Dalle piazze è passato presto alle televisione.
«Avevo appena venticinque anni quando ho condotto il programma che mi ha fatto conoscere al grande pubblico e, soprattutto all’inizio, sentivo una forte ansia da prestazione: volevo meritare quella fiducia enorme che mi era stata accordata. Avevo bisogno di conferme e di nutrirmi dell’affetto delle persone: immagino che sia un aspetto che appartiene anche all’egocentrismo inevitabile che chi fa il nostro mestiere ha. Con il tempo, però, è cambiato tutto: dopo la prima edizione di Furore ho conosciuto mia moglie e insieme abbiamo costruito subito una famiglia. Da quel momento le mie fonti affettive non sono più state soltanto il consenso e la popolarità».
Che forma ha il suo amore con Beatrice Bocci oggi?
«L’attrazione e la passione sono ancora molto presenti fra noi. Allo stesso tempo, camminando insieme, abbiamo imparato a dare sempre più spazio alla condivisione, alla tenerezza e a quella che considero la forma più alta dell’amore: la fede. Il cammino spirituale ci ha aiutato ad andare oltre gli istinti più immediati e a scegliere di continuare ad amare anche quando, umanamente, sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte o rispondere soltanto con il rifiuto».
In che modo la fede ha rafforzato il vostro matrimonio?
«Ci sono momenti in cui tutto, dentro e fuori una relazione, sembrerebbe spingerti ad allontanarti, a irrigidirti, a costruire un muro. Eppure continua ad ardere un amore che, da soli, spesso non saremmo capaci di esprimere. È un amore che nasce dalla frequentazione di Dio e che, nella libertà, diventa sempre più forte e costante».
A differenza di molti suoi colleghi la sua vita privata è sempre stata messa sotto una lente di ingrandimento: perché, secondo lei?
«Forse perché, in qualche modo, siamo sempre stati controcorrente. Quando io e Beatrice ci siamo conosciuti c’era già Alessandra, che aveva tre anni e mezzo, e nel 1998 è nato Lorenzo: di fatto siamo diventati una famiglia fin da subito. Erano anni in cui un modello familiare come il nostro veniva spesso considerato noioso, scontato, persino retrogrado o melenso. Il fatto di esserci impegnati così profondamente nella costruzione della nostra famiglia suscitava, in qualcuno, perfino un certo fastidio. Poi c’è stato un lungo periodo di convivenza, dovuto a una serie di impedimenti che ci hanno costretto ad aspettare prima di poterci sposare civilmente, cosa che è avvenuta nel 2008. Successivamente, nel 2014, abbiamo finalmente realizzato il nostro desiderio di celebrare anche il matrimonio religioso, che per noi rappresentava un passaggio fondamentale del nostro cammino di fede. A quel punto abbiamo raccontato anche un’altra esperienza molto personale».
La scelta di castità.
«Dopo un pellegrinaggio a Medjugorje, scegliemmo di vivere un periodo di castità per rimettere davvero al centro i sacramenti: è stato proprio su questo che una parte della stampa si è soffermata in maniera superficiale, riducendo tutto a un titolo sul sesso e svuotando completamente il significato spirituale di quella scelta. Molti hanno pensato che fosse diventata una condizione permanente, quando invece si trattò di un percorso durato circa tre anni e mezzo, vissuto in un preciso momento della nostra vita. È stata un’esperienza che ci ha aiutato a sciogliere tanti nodi interiori e ad arrivare al matrimonio religioso con una consapevolezza diversa. Credo che sia stata soprattutto questa vicenda ad alimentare un’attenzione che, in alcuni momenti, è diventata eccessiva».