Una serie di imprevisti gli ha impedito di raggiungere un Challenger in Michigan: il francese ha ripiegato sul 250 di Los Cabos che ha conquistato
Collaboratore
2 agosto – 14:43 – MILANO
Anni fa, uno striscione dei tifosi dell’Arsenal dedicato a Dennis Bergkamp, che aveva la fobia degli aerei, recitava: “Perché volare quando puoi camminare sull’acqua?”. Prendendo in prestito, almeno in parte, si può dedicare questo pensiero anche alla settimana clamorosa di Arthur Gea. Il francese, classe 2005 e da tempo atteso al varco per qualcosa di grande, ha vinto il suo primo titolo Atp, trionfando al 250 di Los Cabos, in Messico. Un torneo esaltante da parte del nativo di Carpentras, che salirà al n.81 del mondo da domani, dopo aver battuto in finale Denis Shapovalov, in precedenza anche la prima testa di serie Francisco Cerundolo ai quarti (6-0 al terzo come negli ottavi con Zheng). Una settimana con il tocco di Re Mida da parte di Gea che, non fosse stato per una mancata coincidenza aerea e qualche problema con le compagnie, a Los Cabos forse neanche sarebbe mai andato.
peripezie—
L’odissea del francese è iniziata dopo aver perso la finale del Challenger di Granby il 19 luglio, finendo in lacrime, sfogando emozioni forti dovute anche al fatto che il coach Gerard Melzer lo avesse praticamente scaricato nel periodo di Wimbledon, mettendolo in grande difficoltà per la tournée sul cemento americano. Ma le sfortune, si sa, non vengono mai da sole. Da Granby Gea avrebbe dovuto recarsi a Bloomfield Hills, in Michigan, per giocare un altro Challenger. Una distanza di circa tre ore e mezza tra volo e auto. Sarebbe dovuto partire il lunedì, salvo la cancellazione del volo Montreal-Detroit da parte di Air Canada, con la rassicurazione però di rimetterlo su un aereo martedì. Praticamente quasi il tempo limite per poter giocare il primo turno di un torneo in cui compariva regolarmente iscritto, visto che la richiesta di esordire mercoledì era stata respinta. Poteva andare tutto bene…peccato che il volo del martedì avrebbe fatto scalo a Toronto per Detroit, con una coincidenza di 20 minuti. Che, correndo per l’aeroporto, Gea e il coach ad interim Andrea Morlet hanno anche raggiunto. Ma senza bagagli, non trasferiti in tempo, nonostante la volontà del giocatore francese di recuperarli in seguito. Eppure, neanche questo è bastato a fermare i suoi tentativi di arrivare a Bloomfield Hills: cambio volo, preso per Windsor, accompagnato da un’auto poi fino al Challenger (aveva scoperto di ritardi nel programma per pioggia) per scoprire che il suo match era iniziato già con un lucky loser al suo posto. Molti avrebbero messo in standby la settimana per poi ripartire con più calma. Non Arthur Gea.
alternativa—
Una volta accettato di non poter scendere in campo a Bloomfield Hills, il francese ha scelto la pista più intrigante. A livello di ranking, infatti, era dentro l’Atp 250 di Los Cabos, in Messico. Un torneo raramente frequentato dai migliori negli ultimi anni, una bella occasione per fare bella figura a livello tour ed incamerare qualche punto. Così, giusto il tempo di cenare in hotel in Michigan, e poi subito la prenotazione di un nuovo volo, di otto ore, per arrivare in Messico prima possibile. Così, passando anche una notte in aeroporto cercando di ricaricare le batterie, è partito l’ultimo e più importante viaggio dell’incredibile storia di Gea. Che ha speso quasi 4.000 dollari di biglietti aerei, tra problematiche varie, coincidenze e cambi repentini. Riuscendo infine, in qualche modo, ad arrivare a Los Cabos. “Eravamo esausti, ma questa volta il volo è andato bene. Non potevamo credere ai nostri occhi una volta arrivati a destinazione. In totale abbiamo viaggiato quasi come se fossimo andati in Australia”, aveva raccontato. Senza sapere che però la girandola non fosse ancora finita, mancava la ciliegina sulla torta giunta non appena arrivati in Messico.
lieto fine—
Gea, promessa francese, veste rigorosamente Lacoste in qualità di sponsor tecnico. Di conseguenza aveva vari completini con sé una volta giunti in aeroporto, ed è quindi stato fermato dalla dogana, obbligato a una tassa pur di introdurli. Nonostante abbia spiegato che non era lì per venderli, né che tantomeno si trattava di merce di contrabbando, non ha potuto far altro che arrendersi e pagare per giungere finalmente alla destinazione agognata. Quasi ringraziando di essere arrivato con qualche giorno di anticipo rispetto all’inizio del torneo, avendo la possibilità di allenarsi al meglio sul cemento messicano e abituarsi anche alle condizioni climatiche non semplicissime: “Almeno siamo arrivati presto a Los Cabos, ci siamo potuti allenare da mercoledì sera, con calma: è stato fantastico. E immagino che ora il mio karma sarà positivo”. L’ironia di Gea sulla sfortuna alla fine si è rivelata quasi una previsione. Dopo delusioni e problemi, peripezie e impossibilità anche di arrivare al luogo di gioco del torneo selezionato, il francese ha messo su la settimana più bella della sua giovane carriera. Cinque grandi vittorie, il culmine raggiunto battendo in finale il campione in carica Denis Shapovalov, festeggiando senza eccessi, con un semplice “Vi amo” rivolto al proprio angolo durante la premiazione. Forse il karma non c’entra nulla, ma sicuramente questa odissea ha avuto il lieto fine più dolce possibile. Interpretazione magistrale, da eroe tragico fino alla rivalsa, di Arthur Gea. Per una settimana, quasi camminando sull’acqua.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
