I reni lavorano in silenzio, filtrando il sangue e mantenendo in equilibrio acqua, sali minerali e prodotti di scarto. Anche per questo la malattia renale cronica può avanzare a lungo senza segnali evidenti. Ora un grande studio prospettico pubblicato il 3 agosto su Scientific Reports suggerisce che ciò che mettiamo nel piatto potrebbe essere associato al rischio di svilupparla. I ricercatori hanno analizzato 416.584 partecipanti della UK Biobank, inizialmente senza malattia renale cronica, seguendoli in media per 12,9 anni. Nel periodo di osservazione sono comparsi 23.084 nuovi casi. Rispetto a chi mangiava carne più di cinque o sei volte alla settimana, i vegetariani mostravano un rischio relativo inferiore del 19%. In termini statistici, l’hazard ratio era 0,81, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,71 e 0,93.
La fotografia, però, è più sfumata di uno slogan. Nel campione c’erano 195.030 forti consumatori di carne, 199.478 persone che ne mangiavano meno, 4.779 consumatori di solo pollame, 9.647 pescetariani e 7.650 vegetariani; in quest’ultimo gruppo sono stati inclusi anche 367 vegani, troppo pochi per essere studiati separatamente. I modelli statistici hanno tenuto conto di sesso, istruzione, reddito, fumo, alcol, attività fisica, diabete di tipo 2, indice di massa corporea e circonferenza della vita. Il segnale più netto è rimasto quello dei vegetariani, mentre nei consumatori di poca carne la differenza era molto più modesta, circa il 3%. Per pollame e pesce, invece, il risultato principale non raggiungeva la stessa solidità statistica, anche se alcune analisi aggiuntive hanno mostrato un possibile vantaggio per i pescetariani.
Perché un’alimentazione prevalentemente vegetale potrebbe essere più favorevole ai reni? Una prima ipotesi riguarda il carico acido: alcuni alimenti animali producono una maggiore quantità di composti acidi da eliminare, mentre frutta e verdura tendono a controbilanciarli. Un secondo elemento è la fibra, che sostiene il microbiota intestinale e la produzione di acidi grassi a catena corta, molecole coinvolte nella regolazione dell’infiammazione. Contano anche polifenoli, sodio e fosforo: nelle fonti vegetali il fosforo è spesso legato ai fitati e viene assorbito meno rispetto a quello presente in molti alimenti animali o negli additivi industriali. Il risultato, inoltre, non nasce dal nulla: una meta-analisi del 2025 su oltre 121 mila partecipanti aveva già rilevato un’associazione tra diete vegetali e minore probabilità di sviluppare una malattia renale cronica. Non basta però eliminare la carne: una dieta vegetariana ricca di prodotti ultraprocessati, sale, zuccheri e farine raffinate non coincide automaticamente con una dieta protettiva.

Il punto decisivo è il verbo: “associata”, non “riduce”. Lo studio è osservazionale e non ha assegnato casualmente le persone a diete diverse. I vegetariani erano mediamente più giovani, più spesso donne, con peso inferiore, migliore funzione renale iniziale e istruzione più elevata. Le correzioni statistiche attenuano queste differenze, ma non possono cancellare ogni fattore nascosto. Inoltre, la dieta è stata classificata soprattutto all’inizio attraverso questionari, mentre i casi renali sono stati identificati in larga parte tramite diagnosi e ricoveri ospedalieri. Il risultato rafforza l’idea che portare più legumi, verdure, frutta, cereali integrali e frutta secca nel piatto possa inserirsi in una strategia favorevole alla salute renale, ma non dimostra che diventare vegetariani prevenga la malattia. Per chi ha già una riduzione della funzione renale, infine, quantità di proteine, potassio, fosforo e sodio devono essere personalizzate con il nefrologo o il dietista: copiare una dieta dal web può essere tutt’altro che innocuo.
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Candussi C.J., Bell W., Mutapcic M. et al. “Vegetarian diet is associated with a lower risk of chronic kidney disease in a population-based study”. Scientific Reports, volume 16, articolo 23849, 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-62827-2.

