali. Il cromosoma X potrebbe quindi comportarsi contemporaneamente come fattore di vulnerabilità e come riserva di protezione. Il quadro si complica perché le donne sono più numerose tra le persone con Alzheimer: una parte della differenza dipende dalla maggiore longevità, ma età, ormoni, menopausa, metabolismo, salute vascolare e variante APOE ε4 possono modificare il rischio in modo diverso nei due sessi.

Le immagini cerebrali hanno reso il fenomeno ancora più concreto. In migliaia di adulti cognitivamente sani, una storia materna di problemi di memoria è stata associata a livelli più elevati di beta-amiloide rispetto a una sola storia paterna. Altri lavori hanno però prodotto risultati meno lineari: in alcune analisi la storia paterna è sembrata legata a una maggiore vulnerabilità alla diffusione della tau, mentre studi di popolazione non hanno rilevato differenze nette tra madre e padre. La conclusione più corretta è che la linea materna rappresenti un possibile indicatore di rischio, non una legge ereditaria. L’Alzheimer sporadico nasce dall’interazione tra genetica, invecchiamento, vasi sanguigni, metabolismo, infiammazione, ambiente e stili di vita. La madre potrebbe trasmettere una combinazione particolare di vulnerabilità mitocondriali, cromosomiche e biologiche, ma nessun singolo meccanismo spiega tutto. La vera novità è che la ricerca sta imparando a riconoscere queste tracce quando il cervello è ancora sano: non per predire un destino, ma per individuare prima chi potrebbe beneficiare maggiormente della prevenzione e dei futuri trattamenti.