L’appuntamento con Renzo Arbore è nella sua coloratissima casa romana, dove bye bye onde di calore – ha ricreato un clima a metà tra isole Faroe e fiordi norvegesi.
Grazie anche alla temperatura, lo showman è in grande forma: il 24 giugno ha compiuto 89 anni ed è attivissimo: per Rai Storia dal 26 luglio sta lavorando alla messa in onda ogni domenica alle 21, di nove puntate di Cari amici vicini e lontani, show del 1984 trasmesso da Rai1 per festeggiare i sessant’anni della radio; dal 20 settembre per dodici settimane tornerà alla stessa ora con Meno siamo meglio stiamo Revisited, nuovo montaggio del programma del 2005, e su Rai3 dal 5 agosto per cinque mercoledì sarà in seconda serata con le repliche di Appresso alla musica del 2022. Insomma, la memoria, televisiva ma non solo, al centro di tutto.
Renzo Arbore, il grande innovatore, è diventato un conservatore?
«Per carità. Tutte le mie malefatte artistiche quelle perpetrate in radio, in tv, al cinema e nella musica – le ho dolosamente, ed effettivamente, pensate e realizzate perché durassero nel tempo e si potessero riascoltare e rivedere almeno fino al 2050. Pensando a maestri come Totò e Walter Chiari la mia preoccupazione è sempre stata quella di fare cose slegate dall’attualità. Infatti non ho mai puntato sulla satira ma sulla fantasia. Che non scade mai e che oggi posso ancora riproporre con aggiunte varie. Penso, per esempio, ad Alto Gradimento su RaiPlay Sound con il colonnello Buttiglione, il luminare della medicina Anemo Carlone, l’astronauta spagnolo Raimundo Navarro…».
Con i più giovani funzionano?
«Sembra di sì. La media dei filmati pubblicati sui miei social è di 300 mila visualizzazioni. L’evergreen è sempre stata una delle mie fissazioni. A quello pensavo realizzando le tante facezie con Gianni Boncompagni, Mario Marenco e Giorgio Bracardi, Quelli della notte, Indietro tutta, il primo talk show della tv italiana come Speciale per voi, L’altra domenica, Aspettando San Remo e via dicendo».
Vabbè, ma oggi per “il genio assoluto Arbore” – così l’ha definita fa il critico televisivo Nanni Delbecchi di buono cosa c’è?
«Guardo quello che c’è in giro, e qualcosa trovo. Non tanto, purtroppo: mi piacciono Saverio Lundini, Elio di Elio e le Storie Tese, Lillo & Greg… Tutti fenomeni un po’ isolati».
Una volta nel mondo dello spettacolo ci si frequentava di più?
«Sì, certo. Questo rappresentava uno stimolo eccezionale per fare sempre di più e meglio. I grandi autori della canzone napoletana, per esempio, si conoscevano, si stimavano e si vedevano spesso, ma da Ernesto Murolo a Libero Bovio realizzavano canzoni anche per farsi dispetto. La rivalità era un motore straordinario. Vale anche per i grandi registi del dopoguerra italiano che si vedevano nei bar di Roma e inventavano di tutto spesso per far colpo sul collega o un’attrice che aveva avuto successo. Zavattini scrisse Miracolo a Milano per sorprendere De Sica. Lo so perché ho ascoltato per anni storie meravigliose, raccontate da amici come Nanni Loy, Franco Rosi, Gigi Magni, Federico Fellini, Franco Zeffirelli…».
Ne racconti una, però.
«Certo. Mi viene in mente quella del grande sceneggiatore Luciano Vincenzoni, uno dei migliori della storia del cinema italiano. Nanni mi raccontò che nel 1958, giovanissimo, dopo aver adattato Il ferroviere di Pietro Germi non riusciva più a lavorare. Dopo mesi di telefonate per avere un appuntamento con Dino De Laurentiis, Vincenzoni con gli ultimi soldi rimasti prese un taxi per andare negli studi del produttore e provare a raccontargli nuovi soggetti. Non mangiava da due giorni ed era disperato. Entrò con la forza, riuscì a parlargli, lo convinse, e gli vendette per un milione di lire l’uno 4 film: La grande guerra, Il gobbo, I due nemici e Sacco e Vanzetti. Entrò morto di fame, uscì ricco. De Laurentiis gli fece firmare un contratto di esclusiva. Con il taxista che l’aveva aspettato all’ingresso andarono subito al ristorante».
È vero che negli Anni 70 Zeffirelli, nella villa sull’Appia Antica, faceva dormire lei e Mariangela Melato sul letto di “Romeo e Giulietta”, il film che girò nel 1968?
«Sì. Durante l’Austerity, tra il 1973 e il 1974, visto che non si poteva circolare in auto, Franco organizzava weekend a casa sua molto divertenti. Invitava gente dello spettacolo, della cultura, della politica. A me e Mariangela ci faceva dormire sul letto che si era portato via dal set. Di quel film Franco mi raccontò che, prima di scegliere Leonard Whiting come protagonista, chiese a Paul McCartney. Che prima accettò e poi sparì. Comunque, in quei weekend così esclusivi, erano tutti comunisti, o quasi».
Partiva il dibattito?
«Sempre. A volte anche feroce».
La sua Mariangela di quale parrocchia era?
«Era di sinistra, ma non comunista. Eravamo stati a Berlino Est e tornammo tramortiti dalla miseria trovata».
La fronda da chi era composta?
«Da Franco, da me e dalla moglie di Francesco Rosi, Giancarla Mandelli, mamma di Carolina e sorella della stilista Krizia, ovvero Mariuccia Mandelli. Lei, ex di Lelio Luttazzi, era socialdemocratica, per i comunisti una traditrice, quasi una filoamericana, la cosa peggiore che si potesse essere. Le discussioni duravano ore».
E lei? Zeffirelli?
«Franco diventava rosso in viso e cercava di non discutere di politica, che l’annoiava. Alcuni facevano i comunisti perché in certi ambienti conveniva, ma era solo una posa».
Chi c’era?
«Tra i tanti, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, Marco Ferreri, Carlo Lizzani, tutti più o meno in buona fede. C’era anche Mario Monicelli, schierato ma scettico, amico che tempo dopo difese anche in tv il mio film Il Pap’occhio quando nel 1980 fu sequestrato per vilipendio alla religione».
L’avrebbe mai detto?
«Onestamente, no. La cosa incredibile è che il procuratore della Repubblica dell’Aquila, Donato Massimo Bartolomei, abruzzese, prese quella decisione senza aver visto il film. Io ero e sono un “cattolico apostolico foggiano”, mai avrei offeso la Chiesa».
Si sente un foggiano trapiantato a Roma, un romano d’origine foggiana o un mezzo napoletano cittadino del mondo?
«Foggiano. Sono un figlio della provincia, quella che ti porta a conoscere l’umanità in maniera intensa. Nella grande città non è così. Io, giovane di buona famiglia, fino a quando non andai a Napoli per studiare Giurisprudenza, a Foggia conoscevo tutti dallo scappato di casa all’inventore matto e frequentavo i figli del carrozziere, il proprietario terriero, il farmacista. Nessuno escluso. Mi affascinavano gli irregolari: gli artisti. Ricordo con piacere lo struscio di corso Vittorio Emanuele II, sempre alla stessa ora, stesse battute e stesse facce: il cornuto, lo scemo, l’inventore dell’acqua tiepida…».
Quanto le è servito, però, scappare da quello struscio?
«Moltissimo. Quel microcosmo che nutre, forma e diverte, alla fine soffoca».
Casa Arbore, il museo con tutte le sue collezioni, quando aprirà a Foggia?
«Fra otto mesi al massimo si inaugura. Per questo ringrazio tutte le istituzioni coinvolte, i miei fidatissimi architetti e scenografi Alida Cappellini e Giovanni Licheri. Ci saranno anche i miei libri e uno spazio per l’Orchestra Italiana, il mio progetto di recupero e valorizzazione della canzone classica napoletana, avversato per anni da intellettuali e colleghi «per invidia, mi disse Renato Carosone e poi rivalutato da tutti, anche dai Conservatori».
Progetto nato come?
«In famiglia, a Foggia, durante l’università a Napoli, ma anche nelle tante feste organizzate a casa mia a Roma, dove venivano Vittorio Gassman, Ruggero Orlando, Lina Wertmuller, Monica Vitti, Robert De Niro, Gianni Minà, Federico Fellini, Paolo Conte, Silvio Berlusconi, Lucio Dalla, Mariangela Melato… Suonando con amici jazzisti alla fine facevamo sempre quelle canzoni, che piacevano a tutti».
È vero che deve a Ugo Tognazzi l’idea di “Cari amici vicini e lontani” ?
«Sì. Nel 1983 lo accompagnai a fare l’animatore di una festa aziendale, dove trovammo centinaia di dipendenti scatenati. Ci divertimmo come due ragazzini. Riproposi quello stesso schema su Rai1 con ospiti come Corrado, Sandra e Raimondo, Mike Bongiorno, Nilla Pizzi, Nunzio Filogamo etc.».
E ora, il programma da fare qual è?
«Tele Puglia International. Io, Lino Banfi, Michele Mirabella, Gegè Telesforo, Emilio Solfrizzi e Armando Stornaiuolo avevamo fatto le prove a casa mia. L’idea era di fare un talk in dialetto comprensibile a tutti. Avremmo discusso di questioni molto local per finire sempre a parlare di cibo, dalle orecchiette agli scaldatelli… Era tutto pronto, c’era anche Serena Brancale, bravissima. Poi venne il Covid».
E quindi?
«Niente. Lino ha 90 anni e io li faccio l’anno prossimo. È un sogno che rimarrà inevaso. Quante risate, però. Sembrava di stare a Foggia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il punto serale sulle notizie del giorno
Iscriviti e ricevi le notizie via email