Le estati della sua vita sono state tutte belle, racconta Ricky Tognazzi, «anche le più torride». Ma ce n’è una che è rimasta radicata, più delle altre, nel suo cuore e nella sua mente: quella del 1966. Il futuro regista e attore di successo aveva 11 anni e accompagnò in Sardegna suo padre, il grande Ugo Tognazzi, che sulla costa orientale dell’isola girava il film di Luigi Zampa Una questione d’onore. Ugo aveva il ruolo, destinato a scatenare polemiche, di un bracciante sardo costretto a uccidere l’amatissima moglie incinta per dimostrare al mondo di non avere le corna. La splendida Cala Gonone, la grotta del Bue Marino, Orosei, l’entroterra nuorese fino a Orgosolo fecero da sfondo a quella vacanza che per la formazione di Ricky si sarebbe rivelata indimenticabile. Cruciale.

Com’era la Sardegna di sessant’anni fa?

«Un luogo magico, selvaggio, pre-consumista in un’Italia ancora pura, sincera. Quella che faceva pensare a Pasolini di appartenere all'”ultima generazione che ha visto il mare”».

Che vita faceva sull’isola?

«Mentre papà girava il film, io vivevo con il marinaio Ciro su un piccolo cabinato che Ugo aveva battezzato “Ricky I”. Quell’uomo di mare, nato ad Anzio, mi insegnò tantissime cose: a pilotare, fare i nodi, pescare. Ogni mattina andavamo a prendere Ugo davanti al suo albergo e navigando lo portavamo al punto più vicino al set, dove poi venivano a prenderlo in auto. Prima di tornare la sera a prelevarlo, aspettavamo con ansia di avvistare il mitico Bue Marino».

Cioè?

«Era il nome dato dai pescatori sardi alla foca monaca che in quella zona abbondava e si nascondeva nella grotta. Se ci ripenso, credo di averne vista qualcuna».

Ci fu qualche imprevisto in quella vacanza?

«Un giorno, nel pomeriggio, il vento cambiò improvvisamente e decidemmo di non aspettare papà al solito posto perché la traversata sarebbe stata pericolosa. Lui, non trovandoci, si preoccupò moltissimo e corse a cercarci al porto. Quando finalmente arrivammo mi fece una solenne cazziata perché lo avevo gettato nell’ansia. E mi mise in punizione».

In cosa consisteva il castigo?

«Pane e acqua per un giorno, ma figuriamoci quant’era buona la panzanella fatta con il pane sardo e i pomodori locali… La sera dopo venni perdonato con una colossale cena al ristorante. Ma quell’arrabbiatura mi fece scoprire un aspetto inedito di Ugo».

Quale?

«La sua severità, che non conoscevo. Era un uomo anticonformista, tollerante e, come tutti i padri separati, piuttosto indulgente mentre la mia mamma inglese (la ballerina Pat O’Hara, ndr) incarnava l’autorità. Io avevo ereditato da lei un certo rigore: papà diceva che il mio sguardo un po’ grave lo metteva in soggezione».

Mentre Ugo girava il film, lei andava sul set?

«Sì, è capitato, e sono stato sempre accolto a braccia aperte dalla troupe che si divertiva a farmi scoprire i segreti della cinepresa, il carrello, gli attrezzi di scena».

È dunque in Sardegna, durante quella vacanza, che maturò il suo desiderio di fare cinema?

«A dire la verità avevo già frequentato il set come attore al fianco di papà in un episodio di Ro.Go.Pa.G e ne I mostri. Il cinema ha sempre fatto parte della mia vita. Proprio in Sardegna, quell’estate 1966, c’erano anche gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, amici fraterni di papà, per me come due zii. Mi citavano Dante, un motivo di più per rendere quella vacanza straordinariamente formativa, uno spartiacque sia esistenziale sia sentimentale».

Che cosa intende?

«Alla fine dell’estate sarei andato a studiare in Inghilterra, affrontando una nuova fase della mia vita. Insomma, stavo per diventare grande. Ma la vacanza con papà non finì in Sardegna: proseguì a Torvajanica, dove era nato da poco il Villaggio Tognazzi e Ugo inventò lo storico torneo di tennis per vip che assegnava al vincitore lo Scolapasta d’oro. Star, registi, personaggi famosi: negli anni ci sono passati tutti».

E come andò al Villaggio Tognazzi?

«Anche Torvajanica negli anni Sessanta era un posto bellissimo, sabbia fina e mare cristallino. Io ero tornato da Cala Gonone con la capretta chiamata Orosei che ci avevano regalato i pastori sardi. Ma il cane di casa, un meticcio di nome Rocky, un brutto giorno la sbranò…».

Che padre era, Ugo, in quella stagione della vostra vita?

«Era nel pieno delle sue forze e del successo, aveva girato i film di Marco Ferreri e tutti lo cercavano, tutti lo acclamavano. Io, che ho avuto la fortuna di essere il primogenito, ho goduto del privilegio di avere un padre capace di dedicarmi tanto spazio come in quell’estate. Era anche protettivo».

Come lo manifestava?

«Proprio quell’anno, in Sardegna, aveva portato la sua “Jaguar E” nera, la macchina di Diabolik, con cui si divertiva a scorrazzare sull’isola. Un giorno che aveva dato un passaggio alla giovane, bellissima attrice Nicoletta Machiavelli, uscì di strada e l’auto si schiantò contro un albero. Loro due non si erano fatti nemmeno un graffio ma papà obbligò il mezzo della produzione, che mi stava portando da lui, a fare una deviazione perché non vedessi i rottami e pensassi che si era fatto male».

Un ricordo che le è rimasto più impresso degli altri?

«Papà era un uomo allegro, divertente, pieno di trovate. Una volta si sedette sopra a un uovo gridando “coccodè” e io, che lo avevo mitizzato, mi convinsi che aveva il potere di deporre anche le uova. Cosa non faceva, Ugo, pur di strappare una risata».


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