Essere il primo figlio o arrivare dopo potrebbe lasciare una traccia misurabile nella salute. È quanto suggerisce uno studio pubblicato il 3 agosto 2026 su Nature Health, che ha analizzato i dati sanitari assicurativi di oltre 10,3 milioni di persone appartenenti a circa 5,1 milioni di famiglie con due figli. I ricercatori hanno cercato associazioni tra ordine di nascita e 569 diagnosi, dalle allergie ai disturbi neuropsichiatrici fino alle malattie gastrointestinali. Per rendere il confronto più solido hanno utilizzato due strategie: una coorte di 1,6 milioni di coppie abbinate tra famiglie diverse e un’analisi diretta tra fratelli della stessa famiglia. Il risultato non identifica un figlio complessivamente più fragile dell’altro: descrive, piuttosto, profili di rischio differenti.

Tra le 418 condizioni abbastanza frequenti da permettere analisi robuste, 150 hanno mostrato associazioni statisticamente significative dopo una correzione molto severa per i numerosi confronti effettuati. I primogeniti risultavano più rappresentati in alcune diagnosi neuroevolutive e immuno-allergiche: nei secondogeniti, rispetto ai primi, le probabilità relative erano inferiori del 26% per l’autismo, del 7% per l’ADHD, del 20% per l’allergia alimentare e del 9% per la rinite allergica. Dall’altra parte, nei secondogeniti comparivano più spesso abuso di sostanze, emicrania e diverse condizioni gastrointestinali, tra cui gastrite e duodenite; una delle associazioni più marcate riguardava anche l’herpes zoster. Le differenze erano però generalmente modeste e non significano che un singolo bambino svilupperà necessariamente una di queste condizioni.

Perché l’ordine di nascita dovrebbe contare? Una delle ipotesi più convincenti riguarda il sistema immunitario. Chi nasce dopo incontra fin dai primi mesi microbi e infezioni portati in casa dal fratello maggiore: questa esposizione potrebbe favorire una maturazione immunitaria più tollerante e ridurre alcune allergie, in linea con la cosiddetta “ipotesi dell’igiene”. Per le diagnosi neuroevolutive e comportamentali, invece, il quadro è più incerto. Possono entrare in gioco l’età dei genitori, l’intervallo tra le nascite, il diverso ambiente prenatale, l’attenzione familiare, le esperienze sociali e perfino la decisione di non avere altri figli dopo una diagnosi importante. L’ordine di nascita potrebbe quindi funzionare come un indicatore che riassume molte esposizioni biologiche e familiari, non come un interruttore che accende una malattia.

Il confronto tra fratelli riduce molte differenze condivise, come una parte del patrimonio genetico, del livello socioeconomico e dell’ambiente domestico, e i due metodi hanno indicato la stessa direzione per circa il 85% delle associazioni più solide. Ma non basta per dimostrare un rapporto di causa ed effetto. I dati provengono da richieste di rimborso sanitario di persone coperte da assicurazioni commerciali, registrano diagnosi e prestazioni ma non tutte le sfumature cliniche e possono risentire di differenze nell’età, nella durata dell’osservazione e nel ricorso alle cure. Lo studio costruisce una grande mappa epidemiologica, non un oroscopo sanitario per primogeniti e secondogeniti. Il suo valore è mostrare che la posizione occupata nella famiglia può accompagnarsi a esposizioni diverse fin dall’inizio della vita; capire quali siano davvero responsabili delle differenze richiederà studi mirati e dati clinici più profondi.

Kramer B., Kushner S. A., Rzhetsky A., “Birth order and disease risk across the human phenome”, Nature Health, pubblicato online il 3 agosto 2026. DOI: 10.1038/s44360-026-00177-z.

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