di
Chiara Barison
Una delle novità si trova in un’e-mail interna datata 11 giugno firmata da un ingegnere del National Park Service (e resa nota solo ora): nel messaggio si attribuiva sin da subito il deterioramento del fondale a un errore dell’appaltatore durante la posa del rivestimento
Poteva essere soltanto la storia di un restauro finito male. È diventata invece una vicenda politica che ha aperto una frattura all’interno dell’amministrazione Trump e del Partito repubblicano. L’ex canoista olimpico David Hearn, infatti, è stato definitivamente scagionato dall’accusa di aver vandalizzato la Reflecting Pool del Lincoln Memorial di Washington. Il procedimento, durato poco più di un mese, avrebbe potuto costare al campione fino a 10 anni di reclusione. Per ora il suo team legale ha fatto sapere di esigere almeno delle scuse ufficiali da parte del presidente degli Stati Uniti, mentre non è ancora stata resa nota un’eventuale richiesta di risarcimento economico per il danno, anche di immagine, subito a causa della vicenda.
In contrasto con la ricostruzione sostenuta pubblicamente da Trump, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto l’archiviazione del procedimento dopo essere giunto alla conclusione che i danni al rivestimento della piscina non erano riconducibili ad atti vandalici, bensì a un’installazione difettosa del rivestimento del fondale. Ma andiamo con ordine. Il rifacimento della Reflecting Pool era uno dei progetti simbolo voluti dal presidente in vista delle celebrazioni del 4 luglio e dei festeggiamenti per i 250 anni dell’Indipendenza statunitense. I lavori, iniziati tra aprile e maggio, erano stati affidati senza una gara pubblica alla Atlantic Industrial Coatings con l’assegnazione di un finanziamento iniziale di 6,9 milioni di dollari, poi aumentato fino a toccare la vetta di circa 14 milioni. L’obiettivo era riconsegnare uno dei luoghi più iconici del National Mall in condizioni impeccabili dopo i problemi causati dalla proliferazione di alghe, nonché trasformarla in un blu «bandiera americana» come voluto proprio dal tycoon.
Ma qualcosa è andato storto quasi subito. Pochi giorni dopo il completamento dei lavori, il nuovo rivestimento blu ha iniziato a scrostarsi lungo il perimetro della vasca, mentre l’acqua è tornata rapidamente a tingersi di verde. Una delle novità si trova in un’e-mail interna datata 11 giugno, emersa solo ora, firmata da un ingegnere del National Park Service: nel messaggio si attribuiva sin da subito il deterioramento del fondale a un errore dell’appaltatore durante la posa del rivestimento. Nonostante questo, l’amministrazione ha iniziato a puntare pubblicamente il dito contro dei presunti vandali. Le accuse si sono trasformate in una vera e propria caccia alle streghe di cui Hearn è stata la vittima più celebre. Infatti, lui come almeno altre tre persone, sono state sorprese dalle autorità mentre toccavano parti del rivestimento della piscina che già galleggiavano in acqua per cause indipendenti dal loro intervento. Ma, siccome l’occasione fa l’uomo ladro, la vicenda è diventata il pretesto perfetto per distogliere l’attenzione dal fallimento dei lavori e, soprattutto, dallo spreco di soldi pubblici.
Lo spettro dei vandali invocati da Trump all’inizio sembrava aver convinto anche Jeanine Pirro, procuratrice federale del Distretto di Columbia, e Doug Burgum, segretario degli Interni, il cui dipartimento sovrintende al National Mall e alla Reflecting Pool. Pirro, annunciando l’incriminazione di Hearn, aveva addirittura parlato di un tentativo «violento» di strappare il rivestimento della piscina. Burgum ha sostenuto che i vandali fossero armati di taglierini appellandosi a prove «inequivocabili», in concreto difendendo una ricostruzione favorevole all’agenzia posta sotto la sua responsabilità. La ricostruzione è però cambiata radicalmente nel corso del procedimento. Esaminando la documentazione trasmessa dal Dipartimento degli Interni, l’ufficio di Pirro ha riconosciuto che i danni erano diffusi in tutta la vasca, ad esempio anche al centro. Viste le dimensioni della Reflecting Pool (è lunga circa 600 metri e larga 51), è apparso evidente che si trattasse di danni in punti incompatibili con un’azione vandalica e che la causa più probabile fosse un’installazione eseguita male. Da qui la richiesta di archiviazione nei confronti di Hearn.
Trump non ha perso occasione per attaccare pubblicamente Pirro, manifestando il suo scontento per la decisione su Truth: «Sono in totale disaccordo con Jeanine Pirro. Non so cosa le passasse per la testa. Per me, è stato un puro caso di VANDALISMO». Il presidente non ha però escluso del tutto la possibilità di «problemi con l’impresa appaltatrice». Ora la vicenda potrebbe prendere una piega imprevista. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il Dipartimento degli Interni disponeva già da settimane di informazioni che indicavano un cedimento del rivestimento dovuto ai lavori eseguiti male (come, ad esempio, la mail dell’11 giugno), ma sarebbe stato reticente nel trasmettere quelle prove agli inquirenti. Se fossero state condivise fin dall’inizio, scrivono infatti i procuratori, Hearn non sarebbe mai stato incriminato.
2 agosto 2026 ( modifica il 2 agosto 2026 | 14:04)
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