L’argentino classe 2007 cresciuto nel River Plate ora cerca spazio, dopo aver trovato difficoltà al Real Madrid. E ora il suo futuro potrebbe passare dall’Italia
Franco Mastantuono ci ha preso gusto a far impazzire la gente. E il bello è che ha iniziato prestissimo: nel 2016, con neanche dieci anni di vita alle spalle, lascia intuire all’illustre connazionale del tennis Federico Delbonis di poterlo un giorno eguagliare con la racchetta fra le mani, abbracciandolo commosso mentre il gigante si è presentato al Club di Azul (300 chilometri da Buenos Aires) con la Coppa Davis fra le mani. E invece il piccolo Franco dribbla righe e corridoi preferendo loro il pallone, rifilando a Delbonis una beffa ulteriore: innamorarsi del River e non del Boca Juniors. Al punto che il tennista di lui dirà: “Per carità, tifo lo stesso per lui. Però io sono per gli Xeneizes…”. E giù un mezzo sospiro. Come quello che in parecchi, nel solito calderone del mercato, hanno lasciato andare alla vista del talento di casa Real: Franco compie 19 anni fra un pugno di giorni e ha tutta la vita (sportiva e non solo) davanti. Fa gola a mezza Serie A e non ha ancora finito di sfogliare la margherita. Ammesso che poi, in Italia, venga davvero.
chiuso al real—
Il mancino di Azul, dopo essersi distinto come uno dei migliori prospetti del tennis a livello nazionale fino alle soglie dell’adolescenza, ci ripensa e si dedica solo al pallone. Con discreti risultati, peraltro: diventa il terzo più giovane esordiente con la maglia dell’amato River, segna una punizione contro il Boca al Monumental facendo logicamente venir giù lo stadio, viene chiamato da Mascherano con l’Under 20 a quindici anni. Quanto ci mettono in Argentina, di solito, a innamorarsi di uno così? Neanche mezza stagione. Soprattutto se poi ad arricchirne il mito interviene la potenza di Florentino Perez: 63 milioni complessivi per convincere “Masta” a diventare il nuovo asso da collezionare nel ricco mazzo del Real. Il River si frega le mani, il ragazzo pure. Anche se alla corte di Xabi Alonso prima e Arbeloa poi la stagione non decolla (per usare un eufemismo): lui colleziona 35 presenze complessive, ma molte sono da subentrante, e mette in fila giusto 3 gol. Legittimo aspettarsi qualcosa di più, ma la concorrenza mette più ansia di Shining: Bellingham, Vinicius, Mbappé, Brahim Diaz, Arda Guler e da ultimo Gonzalo Garcia. Il talento rimane spesso imbottigliato fra panchine e marcature più arcigne del previsto.

adrenalina—
Però che Mastantuono abbia le basi del potenziale craque lo sanno tutti. Anche a Madrid, perché lo cederebbero sapendo che un posto in cui giocare con continuità gli farebbe benissimo: tornerebbe alla Casa Blanca svezzato e pronto magari per prendersi quella fascia destra che lo scorso anno ha frequentato occasionalmente e senza particolari acuti. Perché prenderlo? Mezza Serie A se lo è chiesto e si è anche risposta subito: Franco, se messo nelle condizioni di puntare l’uomo e guardare l’area di rigore, col mancino sa ricamare. Al River quando non segnava si era già specializzato negli assist, liberando spesso l’uomo dopo aver sapientemente attirato il raddoppio di marcatura. Al Real la magia non gli è riuscita granché, vuoi per discontinuità, vuoi per la necessità di dare qualcosa in più nella doppia fase, vuoi perché la Liga è molto più fisica di quello che raccontano gli highlight della domenica sera. Franco, abituato a giocare sul velluto argentino, si è appesantito e spesso ha perso il passo. Gli serve una scarica di adrenalina e di responsabilità, ora.

esame di maturità—
Mastantuono serve alla Serie A perché alle nostre latitudini un giocatore che punta l’uomo appare con le frequenze della Cometa di Halley. E la Serie A serve a Franco per abbandonare i panni da comprimario e provare quelli da primo violino. Non solo: in Italia ritroverebbe… l’aria di casa: il bisnonno, del resto, partì da Ripacandida, 1500 anime in provincia di Potenza, per trovare fortuna in Argentina. L’Italia alberga nel nome, nel sangue, nel temperamento: il ragazzo di Azul sa affidarsi all’istinto anche quando non dovrebbe, e quel rosso contro il Getafe (subentra e insulta l’arbitro a gioco fermo, non una stelletta da appendersi al petto) è lì per dimostrarne vizi e virtù. Però ha bisogno di una squadra da caricarsi sulle spalle, di un progetto che lo renda protagonista: la Fiorentina è vedova di mancini di simile calibro dai tempi di Giuseppe Rossi, Milan e Roma ci fanno un pensierino perché nel gioco offensivo di Amorim e Gasperini diventerebbe la pepita con cui valorizzare l’intera collezione. In Spagna vociferano che abbia già detto a Mourinho: “Ciao mister, vado in Italia”. A diciannove anni, da queste parti, scocca l’ora degli esami di maturità: è il momento di sottoporne uno al ragazzo che da piccolo dribblò il tennis, sperando che non faccia la stessa cosa con le responsabilità.
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