Titolare dopo due stagioni dietro Sommer, lo spagnolo si racconta alla Gazzetta: “Dopo l’incidente sono stato male, non ho lavorato come avrei voluto, ma grazie all’Inter, ai compagni e a un professionista ho messo tutto alle spalle. E quest’anno sogno anche la chiamata di De La Fuente”

Sorriso smagliante, capelli scolpiti, sguardo furbo. Visto da vicino, Josep Martinez sembra il prototipo del portiere-personaggio. In verità però la sua è la storia profonda e tormentata di un ragazzo che ha sofferto per una vicenda tragica – l’incidente stradale nel quale ha perso la vita un signore di 81 anni, Paolo Saibene – e che proprio attraverso il calcio ha trovato la forza di andare avanti convivendo con i terribili ricordi. Questa in molti sensi può essere la stagione della sua ripartenza: l’Inter ha deciso di affidare a lui lo status di titolare dopo l’addio di Sommer. Pepo, come lo chiamano ad Appiano, è pronto ad alzare il livello.

Come si sente a tre settimane dal via del campionato? 

“Molto bene. Sono pronto, prontissimo”. 

Ha accettato due anni da secondo nell’Inter: come ha gestito l’idea di non essere mai scelto? 

“Quando non giochi conta molto la testa. Io ho sempre pensato soltanto a prepararmi a dovere, aspettando il momento giusto. Il calcio è così: ora mi capita questa opportunità e voglio sfruttarla al meglio”. 

Già lo scorso anno sembrava in rampa di lancio, visto che Sommer faticava. Poi… 

“Poi è capitato qualcosa fuori dal campo che mi ha impedito di lavorare come avrei voluto. Un calciatore dev’essere lucido per rendere al massimo. Per fortuna adesso posso lasciarmi tutto alle spalle e concentrarmi sulla nuova stagione, senza pensare a quello che è stato. Ho tanta fame”. 

Come ha superato lo shock dell’incidente? 

“Con l’aiuto dei compagni, della famiglia, degli amici. Mi ha supportato anche un professionista. Ma non ci sono particolari segreti: quando capita una tragedia del genere, si sta male ed è giusto che sia così. È stato un momento difficile. Poi con il tempo sono riuscito ad andare avanti”.

C’è stata una fase in questi due anni in cui ha pensato di andare via? 

“No. Pensavo che avrei meritato anche io di giocare, perché mi sentivo pronto. Ma non vale solo per il secondo portiere, vale per tutti gli elementi di una rosa. È vero quando si dice che le riserve competitive aiutano i titolari ad allenarsi meglio, a non abbassare la guardia”. 

L’Inter ha preso un altro portiere esperto: Provedel. 

“È un bravo ragazzo, molto umile, e proverà a mettere in difficoltà l’allenatore. Normale. Io cercherò di fare il mio”. 

Le gerarchie almeno in partenza sono delineate: toccherà a lei alla prima contro il Monza. 

(ride) “Non sono io a dover rispondere a questa considerazione. Alla fine sarà il campo a parlare. Io devo dimostrare il mio valore, tanto da meritare di essere il portiere dell’Inter. Conta solo questo”. 

Ritiene di essere migliorato da quando ha lasciato il Genoa? 

“Certo. In questi due anni da Sommer ho imparato molto”. 

E ha fissato un traguardo per essere felice? 

“Personalmente voglio crescere come professionista e come uomo. Alla squadra auguro di vincere tutto”.

Ecco, quali sono gli obiettivi dell’Inter? Lo scorso anno volevate lo scudetto. E oggi? 

“Non molliamo niente. Dobbiamo essere ambiziosi su ogni fronte, anche in Champions League: vogliamo provare di nuovo ad arrivare in fondo”.

Stones cosa aggiunge alla difesa? 

“Ci darà tantissimo in termini personalità ed esperienza. È uno di quei calciatori che alzano il livello di un intero reparto”. 

La Spagna ne ha molti, di questi giocatori. Come ha vissuto da spagnolo il trionfo mondiale? 

“Come ho potuto, in ritiro con i compagni. È stato un vero godimento ma a essere onesti avrei preferito festeggiare con la mia gente nel mio Paese…”. 

Attirare l’attenzione del ct De la Fuente è ancora un suo obiettivo? 

“Più che un obiettivo è un sogno. Se saprò affermarmi nell’Inter avrò qualche possibilità, perché no? Però i portieri della Spagna sono fenomenali. I migliori del mondo insieme a Donnarumma che abbiamo affrontato a Hong Kong”. 

Il ciclo della Spagna è destinato a durare? 

“Lo spero e non mi sorprenderei, perché da noi tutto parte dalla mentalità. Non è soltanto questa generazione a funzionare. Nei tessuti federali c’è una grande attenzione alla base, ai momenti in cui i ragazzi vanno formati. Tutte le squadre giovanili sono educate a giocare sempre nello stesso modo. Questo consente a chi si affaccia alla nazionale maggiore di non soffrire di vertigini”. 

È questo il percorso che l’Italia deve seguire per tornare al Mondiale? 

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“Guardi, io ho una visione diversa da molti di voi. Per me l’Italia è una squadra forte ma ha avuto poca fortuna nelle ultime qualificazioni. Tutto qua”.