A mezzogiorno, in una giornata estiva, sulla stessa spiaggia convivono due comportamenti opposti: chi resta ore al sole convinto di fare scorta di vitamina D e chi evita qualsiasi raggio per paura dei tumori cutanei. Entrambe le scelte nascono da una semplificazione. La radiazione ultravioletta permette infatti alla pelle di produrre vitamina D, ma è anche il principale fattore ambientale responsabile dei tumori cutanei. Secondo una stima internazionale, oltre l’80% dei melanomi diagnosticati nel mondo nel 2022 sarebbe attribuibile all’esposizione ai raggi UV. Il punto, quindi, non è stabilire se il sole faccia bene o male in assoluto, ma capire quando il vantaggio biologico finisce e comincia il danno.
La vitamina D, più simile a un ormone che a una vitamina tradizionale, interviene nella regolazione di numerosi geni e partecipa a processi come crescita cellulare, differenziazione, infiammazione e apoptosi. In laboratorio ha mostrato effetti potenzialmente favorevoli anche nei confronti della biologia tumorale, ma questi risultati non autorizzano a concludere che prendere più sole protegga dal cancro. Gli studi osservazionali hanno collegato bassi livelli di vitamina D soprattutto a un rischio o a una prognosi peggiore nel tumore del colon-retto, mentre per mammella, prostata e polmone i dati sono meno chiari. Inoltre, gli studi sugli integratori non hanno dimostrato in modo convincente una riduzione generalizzata dell’incidenza dei tumori.
Il paradosso nasce dal fatto che gli stessi raggi UVB che avviano la produzione di vitamina D possono danneggiare il DNA delle cellule cutanee. La sintesi tende però a saturarsi dopo una breve esposizione, mentre il danno continua ad accumularsi. Restare al sole più a lungo non significa quindi produrre vitamina D senza limiti: una volta raggiunta la soglia utile, aumenta soprattutto il rischio di eritemi, fotoinvecchiamento e tumori. Per questo non esiste un numero di minuti valido per tutti. Contano stagione, latitudine, ora del giorno, età, fototipo, superficie corporea scoperta, nuvole, inquinamento e abitudini individuali.
In primavera e in estate, per molte persone, può essere sufficiente la normale vita all’aperto: camminare, fare commissioni o trascorrere brevi periodi con viso e braccia scoperti. Alcune indicazioni parlano orientativamente di 5-30 minuti, una o più volte alla settimana, ma non si tratta di una prescrizione universale. La regola più importante è non arrivare mai all’arrossamento. Quando l’indice UV è elevato servono ombra, cappello, occhiali, abiti e crema solare ad ampio spettro, da riapplicare dopo il bagno o una forte sudorazione. La protezione non deve diventare un lasciapassare per prolungare l’esposizione, e i lettini abbronzanti non sono un’alternativa sicura.

Il sole, inoltre, non è l’unica fonte possibile. Pesci grassi come salmone, trota, tonno e sgombro sono tra gli alimenti più ricchi di vitamina D; un contributo può arrivare anche da uova, latticini e prodotti fortificati. Anziani, persone con pelle scura, chi vive poco all’aperto o copre gran parte del corpo possono essere più esposti alla carenza e aver bisogno di una valutazione medica. In questi casi l’integratore è spesso più prudente di un’esposizione solare forzata, ma le alte dosi non vanno improvvisate. La strategia più equilibrata resta poco spettacolare ma efficace: luce quotidiana senza scottature, protezione quando il sole è intenso, alimentazione adeguata e supplementazione solo quando realmente necessaria.
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Langselius O., Rumgay H., de Vries E. et al., “Global burden of cutaneous melanoma incidence attributable to ultraviolet radiation in 2022”, International Journal of Cancer, pubblicato online il 27 maggio 2025, doi: 10.1002/ijc.35463.
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