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Progettazione manipolativa: che cos’è e quali effetti ha sugli adolescenti. I consigli per i genitori
SScienza e tecnologia

Progettazione manipolativa: che cos’è e quali effetti ha sugli adolescenti. I consigli per i genitori

  • 3 Agosto 2026

di
Greta La Rocca

Promuovere un ambiente digitale corretto e protetto non è semplice e i videogiochi sono l’ambito più a rischio: le interfacce catturano l’attenzione e creano assuefazione. Come evitare i rischi

Promuovere un ecosistema digitale sicuro, trasparente ed equo: è l’obiettivo dell’Associazione Italiana Commercio Elettronico impegnata a diffondere la cultura della conformità normativa tra le imprese, dal GDPR al Digital Services Act, affinché la progettazione dei servizi web sia etica e tenga conto della vulnerabilità dei più giovani. 
«Quando parliamo di e-commerce e servizi digitali, la fiducia di chi compra è il motore del mercato. Per questo, un ambiente digitale corretto e protetto non è solo un dovere etico verso i consumatori, ma è anche un preciso interesse economico delle imprese, poiché la legalità e la sicurezza generano stabilità e competitività nel lungo periodo. La tutela dei diritti digitali e la protezione dei minori online non sono freni allo sviluppo, ma precondizioni essenziali per il business stesso» spiega Manuela Borgese, avvocato, vicepresidente di Aicel e mamma di due adolescenti. Uno degli ambiti più delicati interessa aziende e modelli di business che utilizzano l’architettura delle interfacce per aggirare il consenso consapevole degli utenti. Fra i contesti di maggiore impatto su questi temi, vi è quello dei videogiochi.

I rischi

Gli effetti che la progettazione manipolativa può avere sui più giovani sono documentati sul piano scientifico: sfrutta meccanismi neuroscientifici per catturare l’attenzione, generare picchi di dopamina e creare assuefazione. Nel sistema cognitivo dei minori le conseguenze sono amplificate. Il principio della manipolazione è identico, ma si declina in modi diversi a seconda del contesto. «Nel gaming si traduce in sessioni di gioco prolungate in modo patologico (fino al Gaming Disorder, disturbo da gioco, una dipendenza comportamentale riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e in acquisti impulsivi in-app tramite loot box (pacchetti di oggetti virtuali casuali nei videogiochi, acquistabili con denaro reale o sbloccabili giocando), che possono indurre al gioco d’azzardo. Nei social network, funzionalità come lo scorrimento infinito e l’autoplay portano il cervello in modalità “pilota automatico”, spingendo a un uso compulsivo e notturno di Instagram e Facebook». Queste violazioni impattano sulle tutele imposte da normative (esempio GDPR, DSA e AI Act.)come è stato evidenziato dai recenti studi della Commissione Europea del 10 luglio 2026 contro Meta: la Commissione ritiene in via preliminare che il design che crea dipendenza di Instagram e Facebook violi la legge sui servizi digitali.



















































Tecnologia da governare

L’esperienza di Borgese, mamma di due figli di 11 e 13 anni, le offre un osservatorio immediato su una fascia d’età in cui il confine tra svago e vulnerabilità è sottilissimo e la porta – sia in AICEL che nella ricerca scientifica quale esperta in diritto della società digitale e dell’innovazione tecnologica presso l’Università di Catanzaro – a individuare soluzioni concrete basate sulla consapevolezza del rischio anziché sul proibizionismo. «La mia esperienza genitoriale conferma quanto rilevato dalla Commissione Europea: gli strumenti di gestione del tempo attivati di default per gli adolescenti vengono facilmente elusi, i controlli parentali risultano efficaci solo se i genitori possiedono tempo e competenze tecniche adeguate. In questo senso, è evidente che sia da escludere un’incondizionata delega alle famiglie».
È presto per avere dati statistici consolidati sulle leggi recenti introdotte in Australia, Francia, Spagna o Grecia, ma i primi segnali applicativi evidenziano forti limiti. «Il proibizionismo rischia di non eliminare il problema, ma di spostarlo fuori dal radar dei genitori, spingendo i minori a usare stratagemmi digitali (come le VPN) per aggirare i blocchi. Inoltre, l’interazione online è ormai uno spazio di socializzazione e un diritto alla vita culturale sancito dall’Articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Isolarli significa escluderli dalle relazioni tra coetanei. La tecnologia va governata, non semplicemente vietata».

Cittadinanza digitale

Borgese, di recente impegnata ad Atene in una conferenza internazionale con un paper dedicato ai dark pattern e alla progettazione manipolativa, spiega che «non possiamo delegare la sicurezza online esclusivamente alle famiglie, pretendendo che i genitori gestiscano da soli una sfida impari contro interfacce e algoritmi studiati per massimizzare l’engagement. La forza di questo intervento risiede nell’intero ecosistema alleato, ma si regge soprattutto sulla fiducia e sulla consapevolezza». I ragazzi oggi finiscono per apprendere le nozioni base da soli sul web o tramite i video di YouTube; invece è fondamentale che ricevano una formazione specifica per comprendere i meccanismi economici del web, come la profilazione e i dark pattern, acquisendo gli strumenti per compiere passi autonomi e consapevoli. L’eccessivo controllo, infatti, non fa che stimolare la ricerca di nuove scappatoie digitali. È fondamentale che questi temi rientrino fra gli argomenti della loro crescita culturale e che vengano forniti in maniera appropriata. «Un protocollo ministeriale servirebbe a standardizzare questo percorso, dotando i docenti di competenze legali e tecnologiche per rendere la cittadinanza digitale una materia istituzionale e non un’iniziativa lasciata alla buona volontà del singolo istituto». Oggi esistono solo progetti frammentati e linee guida generali, ma manca un programma nazionale obbligatorio e strutturato che affronti la manipolazione algoritmica e i diritti dei consumatori minorenni online. Anche a livello europeo, le soluzioni tecnologiche armonizzate come i modelli di age verification sono ancora in fase di sperimentazione e non sono integrate nelle console o nei sistemi di gaming. Attualmente c’è una distanza enorme tra i princìpi scritti nelle leggi e la realtà quotidiana che i ragazzi e le famiglie si trovano a gestire.

Dieci consigli per i genitori

  • ● Disattivare i pagamenti automatici: non collegare mai la carta di credito principale senza richiedere una password o un’approvazione biometrica (impronta o riconoscimento facciale) per ogni singola transazione.
  • ● Proteggere le interazioni e le chat: configurare le impostazioni di privacy sia sui social sia nei videogiochi multiplayer per impedire di essere contattati da sconosciuti, riducendo il rischio che le chat di gioco diventino luoghi di adescamento.
  • ● Attivare il Parental Control all’acquisto e configurarlo insieme ai minori: il semplice proibizionismo non conduce a nessun risultato duraturo, se non attraverso i motivi che si situano dietro quella scelta.
  • ● Giocare e navigare insieme: il mondo digitale si arricchisce di caratteristiche ogni giorno più complesse, anche per gli addetti ai lavori. L’unico modo per conoscere davvero il loro mondo è dedicare del tempo a capire a cosa giocano o cosa guardano. Entrare nella loro esperienza digitale è l’unico modo per poterla decodificare.
  • ● Spiegare il valore della valuta virtuale: aiutarli a capire che gemme, monete o punti corrispondono a soldi reali, calcolando insieme il tasso di conversione.
  • ● Insegnare il valore dei dati personali: spiegare che un servizio “gratis” si paga con le nostre informazioni e che non si inseriscono mai nomi completi, scuole o posizioni geografiche nei profili.
  • ● Patti d’uso chiari su tempi e app: definire un accordo familiare condiviso che stabilisca i limiti orari per sessioni di gioco o social, vietando gli schermi a tavola e in camera prima di dormire, e concordando quali videogiochi o applicazioni si possono scaricare.
  • ● Valorizzare il sistema PEGI: utilizzare l’etichettatura PEGI (sistema europeo di classificazione dei videogiochi; aiuta i genitori a scegliere giochi adatti ai propri figli) non come un semplice divieto, ma come uno strumento informativo per capire i contenuti effettivi del gioco.
  • ● Usare lo schermo come “baby-sitter”: ricorrere ai dispositivi per calmare o distrarre i bambini nei momenti di noia, impedendo loro di sviluppare l’autoregolazione emotiva.
  • ● Sottovalutare i giochi “Free-to-Play”: pensare che un gioco sia sicuro solo perché il download è gratuito, ignorando i meccanismi aggressivi di pressione all’acquisto interni.
  • ● Delegare tutto alla tecnologia: credere che un’applicazione di Parental Control risolva ogni problema, azzerando il dialogo critico in famiglia.
  • ● Accettare i termini di servizio senza leggere: cliccare “Accetto” su informative privacy complesse per conto dei figli senza verificare come verranno profilati.
  • ● Fornire l’esempio sbagliato: chiedere ai figli di posare il telefono rimanendo noi stessi incollati allo schermo durante i momenti familiari.
  • ● Considerare i videogiochi solo come una perdita di tempo: ignorare il valore culturale e di aggregazione del gaming, creando un muro comunicativo con il figlio.
  • ● Aggirare i limiti di età per farli “contenti”: creare account social o di gioco falsificando la data di nascita prima dell’età minima consentita.
  • ● Colpevolizzare il minore per l’inganno dell’interfaccia: attribuire la responsabilità di una spesa imprevista o di un comportamento scorretto interamente al ragazzo, senza riconoscere che spesso l’azione è indotta da un’interfaccia o da un’interazione progettata appositamente per manipolarlo.

Entro la fine del 2026, è attesa la nuova proposta di regolamento europeo, il Digital Fairness Act, nato proprio per ampliare la portata degli obblighi di trasparenza e correttezza. Borgese, insieme a AICEL, intensificherà i tavoli di lavoro e la creazione di linee guida pratiche per le imprese italiane ed europee, affinché recepiscano questi standard etici prima che diventino obblighi sanzionabili, dimostrando che un e-commerce equo e rispettoso dei minori è anche un e-commerce di maggior successo nel lungo periodo.

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3 agosto 2026 ( modifica il 3 agosto 2026 | 14:47)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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