Link era a pochi chilometri dallo Swift Observatory quando ha iniziato a ruotare su se stessa. È corsa contro il tempo per evitare che il telescopio precipiti

Doveva essere il soccorritore, e ora è la sonda Link, lanciata a fine giugno dalla Nasa per salvare un importante telescopio spaziale ad avere bisogno di aiuto.
Alcuni giorni fa, quando ormai si trovava a pochi chilometri dal suo obiettivo, Link ha smesso di rispondere ai comandi e ha cominciato a ruotare su se stessa: un giro completo ogni quaranta secondi. «È stata una situazione molto seria», ha ammesso Ghonhee Lee, amministratore delegato di Katalyst Space Technologies, la piccola azienda di Flagstaff, in Arizona, che ha costruito la sonda, grande come un frigorifero. La missione per riportare in quota il Neil Gehrels Swift Observatory , il telescopio spaziale che da 22 anni caccia i lampi di raggi gamma e che sta lentamente precipitando verso l’atmosfera , è appesa a un filo.

Il centro di controllo di Katalyst, a Broomfield in Colorado, ha perso i contatti con Link (lanciato il 3 luglio) sabato scorso. Di solito i blackout durano dai trenta ai sessanta minuti, in qualche caso tre o quattro ore. Questa volta il silenzio è durato un giorno intero. E i pochi frammenti di dati arrivati  segnalavano che la sonda stava girando. Gli ingegneri sono riusciti a capire che due delle  tre ruote di reazione, i dischi rotanti che permettono a Link di orientarsi nello spazio, non funzionavano più, e i propulsori a gas freddo, quelli che servono per le manovre di precisione necessarie ad agganciare il telescopio, si comportavano in modo irregolare. 



















































La sonda che doveva salvare il telescopio della Nasa è fuori controllo: la missione ora rischia di fallire

Durante il blackout Link ha riavviato il proprio sistema elettrico, e questo spiega probabilmente almeno una parte dei danni: «Spegnere le ruote di reazione in modo non controllato significa in sostanza staccare loro la spina» hanno spiegato i tecnici. Le notizie non sono però tutte cattive. Il sistema di propulsione principale, quello a ioni di xeno, è intatto, e i suoi propulsori orientabili sono già stati puntati nella direzione giusta per rallentare la rotazione: «Abbiamo già iniziato questa serie di accensioni e stiamo vedendo l’effetto previsto», fa sapere l’azienda. Anche le radio e i tre bracci robotici che dovrebbero aggangiare il telescopio sembrano illesi. Katalyst spera di recuperare le ruote di reazione e i propulsori a gas, ma se non ci riuscisse conta di compensare riprogrammando il sistema di guida e navigazione perché lavori con la configurazione degradata. «Sapevamo che tentare questa missione in tempi così ristretti e senza precedenti sarebbe stato molto impegnativo. Ma sapevamo anche che valeva la pena provarci» ha dichiarato  Shawn Domagal-Goldman, direttore della divisione di astrofisica della Nasa.

L’Agenzia Spaziale americana  ha fatto sapere che, una volta aggiornati i sistemi di controllo, valuterà insieme a Katalyst i nuovi piani di avvicinamento e cattura, e che il tentativo si farà solo se l’approccio sarà sicuro e lo stato di salute della sonda lo consentirà. Il tempo, intanto, continua a scorrere. Swift si trova oggi poco sopra i 320 chilometri di quota e scende di circa due chilometri e mezzo alla settimana, un ritmo destinato ad accelerare man mano che le 1,6 tonnellate dell’osservatorio incontreranno gli strati più densi dell’atmosfera. Sotto i 300 chilometri il recupero diventerebbe molto più complicato.

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31 luglio 2026