Lo smartphone appena svegli, il tablet durante le lezioni, il portatile per preparare gli esami e di nuovo il telefono prima di dormire. Per molti universitari lo schermo non è più uno strumento occasionale, ma l’ambiente in cui si svolge gran parte della giornata. Uno studio multicentrico pubblicato il 3 agosto su Scientific Reports ha coinvolto 503 studenti di medicina e professioni sanitarie degli Emirati Arabi Uniti, con un’età mediana di 20 anni. Attraverso un questionario validato che misura frequenza e intensità di 16 sintomi, il 73% ha raggiunto la soglia della cosiddetta computer vision syndrome, o affaticamento visivo digitale. Il dato non significa che sette giovani su dieci abbiano subito un danno agli occhi: indica che presentavano una combinazione di disturbi compatibile con l’uso prolungato dei dispositivi.
Il sintomo riferito spesso o sempre più di frequente era la secchezza oculare, segnalata dal 34% degli studenti. Seguivano la sensazione di un peggioramento della vista, al 23%, il mal di testa e la maggiore sensibilità alla luce, entrambi al 21%. Quando fissiamo uno schermo tendiamo a battere meno le palpebre e talvolta in modo incompleto, così il film lacrimale evapora più rapidamente. A questo si aggiungono lo sforzo continuo di messa a fuoco da vicino, i riflessi, la luminosità mal regolata e una posizione poco naturale di testa e collo. La “sindrome” non è quindi una singola malattia, ma un insieme di sintomi oculari, visivi e muscolari che può ridurre concentrazione, comfort e rendimento. Nello studio, il 38% di chi soddisfaceva i criteri riferiva ripercussioni sullo studio, contro il 17% degli altri partecipanti.
A sorprendere non è soltanto la quantità di tempo trascorsa online: il 63% dichiarava oltre sei ore al giorno davanti ai dispositivi. È soprattutto il modo in cui quelle ore vengono accumulate a far riflettere. Soltanto il 13% affermava di mantenere una postura corretta e appena metà faceva una pausa almeno ogni ora. Chi interrompeva il lavoro soltanto ogni due ore mostrava probabilità circa doppie di rientrare nei criteri della sindrome rispetto a chi si fermava almeno una volta all’ora. Nel modello statistico, però, il numero totale di ore davanti allo schermo non risultava associato in modo indipendente ai sintomi: una possibile indicazione che pause, condizioni oculari preesistenti e abitudini d’uso possano contare quanto il cronometro. Non è comunque una prova causale, perché lo studio fotografa un solo momento, si basa sulle risposte degli studenti e non comprende una visita oculistica di conferma.

La prevenzione non richiede necessariamente accessori costosi. La regola 20-20-20 suggerisce, ogni 20 minuti, di guardare per 20 secondi qualcosa distante circa sei metri; è utile anche posizionare lo schermo leggermente sotto il livello degli occhi, evitare riflessi, adattare luminosità e dimensione dei caratteri, mantenere una distanza confortevole e ricordarsi di ammiccare. Gli occhiali con filtro per la luce blu non sono una scorciatoia dimostrata: una revisione Cochrane non ha trovato benefici chiari contro l’affaticamento a breve termine rispetto alle lenti normali. I disturbi da schermo sono generalmente temporanei, ma dolore, visione doppia, calo visivo persistente, forte fotofobia o sintomi che non migliorano con le pause meritano una valutazione oculistica, perché potrebbero dipendere anche da secchezza o difetti visivi non corretti. La lezione dello studio non è eliminare la tecnologia, ma imparare a usarla senza costringere gli occhi a lavorare senza tregua.
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Alsaadi M.A., Alalawi A.M., Abdullahi A.S. et al., “Computer vision syndrome and its preventive ergonomic practices among undergraduate medical and health science students in the United Arab Emirates”, Scientific Reports, pubblicato il 3 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-64987-7.

