Tiberio Timperi, classe 1964, è uno dei volti storici della Rai. La sua voce, le battute argute e i seducenti occhi verdi sono diventati familiari al grande pubblico. Giornalista, scrittore, doppiatore, attore e conduttore, ha partecipato alla serie televisiva La squadra, è apparso in Un posto al sole e ha interpretato se stesso in Un medico in famiglia. Al cinema è stato diretto da Fausto Brizzi e Massimiliano Bruno. Ha iniziato a lavorare in radio a quattordici anni e, a diciannove, era già a Radio Rai. «Prima che la telecamera abbandoni me, vorrei essere io ad abbandonare la telecamera», ha dichiarato.
Da settembre tornerà su Rai 1 accanto a Maria Soave alla conduzione di 1Mattina News, la striscia quotidiana in onda dalle 5.58 alle 7.50, che nella passata stagione ha registrato punte di share del 20%.
Timperi, racconta una sua estate memorabile?
«L’estate del 1980 per me è stata sbigottimento e dolore. La perdita della mia innocenza».
Addirittura?
«L’estate si consumava inevitabilmente sulla Riviera Adriatica, come era giusto che fosse per la working class dell’epoca. Pensione Serenella rigorosamente a conduzione familiare, via Pascoli. Sedici anni all’insegna del disimpegno, nel senso che per me lì era il paese del bengodi. Non avevo orari, potevo girare in bicicletta, cosa che a Roma mi era preclusa, il bagno in mare. La radio che già era presente nella mia quotidianità. Le prime timide conquiste, i primi amorazzi estivi. La politica per me non esisteva pur frequentando un liceo diviso da opposti estremismi».
Perché è stato segnato dall’estate 1980?
«Uscii la mattina, mentre mio padre era affaccendato. Quando tornai, il pomeriggio del 2 agosto, vidi tutti quelli della pensione accalcati di fronte al televisore. Non capivo cosa stesse accadendo. Era la strage di Bologna, il più grave attentato terroristico nella storia italiana. Mi rimase impresso quell’orologio squassato, fermo alle 10.25. Gli autobus facevano da Croce Rossa. Ovunque macerie. Non c’erano i telefonini, e la televisione era LA televisione, il telegiornale era IL telegiornale. Fu la perdita della mia innocenza e la presa della consapevolezza di tutto quello che accadde. L’incredulità che si potesse arrivare a una cosa del genere. Il treno era il mezzo popolare per eccellenza. Sembrava un incubo diventato realtà».
Dopo lo sgomento, ne ha parlato con suo padre?
«Ricordo la sua incredulità e la faccia atterrita. Appartengo alla generazione che non ha fatto domande ai genitori. C’erano quarant’anni tra me e mio padre, che non sono quelli di oggi. È stato un peccato non aver approfittato per fargli tante domande su quel periodo storico, sugli orrori della guerra, sulle sue scelte per chi e per cosa. Come spesso capita, i figli si accorgono tardi dell’importanza della figura paterna. A causa della guerra non aveva avuto la possibilità di studiare, ma aveva una lucida visione della vita. Aveva capito tutto. Sono stato egoista, come spesso i figli sono, e mi porto dentro il rimpianto».
Era distratto da altro?
«A quattordici anni è sbocciato il mio amore per la radio e mi sono concentrato su quello. Devo dire che mi ha tenuto lontano dagli anni di piombo. Ricordo, ai tempi del liceo, che era quello dell’odore dei lacrimogeni. Sono stato disattento riguardo la politica e un pochino me ne vergogno. Ci sono arrivato molto dopo».
E tornando a quello shock, non ne ha parlato nemmeno con gli amici?
«No, con nessuno. Sono uno che tiene tutto dentro».
Ha approfondito la situazione per capire?
«Da lì ho cominciato a leggere, a guardare, a seguire gli speciali. Ho il ricordo dei grandi giornalisti che se ne sono occupati. Tutto questo mi è tornato utile quando ne abbiamo parlato l’anno scorso a Uno Mattina Estate: ho curato particolarmente il montaggio, le immagini, ho estrapolato alcuni passaggi del discorso altissimo di Sergio Mattarella. Ho vissuto il tutto con profondo senso e responsabilità per le vittime e le istituzioni. Quando faccio il mio lavoro, ci metto particolare attenzione e passione».
Questa percezione di cronaca drammatica ha inciso sul diventare un giornalista?
«No, non particolarmente. Diciamo che per quella che è la mia formazione, per come poi mi sono costruito professionalmente, sono sempre stato molto attento alla verifica delle fonti, non al sentito dire».
Televisivamente parlando, dove si è formato?
«Sono cresciuto con la scuola di Montecarlo, che pochi ricordano. È La 7 di oggi. Era la scuola dei brasiliani di Riccardo Pereira, allora direttore di TMC. Ci diceva sempre che un buon articolo si scrive senza aggettivi. Per i brasiliani il giornalismo era imparzialità, per Giuliano Ferrara un atto di militanza politica a prescindere. Quindi mi sono formato con un giornalismo anglosassone, nell’accezione più nobile della parola. Io mi limito ai fatti, all’interpretazione ci pensano altri. Sempre con uno stile asciutto di quelli che, come me, vengono dalla radio».
Che tipo di persona pensa di essere?
«Sono una persona fondamentalmente semplice, per bene, cosa che di questi tempi non aiuta. Ho un carattere. In un mondo in cui a seconda delle situazioni si diventa concavi o convessi, io continuo a lottare per le mie idee. Sono sincero fino all’autolesionismo. E sono anche molto preciso e puntuale. Forse per gli altri questi sono difetti, comunque, per sapere come sono, basta chiederlo alle mie tante compagne di viaggio: Amanda Lear, Ela Weber, Stefania Orlando, Roberta Capua, Francesca Fialdini, Monica Setta, Ingrid Muccitelli, Simona Autieri, Flora Canto e Maria Soave che quest’anno è stata una rivelazione. Quando ci sono delle dirette quotidiane, con i tempi veloci che esse comportano, possono esserci delle divergenze che poi si appianano in virtù della professionalità».
Un sogno nel cassetto?
«Dirigere una radio. Qualche anno fa ci sono andato molto vicino, poi non è andata in porto. Si dice che nel nostro mestiere si debba morire in cantiere. Se mai dovesse essere, spero avvenga in maniera dignitosa».
Si sente un seduttore?
«Ma no, come seduttore sono bello che andato. Però piaccio e mi compiaccio».
(2. Continua)
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