di
Matteo Sorio

Verona, il fondatore di Move by Bike promuove la logistica a pedali, silenziosa e a impatto zero

Classe ‘84, Francesco Sabaini è un veronese che lavora in bicicletta. Dopo la laurea in beni culturali in Italia e il master in sostenibilità urbana in Svezia, è tornato nel 2019 qui in città dove, forte dei sette anni vissuti tra Malmö e Goteborg, ha aperto la prima filiale italiana di Move by Bike, azienda pioniera nel trasporto pesante su cargo-bike. Oggi ha quattro dipendenti con cui gira la città: una logistica a pedali, silenziosa, a impatto zero fra consegne di merci, traslochi e non solo.

Sabaini, nel 2021 le chiedemmo come aveva ritrovato Verona in fatto di piste ciclabili e lei disse: «Molto meglio, anche perché fare peggio era difficile». Oggi cosa risponderebbe?
«Direi che finalmente si muovono le cose. Infrastruttura in primis, consapevolezza, dibattiti accesi. Sono tutti segnali di un fisiologico cambiamento che anche qui a Verona non è più rimandabile».
 
Cosa pensa del dibattito accesosi in città?
«Il parlare male delle ciclabili, peraltro dall’alto di chissà quale competenza, o il tacciare di ideologia il pensiero di chi le sostiene, tutto ciò mi pare più un fenomeno da “gregge comunicativo”. Credo che alla fine anche il più incallito automobilista in realtà non sia contrario. La bici in città è un po’ come un bambino vivace: magari un po’ infastidisce, ma poi conquista tutti con la sua dolcezza e simpatia».



















































Pensa che in città ci sia un numero sufficiente di ciclisti che sfruttano le nuove corsie o piste ciclabili?
«Per niente, siamo appena all’inizio. Il numero per me “sufficiente” sarà raggiunto quando avremo le piste ciclabili intasate, quando si aspetteranno due o tre semafori prima di passare come succede a Copenhagen. Allora magari si raddoppierà la pista, togliendo un’altra carreggiata alle automobili».

Pensando alla sua esperienza nel Nord Europa, quale futuro pensa ci sia per le città che si dotano di corsie o piste ciclabili come sta facendo Verona?
«Se l’infrastruttura ciclabile costruita in questi anni a Verona rispetterà tre semplici requisiti, ossia coerenza, convenienza e sicurezza, il numero degli utilizzatori è destinato ad aumentare, come conferma qualsiasi evidenza scientifica misurabile in città che si sono mosse in tal senso».

In una Verona dove ogni giorno entrano migliaia di tonnellate di merce in centro storico, fra consegne delle lavanderie industriali a ristoranti e hotel e pacchi dei corrieri tradizionali, il trasporto delle merci via bici da voi proposto riesce a farsi strada o rimaniamo prevalentemente legati a furgoni e camioncini?
«Purtroppo siamo molto, molto indietro, non solo a Verona ma in tutta Europa. Finora i Comuni si sono dedicati a mobilità dolce, infrastrutture, comunicazione, ma focalizzandosi sui privati cittadini, ignorando quasi del tutto il lato business-logistica».

Perché?
«Il tema è molto complesso ed è comprensibile che, con risorse finanziarie e umane limitate dai tagli al settore pubblico, nessun amministratore voglia impantanarsi sull’argomento, che peraltro richiede sforzi anche dai governi regionali e nazionali. Finora le esperienze di partnership pubblico-privato risultano fallimentari o molto limitate, principalmente per responsabilità della politica e dei grandi gruppi logistici che non vogliono “mollare l’osso”, vedi la gestione dell’ultimo miglio, e preferiscono darsi a subappalti, sfruttamento e talvolta criminalità varia pur di non rivedere il modello di business».

Di recente Fiab Verona ha chiamato in causa il «bikelash», l’opposizione a priori al cambiamento: lei ha osservato il fenomeno anche all’estero?
«Io sono arrivato in Scandinavia che la ciclabilità era un fatto assodato e integrato nella società. Su qualche progetto di espansione ho notato del leggero “bikelash”, ma la mia impressione è che all’estero la gente voti alle elezioni comunali in base ai risultati effettivamente ottenuti. In Italia abbiamo una memoria cortissima e ci basiamo sulle persone, sul loro modo di urlare o spararla grossa, dimenticando i fatti».


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4 agosto 2026