di
Cristina Ravanelli

È stato pubblicato su Nature Medicine il primo algoritmo europeo per la terapia farmacologica. «Prima ancora di valutare quanti chili perdere, bisogna identificare le complicanze e prescrivere il farmaco più adatto per risolverle»

Sono nati per il trattamento del diabete di tipo 2, ma oggi rappresentano una delle armi più efficaci contro l’obesità. Eppure, i farmaci incretinici come semaglutide e tirzepatide sono finiti al centro di una corsa alla magrezza che rischia di oscurarne il vero valore terapeutico. Utilizzati impropriamente da chi cerca semplicemente di perdere qualche chilo, questi medicinali rischiano di essere associati a una moda più che a una cura. Invece, per chi convive con l’obesità, rappresentano una svolta. 
A confermarlo è il nuovo algoritmo pubblicato su Nature Medicine dalla European Association for the Study of Obesity (EASO), che riconosce la terapia farmacologica come uno strumento fondamentale nella gestione della malattia. Il documento indica tirzepatide e semaglutide come farmaci di prima scelta per il trattamento dell’obesità e delle sue complicanze, inaugurando un approccio sempre più personalizzato. «Oggi si può dire che, dopo oltre un secolo di tentativi per sviluppare farmaci efficaci e sicuri contro l’obesità, si è finalmente imboccato la strada giusta. Gli agonisti del recettore del GLP-1 (semaglutide) e i doppi agonisti dei recettori GIP e GLP-1 (tirzepatide) non sono soltanto efficaci nel favorire la perdita di peso, ma producono benefici anche per alcune delle complicanze più gravi associate all’obesità», spiega Paolo Sbraccia, professore di Medicina Interna dell’Università di Roma Tor Vergata, direttore della UOC di Medicina Interna e del Centro per la Cura dell’Obesità del Policlinico Tor Vergata e membro del Board of Trustees dell’EASO. 

Un’emergenza sanitaria

Negli ultimi trent’anni i tassi di sovrappeso e obesità sono più che raddoppiati. Dallo scorso ottobre l’Italia è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente l’obesità come malattia cronica (legge 149/2025). Un cambiamento culturale importante, che contribuisce a superare uno stigma radicato. «Per troppo tempo le persone con obesità sono state considerate pigre, golose o prive di forza di volontà. Oggi sappiamo che non è così. L’obesità non dipende da scelte errate reversibili, che possono quindi essere modificate facendo dei corsi di educazione alimentare, ma è una malattia cronica determinata da alterazioni genetiche e biologiche dei meccanismi cerebrali che regolano il bilancio energetico e la sazietà. Inoltre, l’eccesso di massa grassa ha una serie di effetti negativi che riducono l’aspettativa di vita e aumentano gli anni vissuti in disabilità», sottolinea Sbraccia.



















































Migliorare lo stato di salute 

Il nuovo paradigma è quello del Beyond Weight Loss: la riduzione dei chili deve tradursi soprattutto in un miglioramento dello stato di salute. «Ci sono ormai prove solide, maturate anche grazie all’esperienza della chirurgia bariatrica, che dimostrano quanto dimagrire faccia bene. Ma oggi bisogna andare oltre il semplice “weight loss”. La perdita di peso è importante nella misura in cui migliora la salute complessiva della persona. Per questo il nostro documento ribalta la scala delle priorità: prima ancora di valutare quanti chili perdere, bisogna identificare le complicanze metaboliche, cardiovascolari o meccaniche presenti nel paziente, così da scegliere il farmaco più appropriato».  L’obiettivo dell’algoritmo è tradurre questo principio in indicazioni pratiche. «Offrire ai medici criteri chiari per la scelta del farmaco più adatto significa migliorare la qualità delle cure e prevenire molte delle complicanze più gravi. Per esempio, per chi convive con obesità e apnee ostruttive del sonno, il documento indica tirzepatide come prima linea. Per l’obesità con steatoepatite e fibrosi, è indicato invece semaglutide come il trattamento più efficace», spiega Sbraccia.

Percorso terapeutico personalizzato

Grazie ai nuovi farmaci è possibile ottenere risultati che fin a pochi anni fa sembravano impensabili. «Ma il vero progresso è imparare a usarli nel modo giusto, integrandoli in un percorso terapeutico personalizzato» sottolinea il professore. Anche il profilo di sicurezza nei trial rimane favorevole: gli effetti avversi più comuni sono quelli gastrointestinali, in genere lievi o moderati. Un altro nodo è rappresentato dal mantenimento della perdita di peso nel tempo: molte terapie falliscono quando interrotte e la cosiddetta “effetto yo‑yo” è un rischio concreto. Per questo l’algoritmo suggerisce che il trattamento farmacologico deve essere mantenuto nel tempo. 
«Va inoltre considerata la necessità di personalizzare sempre il percorso terapeutico: l’algoritmo è uno strumento di supporto, ma non sostituisce il giudizio clinico. Valori del paziente, preferenze, complicanze, contesto socioeconomico e aspettative devono guidare ogni clinico verso la scelta finale», conclude il Sbraccia.

ilMedicoRisponde

Il servizio esclusivo del Corriere della Sera con medici e specialisti d’eccellenza che rispondono gratuitamente ai quesiti sulla tua salute

ilMedicoRisponde

4 agosto 2026