Nella sclerosi multipla, l’assenza di nuove ricadute non significa necessariamente che la malattia sia ferma. In alcune persone la capacità di camminare, l’equilibrio, la forza o la destrezza possono peggiorare gradualmente anche senza un attacco neurologico chiaramente riconoscibile. È la cosiddetta progressione indipendente dall’attività di ricaduta (PIRA), una componente della malattia difficile da intercettare tempestivamente. L’espressione “progressione silenziosa” non significa che non esistano sintomi, ma che il peggioramento non è preceduto da una ricaduta evidente. Ora una proteina misurabile nel sangue potrebbe aiutare a individuare le persone maggiormente esposte a questo processo. Lo suggerisce uno studio pubblicato il 3 agosto 2026 su JAMA Neurology, basato su due ampie coorti di persone con sclerosi multipla seguite nel tempo.
La proteina si chiama GFAP, acronimo di proteina fibrillare acida della glia. È presente soprattutto negli astrociti, cellule che sostengono e nutrono i neuroni e contribuiscono al funzionamento del cervello, del midollo spinale e della barriera che protegge il sistema nervoso. Quando il tessuto nervoso subisce un danno o una malattia, gli astrociti possono diventare reattivi e produrre una maggiore quantità di GFAP, parte della quale può essere rilevata nel sangue. La GFAP sembra offrire informazioni diverse rispetto ai neurofilamenti leggeri, o NfL, già studiati come indicatori di danno alle fibre nervose. I neurofilamenti risultano particolarmente sensibili all’attività infiammatoria acuta, alle ricadute e alla comparsa di nuove lesioni alla risonanza; la GFAP, invece, sta emergendo come possibile indicatore della componente progressiva indipendente dalle ricadute.
I ricercatori hanno analizzato complessivamente 2.329 persone appartenenti alla Swiss MS Cohort e allo studio statunitense EPIC, raccogliendo 18.629 misurazioni di GFAP e neurofilamenti a intervalli di sei o dodici mesi. La coorte svizzera comprendeva 1.709 partecipanti, seguiti per un periodo mediano di quasi sette anni, mentre quella statunitense includeva 620 persone, con un’osservazione mediana superiore ai tredici anni. La progressione è stata valutata attraverso la scala della disabilità EDSS e, nello studio EPIC, anche mediante prove della camminata e della manualità. Le persone con una GFAP superiore alla soglia stabilita dai ricercatori mostravano, in media, una probabilità di progressione nel successivo intervallo di visita più alta di circa il 40%. L’associazione è stata osservata in entrambe le coorti, un elemento rilevante perché riduce la possibilità che il risultato dipenda esclusivamente da un singolo centro o da una particolare popolazione.

Un altro risultato riguarda l’andamento della proteina dopo l’avvio di alcune terapie. Nella coorte svizzera, una maggiore riduzione dei valori standardizzati di GFAP durante i primi due anni di trattamento con fingolimod o con terapie dirette contro i linfociti B era associata a un rischio successivo di PIRA più basso. Per ogni riduzione annuale di un’unità del valore standardizzato, il rischio risultava inferiore rispettivamente del 54% e del 67%. Questi numeri non dimostrano però che abbassare la GFAP protegga direttamente dalla progressione, né consentono di confrontare l’efficacia dei diversi trattamenti. Lo studio è osservazionale e può identificare associazioni, ma non stabilire con certezza rapporti di causa ed effetto. La prospettiva più realistica è utilizzare in futuro la GFAP insieme alla visita neurologica, alla risonanza magnetica e ad altri biomarcatori, costruendo un monitoraggio più personalizzato. Per ora, quindi, non esiste un semplice esame del sangue capace da solo di stabilire se la sclerosi multipla stia avanzando: esiste un biomarcatore candidato, promettente ma ancora da standardizzare e validare prima dell’impiego clinico ordinario.
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Einsiedler M, Sandgren S, Schaedelin S, et al. “Serum Glial Fibrillary Acidic Protein Dynamics, Disease Progression, and Therapy Response in Multiple Sclerosis”. JAMA Neurology, pubblicato online il 3 agosto 2026. DOI: 10.1001/jamaneurol.2026.2500.

