In un ospedale il collasso non coincide necessariamente con un edificio distrutto. Può iniziare quando un reparto continua ad accogliere pazienti, ma non dispone più dei farmaci, degli esami o dei materiali necessari. È ciò che sta accadendo in molte strutture della Cisgiordania, dove la crisi sanitaria avanza in modo meno visibile rispetto alla devastazione di Gaza, ma con conseguenze sempre più profonde. Secondo il quadro richiamato dall’Organizzazione mondiale della sanità, nei territori palestinesi occupati 2,9 milioni di persone hanno bisogno di assistenza sanitaria umanitaria e servirebbero oltre 333 milioni di dollari per sostenere la risposta. In molte aree gli ospedali lavorano attorno al 70% della capacità, mentre diversi centri di assistenza primaria riescono ad aprire soltanto due giorni alla settimana. La struttura resta in piedi, ma la cura perde pezzi essenziali.

Il segnale più immediato è la scomparsa dei medicinali dagli scaffali. A giugno 2026, in Cisgiordania, risultavano esauriti 180 farmaci su 520 della lista essenziale e 50 medicinali oncologici su 97. Complessivamente mancavano 726 prodotti farmaceutici e materiali sanitari, tra consumabili specialistici e articoli di laboratorio. Dall’inizio dell’anno erano già stati rinviati più di 11.000 interventi chirurgici programmati. In oncologia, però, un ritardo non è un semplice problema organizzativo: il tempo è parte della terapia. Al Dura Governmental Hospital, nel sud della Cisgiordania, la carenza supera il 50% degli agenti chemioterapici essenziali e l’assenza di diagnostica avanzata rende più difficile ogni fase del percorso, dalla stadiazione al controllo della risposta. Oltre 4.000 pazienti con tumore sarebbero esposti al rischio di terapie rimodulate, sostituite o rinviate non in base alle indicazioni cliniche, ma a ciò che è ancora disponibile.

Ancora più fragile è la situazione della dialisi, una terapia che non può essere posticipata senza conseguenze potenzialmente immediate. Per chi vive con insufficienza renale terminale, saltare o ridurre una seduta può provocare accumulo di liquidi, alterazioni elettrolitiche, aritmie, edema polmonare e ricoveri urgenti. Ma la dialisi dipende da una catena complessa: macchine funzionanti, elettricità, acqua trattata, filtri, linee, soluzioni, farmaci di supporto, personale formato e manutenzione. È sufficiente che manchi uno solo di questi elementi perché il trattamento diventi insicuro o impossibile. Le forniture irregolari di filtri e materiali critici stanno mettendo a rischio migliaia di persone, mostrando quanto una crisi logistica possa trasformarsi rapidamente in un’emergenza clinica.

Alla base non c’è soltanto la scarsità di farmaci. Le restrizioni alla mobilità rallentano pazienti, ambulanze, cliniche mobili e rifornimenti; la crisi fiscale dell’Autorità Palestinese riduce la capacità di acquistare medicinali e materiali; la mancanza di reagenti, ricambi e diagnostica indebolisce anche i reparti formalmente aperti. A tutto questo si aggiungono gli attacchi all’assistenza sanitaria: tra ottobre 2023 e maggio 2026 l’OMS ne ha documentati 987 in Cisgiordania, con 39 morti, 201 feriti e 673 ambulanze coinvolte. Il vero indicatore del collasso non è soltanto l’accesso iniziale alle cure, ma la possibilità di continuarle nel tempo. Senza forniture regolari, personale pagato, energia, manutenzione e libertà di movimento, un sistema sanitario può smettere di curare molto prima di chiudere ufficialmente. Ed è proprio così che migliaia di pazienti rischiano di diventare invisibili.

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