“C’era solo un Capitano”. Chicco pensa a Kaiser Franz tra fedeltà, sacrifici e successi. E che partita in finale contro il Brasile di Romario…
Giornalista
4 agosto – 08:23 – MILANO
Le giovanili, il debutto tra i grandi, la retrocessione in Serie B e poi le vittorie con Sacchi e Capello nel Milan di Berlusconi. Chicco Evani ha vissuto tutte le ere del Franco Baresi rossonero, le più buie e le più luminose, fin dagli inizi. “Io arrivai a Milano a 14 anni, lui era un po’ più grandicello di me e andava già ad allenarsi con la prima squadra. Si vedeva che aveva una marcia in più e tutti erano convinti che sarebbe diventato un calciatore da Milan”.
La realtà ha poi superato l’immaginazione?
“Beh, possiamo ben dirlo. Ricordo Franco titolare a 18 anni nella squadra che ha vinto lo scudetto della stella. Non era ancora il Capitano, ma aveva la personalità del leader e per noi ragazzini delle giovanili era già un esempio”.
Lei debuttò in prima squadra nel 1980-81, con il Milan in Serie B dopo la scandalo del calcioscommesse. L’altra retrocessione arrivò poi sul campo. Furono anni duri, ma Baresi scelse di restare in rossonero…
“Franco fece qualcosa di eccezionale, perché le offerte non gli mancavano di certo. In particolare nel 1982, quando dopo la seconda retrocessione era diventato campione del Mondo. Poteva andare ovunque in Serie A, ma si dimostrò per quello che è sempre stato: non solamente un gran giocatore, ma una persona straordinaria, con valori immensi. Il suo senso d’appartenenza al Milan era totale”.
Chi non ha vissuto quegli anni, ha visto qualcosa di simile con la Juventus nel 2006: Buffon, Del Piero e gli altri decisero di restare dopo Calciopoli.
“Un gesto nobile, ma se mi permette il contesto era assai diverso. I campioni della Juve avevano già vinto tanto in carriera e, comunque, potevano ben sperare che la squadra sarebbe tornata rapidamente a lottare per dei titoli, come infatti poi è stato, dato che la proprietà era forte. Franco, invece, rimase in un Milan sull’orlo del fallimento: in quel momento era più facile pensar male che sognare trofei. Lui era giovane, si prese il rischio di rovinarsi la carriera con quella scelta. E badi bene, non è che Baresi avesse da farsi perdonare nulla: lui saltò tre mesi per una brutta malattia nella stagione in cui retrocedemmo sul campo, altrimenti ci saremmo salvati. Semplicemente, l’amore per il rosso e il nero era più forte di tutto il resto”.
“La giusta ricompensa per il sacrificio che Franco aveva fatto anni prima. Baresi era già diventato il capitano, la fascia gliela affidò Ilario Castagner proprio in Serie B. Non che ce ne fosse bisogno, era già un leader riconosciuto da tutti”.
Con Silvio, arrivò Sacchi. È vera la storia di Arrigo e delle videocassette di Signorini al Parma fatte visionare a Baresi per capire come interpretare il ruolo di libero?
“È stata molto romanzata, benché Signorini fosse un gran bel giocatore. Di certo Sacchi ebbe un grande merito: trasformò Franco dal campione a livello individuale quale già era al maestro di un reparto e di un collettivo leggendario”.
In allenamento, quelle poche volte, si segnava solo da fuori area”
Alberico Evani
Tassotti, Maldini, Galli (poi Costacurta) e Baresi: Gullit ha spesso raccontato che in allenamento era impossibile far loro gol, nemmeno nelle esercitazioni.
“Pura verità. Ricordo che Arrigo a volte faceva questi allenamenti 10 contro 4 per testare la difesa e gli unici gol di cui ho memoria erano con conclusioni da fuori area, altrimenti non c’era verso”.
La rivoluzione di Sacchi partì innanzitutto dalla tattica del fuorigioco, con capitan Baresi a dirigere il tutto.
“Franco era un vero direttore d’orchestra. Forse oggi non si capisce quanto fu innovativo quel modo di difendere, perché allora le avversarie erano completamente spiazzate quando si alzava la nostra linea. Il regolamento poi era diverso, bastava un giocatore al di là e veniva fischiato l’offside, non c’erano le specifiche di oggi. Baresi nel comandare il reparto era di una precisione chirurgica, pensi che alla partita di addio al calcio di Albertini (2006 ndr) ancora ricordava tutti i movimenti a memoria e faceva salire la difesa come ai vecchi tempi. Aveva 46 anni, eh”.
Il più bel trofeo vinto con Baresi? Per me resta il primo scudetto del 1988″
Alberico Evani
Lei e Baresi avete condiviso dodici trofei dell’era berlusconiana. Il più bello?
“Per me resta il primo scudetto del 1988. Tranne proprio Franco e pochi altri, in squadra nessuno aveva vinto qualcosa e fu davvero speciale. E poi senza quel trionfo non sarebbero arrivate le coppe dei Campioni, le Intercontinentali, le Supercoppe…”.
Nel 1994 Baresi fu leggendario contro il Brasile di Romario”
Alberico Evani
Insieme avete condiviso pure l’avventura con la Nazionale a Usa ‘94.
“Condiviso è proprio il termine giusto, perché io mi feci male alla prima partita e lui alla seconda. Lavoravamo insieme per recuperare, ma lui fece una vera e propria impresa, tornando per la finale dopo l’operazione al ginocchio. E vogliamo parlare di come giocò contro il Brasile di Romario? Fu leggendario”.
L’immagine di Baresi in lacrime dopo il rigore sbagliato e la sconfitta fa male ancora oggi.
“Fu una delusione tremenda, ma è anche lo specchio di cosa era Franco. Un uomo dedito alla causa, pronto al sacrificio. Non a caso i tifosi del Milan cantavano ‘c’è solo un Capitano’, con la ‘C’ rigorosamente maiuscola”.
E per Evani chi è stato Baresi?
“Un amico vero. Fu lui a volermi nel settore giovanile del Milan da allenatore. E tra le mille cose, lo ringrazierò sempre anche per questo”.
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