Dimenticare il nome di una persona, entrare in una stanza e non ricordare cosa si stava cercando, impiegare più tempo per recuperare una parola. Dopo una certa età, ogni vuoto di memoria può generare una domanda inquietante: è una normale distrazione o il primo segnale di qualcosa di più serio?

Una dimenticanza occasionale non equivale a una demenza. Eppure, la preoccupazione non nasce dal nulla. Nel mondo oltre 57 milioni di persone convivono con una forma di demenza e ogni anno vengono diagnosticati quasi 10 milioni di nuovi casi. In Italia si stimano circa 1,2 milioni di persone con demenza, oltre la metà delle quali affette dalla malattia di Alzheimer, mentre quasi 900.000 presenterebbero un disturbo cognitivo lieve.

La novità più interessante non è l’arrivo di una nuova pillola miracolosa. È la crescente evidenza che la traiettoria con cui il cervello invecchia non dipende soltanto dall’età o dai geni. Una parte del rischio può essere modificata intervenendo contemporaneamente su movimento, alimentazione, pressione arteriosa, metabolismo, attività mentale e qualità delle relazioni.

A dimostrarlo con nuovi dati è LatAm-FINGERS, uno studio randomizzato condotto in undici Paesi dell’America Latina e pubblicato nel luglio 2026 su The Lancet.

Lo studio su oltre mille persone

Il trial ha coinvolto 1.065 adulti tra i 60 e i 77 anni, con un’età media di 67,5 anni. I partecipanti non avevano una diagnosi di demenza, ma presentavano fattori che aumentavano il rischio di declino cognitivo, come problemi cardiovascolari, prestazioni cognitive non ottimali e un punteggio elevato in una scala utilizzata per stimare il rischio futuro.

Le persone sono state assegnate casualmente a due gruppi. Il primo, formato da 539 partecipanti, ha seguito per due anni un programma sistematico e strutturato, con esercizio supervisionato, incontri, monitoraggio, sostegno motivazionale e attività organizzate. Il secondo gruppo, composto da 526 persone, ha ricevuto indicazioni più flessibili e consigli generali sugli stessi aspetti dello stile di vita.

Gli esaminatori incaricati di misurare le prestazioni cognitive non conoscevano il gruppo di appartenenza dei partecipanti. Questo accorgimento riduce il rischio che aspettative o impressioni personali influenzino la valutazione dei risultati. Alla fine dei due anni, l’82,3% del campione iniziale aveva completato il follow-up.

Quel “55% in più” che va spiegato bene

Durante lo studio, le prestazioni cognitive sono migliorate in entrambi i gruppi. Tuttavia, nel gruppo sottoposto al programma strutturato, il punteggio cognitivo complessivo è aumentato mediamente di 0,31 deviazioni standard ogni anno, contro le 0,20 del gruppo che aveva ricevuto indicazioni più generiche.

La differenza tra i due gruppi è stata di 0,11 deviazioni standard all’anno ed è risultata statisticamente molto solida. Confrontando i due valori, il miglioramento del gruppo strutturato è stato circa il 55% più ampio rispetto a quello osservato nel gruppo flessibile. Sono emersi benefici anche in ambiti come memoria episodica, funzioni esecutive e velocità di elaborazione delle informazioni.

Questo risultato non significa che il programma abbia ridotto del 55% i casi di Alzheimer o di demenza.

Lo studio ha misurato l’andamento delle prestazioni cognitive per due anni, non il numero di persone che avrebbero sviluppato una demenza nei decenni successivi. Non dimostra quindi che cinque abitudini possano “impedire” l’Alzheimer. Dimostra qualcosa di più preciso: nelle persone anziane a rischio, un intervento intensivo e organizzato può produrre un miglioramento cognitivo superiore rispetto alla semplice consegna di consigli sulla salute.

È una differenza fondamentale per evitare che un dato scientifico interessante venga trasformato in una promessa impossibile.

Non bastava dire “mangia meglio e muoviti”

Uno degli aspetti più importanti del trial riguarda il modo in cui il cambiamento è stato realizzato.

I partecipanti non hanno ricevuto soltanto un opuscolo con una serie di raccomandazioni. Il programma comprendeva attività fisica supervisionata, sostegno nutrizionale, allenamento cognitivo, gestione dei fattori cardiovascolari, incontri di gruppo, monitoraggio e supporto sociale.

Gli interventi sono stati inoltre adattati alle diverse culture. L’attività motoria poteva comprendere balli come salsa e tango o esercizi nei parchi pubblici. Il modello alimentare ispirato alla dieta MIND è stato adattato alla disponibilità locale, utilizzando anche alimenti come quinoa, avocado, semi di chia e prodotti tradizionali dei diversi Paesi.

L’obiettivo non era imporre un protocollo identico a tutti, ma conservare gli elementi scientificamente essenziali rendendoli praticabili nella vita reale. L’aderenza media al programma strutturato è stata del 71,6%, mentre gli abbandoni sono stati meno frequenti rispetto al gruppo flessibile: 15,2% contro 20,2%.

Il messaggio forse più importante è che conoscere le regole non basta. Servono continuità, sostegno, obiettivi realistici e un ambiente che renda il comportamento ripetibile.

Prima leva: il movimento

L’attività fisica non agisce soltanto sui muscoli. Aiuta a controllare pressione, glicemia, peso e profilo lipidico, tutti elementi collegati anche alla salute cerebrale.

Nel programma LatAm-FINGERS il movimento era supervisionato e inserito in un percorso più ampio. Non era quindi una passeggiata occasionale né un periodo di esercizio intenso iniziato e interrotto nel giro di poche settimane.

Le nuove linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità includono l’aumento dell’attività fisica tra gli interventi raccomandati per ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Questo non significa che esista un esercizio capace di immunizzare il cervello, ma che la sedentarietà rappresenta uno dei fattori sui quali è concretamente possibile intervenire.

Per le persone anziane, soprattutto in presenza di cardiopatie, problemi articolari, disturbi dell’equilibrio o altre malattie croniche, il programma deve però essere graduale e personalizzato. Nel trial i disturbi muscoloscheletrici sono stati segnalati più frequentemente nel gruppo sottoposto all’intervento intensivo, anche se nessun evento grave è stato considerato direttamente provocato dal programma.

Seconda leva: il modello alimentare

Lo studio non ha identificato un alimento capace, da solo, di migliorare la memoria.

L’intervento nutrizionale si ispirava alla dieta MIND, un modello che integra elementi della dieta mediterranea e dell’alimentazione utilizzata per la prevenzione cardiovascolare. Il punto centrale non era consumare un presunto “superfood”, ma costruire un’alimentazione complessivamente più favorevole alla salute metabolica e vascolare.

Il cervello non vive separato dal resto dell’organismo. I vasi che lo nutrono risentono nel tempo di ipertensione, diabete, colesterolo elevato, fumo e altri fattori che possono danneggiare anche cuore, reni e arterie.

Le indicazioni dell’OMS raccomandano un’alimentazione sana come parte di una strategia complessiva, insieme all’attività fisica, alla riduzione dell’alcol e alla cessazione del fumo. Non esiste però una singola dieta universalmente adatta a ogni persona: condizioni come diabete, insufficienza renale, fragilità o perdita involontaria di peso richiedono valutazioni specifiche.

Terza leva: allenare la mente

Leggere, studiare, imparare qualcosa di nuovo, utilizzare strumenti digitali, suonare, svolgere esercizi di attenzione o affrontare attività che richiedono pianificazione possono stimolare funzioni diverse.

Nel trial, l’allenamento cognitivo non era affidato soltanto ai cruciverba. Era una parte organizzata del programma, inserita accanto al movimento e alla gestione della salute cardiovascolare.

Anche l’OMS raccomanda la stimolazione e l’allenamento cognitivo negli adulti con capacità cognitive normali o con un disturbo cognitivo lieve. Questo non significa che fare Sudoku impedisca la demenza. Significa che mantenere il cervello impegnato può contribuire alla strategia di riduzione del rischio, soprattutto quando non è l’unico intervento adottato.

Quarta leva: non isolarsi

Il programma comprendeva incontri, attività collettive, coaching e sostegno tra pari. La dimensione sociale non era un elemento decorativo, ma parte integrante dell’intervento.

L’isolamento sociale è oggi considerato uno dei fattori modificabili associati al rischio di demenza. Le relazioni possono favorire movimento, comunicazione, motivazione, organizzazione della giornata e stimolazione cognitiva. Una passeggiata concordata con un’altra persona, ad esempio, può essere più facile da mantenere rispetto a un generico proposito individuale.

La socialità non è soltanto compagnia: è anche attività mentale, linguaggio, adattamento e risposta emotiva.

Questo aspetto diventa particolarmente importante dopo il pensionamento, una separazione, un lutto, una malattia o la perdita di autonomia, momenti nei quali le occasioni di incontro possono ridursi rapidamente.

Quinta leva: proteggere cuore, udito e metabolismo

Pressione alta, diabete e colesterolo elevato non riguardano soltanto il rischio di infarto o ictus. Le nuove linee guida dell’OMS sottolineano l’importanza della gestione delle condizioni cardiometaboliche anche nella prevenzione del declino cognitivo.

Tra gli interventi considerati figurano inoltre la correzione della perdita uditiva, la riduzione dell’esposizione all’inquinamento atmosferico, l’astensione dal tabacco e la limitazione dell’alcol.

L’udito merita particolare attenzione. Quando una persona sente male può partecipare meno alle conversazioni, isolarsi, ridurre le attività sociali e impiegare maggiori risorse cognitive per decifrare le parole. Per questo gli apparecchi acustici possono essere presi in considerazione all’interno di una strategia di riduzione del rischio, quando esiste una perdita uditiva documentata.

Gli integratori non sostituiscono la prevenzione

La paura dell’Alzheimer alimenta un enorme mercato di vitamine, omega-3 e prodotti presentati come protettivi per la memoria.

Le nuove indicazioni dell’OMS sono molto chiare: in assenza di una carenza diagnosticata non vengono raccomandati vitamina B, vitamina E, omega-3 o complessi multivitaminici allo scopo specifico di prevenire il declino cognitivo o la demenza. Le prove disponibili non mostrano un equilibrio favorevole tra potenziali benefici e rischi inattesi.

Questo non significa che una carenza vitaminica debba essere ignorata. Significa che assumere integratori senza una reale indicazione non riproduce gli effetti di un programma composto da movimento, alimentazione, socialità, stimolazione mentale e controllo medico dei fattori di rischio.

Quel 45% non è una garanzia personale

Secondo l’aggiornamento della Commissione di The Lancet e le nuove linee guida dell’OMS, fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo sui fattori di rischio modificabili lungo l’intero arco della vita.

Anche questo dato deve essere interpretato correttamente.

Non significa che ogni persona possa cancellare il 45% del proprio rischio. Si tratta di una stima riferita alla popolazione, calcolata considerando quanto sono diffusi determinati fattori e quanto risultano associati alle demenze. Età, caratteristiche genetiche e numerosi processi biologici non possono essere modificati. Inoltre, persone che hanno sempre condotto una vita sana possono comunque ammalarsi.

La prevenzione sposta le probabilità, ma non può offrire una protezione assoluta.

Lo studio non è una cura per chi ha già la demenza

LatAm-FINGERS ha coinvolto adulti a rischio, ma senza una demenza diagnosticata. I risultati non possono quindi essere automaticamente trasferiti alle persone che convivono già con Alzheimer o altre malattie neurodegenerative.

Il follow-up è durato due anni, un periodo sufficiente per osservare l’andamento dei test cognitivi ma troppo breve per stabilire quanti partecipanti svilupperanno una demenza nel corso della vita.

Inoltre, il 75% del campione era composto da donne e lo studio è stato realizzato in specifici contesti latinoamericani. L’adattamento culturale rappresenta uno dei punti di forza del progetto, ma programmi simili devono essere verificati e organizzati anche nei sistemi sanitari di altri Paesi.

La vera scoperta è il metodo

La conclusione più utile non è che esistano cinque trucchi per evitare l’Alzheimer.

La vera scoperta è che un programma strutturato funziona meglio di un consiglio generico.

Dire a una persona di muoversi, mangiare meglio, controllare la pressione e non isolarsi è semplice. Trasformare queste indicazioni in una routine mantenuta per anni è molto più difficile. Nel trial hanno fatto la differenza la supervisione, gli incontri, il monitoraggio, l’adattamento alle abitudini locali e il sostegno del gruppo.

Per la sanità pubblica, questo significa passare dai messaggi astratti a percorsi accessibili: attività motoria adattata, controlli cardiovascolari, iniziative sociali, supporto nutrizionale e opportunità di stimolazione cognitiva.

Per il singolo individuo, il messaggio è altrettanto concreto: la salute del cervello non comincia quando compare una diagnosi. Si costruisce molto prima, insieme alla salute del cuore, dei vasi, dell’udito e delle relazioni.

Nessun comportamento può promettere di cancellare il rischio. Ma i nuovi dati mostrano che, anche dopo i 60 anni, intervenire in modo organizzato non è inutile né troppo tardi.