Un elefante magrolino che scriveva poesie. È difficile parlare di Marco Pantani senza che riaffiori quel verso degli Stadio. Perché il Pirata in fondo, è rimasto proprio così: un personaggio sospeso tra realtà e leggenda, capace ancora oggi di emozionare e ispirare. E c’è chi quella leggenda ha deciso di viverla sulla propria pelle. Si chiama Sergio, “il cognome non è importante, non voglio togliere importanza al Pirata” dice lui. Ha 60 anni, è un operaio da poco in pensione e da anni viene scambiato per Marco Pantani ad ogni angolo di strada. Nato a Brescia e ormai riminese d’adozione, per lui non è un travestimento di Carnevale né una trovata per attirare l’attenzione: è qualcosa di molto più profondo.

“Mi è entrato nel cuore e nella mente. Ogni giorno penso a lui. È una forza per me”, racconta. Pizzetto, orecchino e bandana. Ogni dettaglio è stato ricostruito con rispetto, fino a farne quasi uno specchio del campione romagnolo. “Ho deciso di somigliargli perché sentivo questa cosa dentro”. Un legame che negli anni lo ha portato a conoscere anche la famiglia Pantani. Tutto è iniziato durante l’inaugurazione di una statua dedicata al Pirata. Davanti alla mamma, Tonina Belletti, ricorda un momento di autentico stupore. “Quando mi vide rimase senza parole. Da lì è nata un’amicizia”. Un rapporto consolidato nel tempo, tanto che la famiglia gli ha regalato un cimelio dal valore immenso: la divisa originale del Tour de France 1997, quella indossata da Pantani nella storica scalata dell’Alpe d’Huez.

Marco Pantani, ricordo indelebile

Marco Pantani, ricordo indelebile

Ed è proprio lì che, pochi giorni fa, è accaduto qualcosa di inatteso. Durante la tappa del Tour de France che attraversava la salita più iconica del ciclismo mondiale, Sergio ha indossato quel completo ed è salito in sella alla sua bicicletta. Un mezzo speciale, identico al modello da corsa utilizzato da Pantani nel 1997 e che, secondo lui, potrebbe essere stato davvero del Pirata. “Non ne ho la certezza, ma ha una sella personalizzata con la scritta Pirata. Io sento che Marco ci è salito sopra”.

Poi la magia. Tra le centinaia di migliaia di persone assiepate lungo l’Alpe d’Huez, in molti hanno creduto che quel volto scavato, quella bandana e quella postura fossero davvero quelli di Pantani. “Mi sono ritrovato in mezzo alla folla e tutti mi chiamavano Marco. C’era chi si inchinava, chi mi correva incontro. Mi hanno trattato come un corridore professionista”. Persino la Gendarmeria francese, inizialmente intenzionata a fermarlo, avrebbe desistito davanti all’entusiasmo dei tifosi. “La gente mi voleva e così mi hanno lasciato passare”.

Per Sergio, Pantani non è mai stato soltanto un campione. Lo seguiva fin dalle prime gare del 1994 e, con il tempo, quella passione è diventata qualcosa di molto più intenso. “A un certo punto mi si è capovolto tutto. Da allora non passa un giorno senza che io pensi a lui”. Stessa altezza, stesso numero di scarpe. “Sono uguali anche gli occhi, i battiti cardiaci e la pressione di quando correva”. Ma quella francese non è stata la prima volta in cui la folla lo ha accolto come fosse il Pirata. Era successo anche due anni fa, quando il Tour de France fece tappa a Rimini: Sergio era lì, con un altro completo di Pantani e tutto ciò che serve per riportarne in vita l’immagine. Così, per qualche istante, tra le curve dell’Alpe d’Huez o lungo le strade della Riviera, il tempo è sembrato fermarsi. E il Pirata, almeno negli occhi di migliaia di tifosi, è tornato a pedalare ancora una volta.

Federico Tommasini