Benvenute creaturine affamate di orrori nella mia piccola cripta. Con il racconto di oggi vi porto in un albergo sperduto nella campagna irlandese, di quelli con la moquette che sa di muffa, il facchino che racconta troppe storie e persino una strega che, secondo le leggende locali, dovrebbe infestare la suite nuziale chiusa da anni. Proprio il luogo ideale per passare le vostre vacanze. Qui incontrerete un romanziere americano che, arrivato nell’hotel per dare pace ai propri fantasmi, finisce per dissotterrare se stesso. Accomodatevi pure, la vostra camera è già pronta, il check-out, quello, lo decide la casa.
Sigla!
Ringrazio il Custode della cripta per l’introduzione a Hokum, il nuovo film di Damian McCarthy, che arriva nelle sale in questa caldissima estate come una fresca ventata di orrore rurale. McCarthy, per chi ancora non lo conoscesse, è un regista irlandese che anni fa avrei definito “da tenere d’occhio” e che con Caveat e poi Oddity ha iniziato a tracciare, senza clamore, un percorso autoriale riconoscibile dentro un filone specifico, quello dell’horror strambo dal sapore un po’ retrò: case in mezzo al nulla, oggetti maledetti, il soprannaturale che fa da collante mentre al centro restano crimini molto umani e il tono che sembra uscito dalle pagine delle pubblicazioni di EC Comics, la casa editrice che negli anni Cinquanta ha dato vita anche a Tales from the Crypt e, appunto, al nostro amico Custode della cripta.
Hokum in a nutshell.
McCarthy, certo, non è ancora un nome davvero noto al grande pubblico e fino a ieri i suoi film passavano soprattutto dai festival di genere e poi dalle piattaforme digitali. È un regista e sceneggiatore indie in tutto e per tutto, capace di fare molto con poco, come dimostra Caveat, il lungometraggio d’esordio ancora inedito in Italia, ma uscito all’estero su Shudder, girato con due spicci e la caparbietà di chi fa horror fai da te con risorse limitate, ma tante idee. In questo caso, anche troppe. Per capirci, sto parlando del film con il coniglio a molla dagli occhi spiritati che suona il tamburello. Si tratta di un’opera estremamente artigianale che racconta di un uomo colpito da una forma di amnesia che accetta l’incarico, in una vecchia casa su un’isola, di prendersi cura di una giovane donna traumatizzata. Un debutto che definire bizzarro mi sembra riduttivo, sicuramente ancora acerbo e narrativamente macchinoso, ma già pieno di intuizioni visive, come un modo molto peculiare di far parlare gli oggetti e gli ambienti o gli stacchi di montaggio netti e inaspettati, che già all’epoca lasciavano intravedere una cifra stilistica ben definita.
Anche Oddity ha avuto un percorso simile a quello di Caveat, è passato da festival anche molto importanti, come SXSW e Sitges, per poi approdare al circuito dell’on demand. Io, nota a margine, ricordo di averlo visto al TOHorror, in pieno periodo di Halloween, una cornice perfetta per un film che ha proprio il gusto del racconto di paura stagionale. Il secondo lungometraggio di McCarthy conserva in sé molte delle suggestioni di Caveat, ma in qualche modo risulta più asciutto, perché si concentra con maggiore attenzione su una singola idea che, per quanto possa apparire naïf, ha davvero il sapore di un vecchio fumetto horror antologico o anche di un racconto di Edgar Allan Poe. Il film, tanto per darvi delle coordinate, racconta di Darcy, proprietaria sensitiva di un negozio di stranezze e oggetti maledetti, che cerca di vendicare la morte della sorella gemella. Un racconto breve, teso, cattivo il giusto, costruito per arrivare con efficacia a un finale pungente, dove ogni gesto sembra trovare la sua conseguenza, ma senza il moralismo di quelle vecchie storie del terrore anni ’50 a cui si ispira, che finivano in punizione o contrappasso. Il meccanismo, però, è più o meno quello. Hai ucciso una persona? Eccola arrivare alla tua porta per vendicarsi! Non succede proprio questo in Oddity, ma certamente non vi spoilererò un film nella recensione di un altro.
Con Hokum, il tono rimane quello, ma cambiano la scala e il percorso: all’estero il film è stato acquisito da Neon e Black Bear Pictures, mentre in Italia arriva finalmente al cinema con Lucky Red. In più, stavolta il protagonista, Ohm Bauman, scrittore di successo con, sorpresa, un trauma alle spalle, è interpretato da Adam Scott, noto al pubblico anche per la serie TV Severance. Capisco di stare dicendo una serie di cose noiosissime e tra poco arrivo al punto, ma questo mi sembra un passaggio importante, perché conferma come McCarthy stia uscendo dalla dimensione da festival per entrare in un circuito più largo, restando comunque molto riconoscibile.
Damian McCarthy Cinematic Universe.
E riconoscibile lo è per davvero, perché si porta dietro un linguaggio tutto suo, fatto di piccoli elementi ricorrenti. A partire dai titoli stessi, scelti con cura, bizzarri nella loro semplicità, parole che da subito dicono più di quanto sembri. In Caveat il titolo è un avvertimento e a incarnarlo è il coniglio che batte il tamburo quando le cose si mettono male. Oddity allude alla stranezza dei gingilli curiosi che Darcy tiene nel suo negozio di cose maledette, ma anche all’anomalia che diventa quotidiana. Hokum, che in inglese vuol dire più o meno fandonia, è la parola con cui lo sprezzante Ohm Bauman liquida il folklore del Bilberry Woods Hotel, ma è anche un termine che arriva dal gergo teatrale, dove indicava gli espedienti da baraccone pensati apposta per coinvolgere il pubblico. Il film gioca su entrambi i sensi: da un lato, forse, smentisce il giudizio sbrigativo di Ohm, dall’altro conferma che di fandonie, al Bilberry Woods Hotel, ce ne sono dove non ci aspettiamo.
Elementi ricorrenti, dicevo. Il mondo di McCarthy è popolato di ninnoli e chincaglierie che a volte tornano persino da un film all’altro come se avesse messo insieme una specie di vetrina personale fatta di cose innocue solo in apparenza. In Hokum ci sono gli orologi, le statuette, le piccole suppellettili, le decorazioni alle pareti, tutti pezzi che, una volta messi in scena, si caricano di un’aria minacciosa. Non servono solo a creare l’atmosfera, sembrano osservare e trattenere qualcosa. In questo McCarthy è molto preciso, perché l’inquietudine si costruisce attraverso il modo in cui anche le cose che fanno parte dell’arredo quotidiano appaiono sempre leggermente fuori posto. In questo repertorio rientra anche il campanello da reception, che in Oddity ha un ruolo centrale e in Hokum ricompare appoggiato sul bancone dell’hotel. Uno strumento banalissimo che però, soprattutto per chi ha visto il film precedente, diventa un segnale, quasi un avvertimento: “questo è un posto di stranezze”. Anche il fatto che McCarthy lo abbia comprato anni fa in un mercatino in Spagna, come racconta in questa intervista, convinto che prima o poi avrebbe trovato posto in un film, dice molto del suo modo di lavorare: prende cose nate per essere decorative e le sottrae all’immobilità, trasformandole da arredo in presagio.
E poi c’è lo spazio, sempre centrale, che non è mai solo scenario, è un dispositivo che lavora sui personaggi tanto quanto la sceneggiatura. Porte, corridoi, ascensori, stanze sono elementi che si impregnano del malessere che incontrano, vengono infestati, finiscono per restituire la stessa inquietudine che assorbono, senza sembrare pezzi di una cartolina gotica. Anzi, a risaltare è proprio la loro concretezza, visto che il production designer Til Frohlich ha lavorato su una vera casa d’epoca nel West Cork, costruendo il set nel rispetto dell’architettura esistente e integrando gli elementi originali. L’hotel, in Hokum, è esattamente quello che era la casa nei due film precedenti: un interno già storto in partenza, claustrofobico, dove l’orrore si annida nei rapporti tra le persone, prima ancora che negli eventi soprannaturali che vediamo accadere.

A proposito di oggetti d’arredo, nella hall dell’hotel c’è persino il presepe della strega.
Hokum si costruisce su un impianto tutto sommato semplice: Ohm Bauman arriva nel luogo dove i suoi genitori trascorsero la luna di miele per spargerne le ceneri, portandosi dietro il trauma della morte prematura e violenta della madre, mai davvero elaborato. McCarthy non perde tempo a farcelo capire, perché ce lo presenta in apertura mentre sta scrivendo il finale del suo ultimo romanzo, la storia di un conquistador bloccato nel deserto, incapace di trovare una via d’uscita che non preveda la scelta peggiore e più violenta possibile. Nemmeno tanto velatamente, il conquistador è il doppio di Ohm, segnato da quel lutto che ha condizionato tutta la sua crescita. Diciamo che non è diventato un tipo particolarmente solare.
La prima cosa che colpisce di Ohm è che potrebbe benissimo essere il protagonista di un romanzo di Stephen King. Innanzitutto, perché è uno scrittore. L’eco più immediata è quella di Shining: la sequenza del suo arrivo all’hotel, con l’auto ripresa dall’alto, cita apertamente il capolavoro di Kubrick, mentre la storia riprende l’idea di uno scrittore in crisi che entra in uno spazio capace, in qualche modo, di rifletterne la condizione interiore. E dentro questa cornice c’è sicuramente qualcosa del racconto breve 1408, cioè l’idea di un gotico contemporaneo da camera che si stringe sempre di più attorno al protagonista, fino a trasformarsi in una trappola sia emotiva che reale. In 1408, peraltro, il personaggio andava a caccia di presunti luoghi infestati per smascherare l’inganno, in un certo senso proprio quello che Ohm chiama “hokum”.
Tutto questo aiuta di certo a inquadrare Ohm, che, va detto, è uno stronzo di prima categoria. In un paio di scene in cui tratta male praticamente chiunque, capiamo che tipo è, prima ancora di sapere perché sia diventato così. E ovviamente quello che sta per succedergli in hotel ha anche a che fare con il suo lutto, ma Hokum non si lascia ridurre a una semplice allegoria dell’elaborazione di un trauma. Il dolore di Ohm conta come lente attraverso cui guarda il mondo, ma non è l’unica ragione del film. McCarthy tiene infatti tutto ancorato al concreto: non riduce l’hotel a una semplice proiezione del suo stato d’animo, perché Hokum resta anche una storia di streghe, affrontate con la stessa immediatezza con cui il soprannaturale, in certi racconti, è presente senza dover necessariamente alludere ad altro. Il centro della vicenda non è solo l’arco psicologico di Ohm, ma un fatto molto concreto che riguarda altri personaggi.
Quando dico retrò, intendo dire che in questo film usano ancora le lanterne.
L’hotel, infatti, è soprattutto un microcosmo di rapporti e tensioni, un sistema chiuso in cui ognuno ha il proprio ruolo: Cob (Brendan Conroy), l’anziano proprietario, che racconta a due bambini la leggenda della Cailleach, la strega locale che trascina in catene nell’Oltretomba chi cade nelle sue grinfie, con un gusto teatrale e una discreta passione per i dettagli macabri; Alby (Will O’Connell), il facchino aspirante scrittore, che giura di aver visto la strega nella tromba dell’ascensore che porta alla suite nuziale; Fergal (Michael Patric), il guardiacaccia, taciturno, ambiguo e burbero; Mal (Peter Coonan), il receptionist e genero di Cob, con la sua cordialità che sembra sempre forzata; infine Fiona (Florence Ordesh), la barista, forse la più aperta verso l’esterno, che racconta a Ohm la leggenda della strega. Fuori dall’hotel, nel bosco, c’è Jerry (David Wilmot), che vive nel suo furgone come un eremita, assume quotidianamente funghetti allucinogeni (come in Widow’s Bay!) e ha tutta l’aria del primo personaggio che, in un film così, viene accusato quando succede qualcosa di brutto. E qualcosa, naturalmente, succede.
Perché Hokum, tra le tante cose, è anche, molto chiaramente, un mystery che lavora sulla tensione, con dinamiche vagamente hitchcockiane, proprio come succedeva già in Oddity. A un certo punto Ohm si ritrova infatti a indagare su una sparizione. È un elemento che ritorna negli altri due film di McCarthy, quasi a costruire una trilogia ideale: violenze che si consumano dentro il nucleo familiare e che coinvolgono un personaggio femminile. McCarthy lascia emergere la trama poco alla volta, restando fedele a una struttura asciutta e apparentemente ingenua, anche se poi, nei fatti, la storia che racconta è molto più articolata di quanto sembri a prima vista.
Hokum, dicevo, è tante cose, forse anche troppe, ma a me ha convinto proprio perché dentro quel suo horror vacui di motivi narrativi riesce comunque a tenere tutto insieme. Mescola toni e generi, contiene un po’ di tutto, fantasmi, streghe, omicidi, strane entità, pozze putrescenti di liquami, dimensioni di puro male, schermi catodici infestati presi di peso dall’analog horror. In più è anche un film ambientato ad Halloween che arriva al cinema in estate, costringendomi peraltro a contravvenire a una delle mie regole di vita: mai vedere i film legati alle festività fuori stagione. Eppure non mi ha mai dato l’idea di essere un semplice catalogo di modelli e suggestioni, perché tutti gli elementi di questa storia dialogano tra loro. Ribadisco, il mondo che McCarthy racconta nei suoi film è già infestato in partenza, è un orizzonte dove la presenza spettrale non rompe l’ordine, ma lo rivela e dentro il quale si innestano altre storie, altri sottogeneri, altri filoni.
Il libro si intitola “Il folklore irlandese spiegato bene”.
E a proposito di questo, so cosa vi state chiedendo: ma questo film è un folk horror? La verità è che Hokum fa un gioco di prestigio, perché all’inizio ti convince che lo sia, assumendone i tratti, ma poi li innesta su una storia diversa e prende un’altra strada. Il film lavora su elementi classici del filone, come l’isolamento, l’ambientazione rurale, il peso del paesaggio e la centralità di un immaginario folklorico locale fortemente connotato. In questo senso, l’orizzonte di riferimento è chiaramente quello del folklore gaelico. A partire dalla Cailleach, figura della mitologia irlandese tradizionalmente associata al freddo e alla forza della natura, presenza ambivalente, a metà tra divinità e figura stregonesca, legata alla fertilità e capace di generare e distruggere. La strega di Hokum sembra ereditare proprio questa ambiguità. Appare subito come una presenza minacciosa e stereotipata, la megera crudele delle fiabe, una figura mostruosa femminile per eccellenza, associata alla castrazione. Letteralmente, visto che, quando Cob racconta la sua leggenda, allude all’evirazione dei malcapitati, promessa che alla fine resta disattesa, almeno sullo schermo. Tuttavia, il modo in cui agisce e sceglie le proprie vittime lascia intravedere una logica più complessa, che va oltre la semplice opposizione tra bene e male e sembra rispondere a una forma di contrappasso, coerente con quella che attraversa il cinema di McCarthy.
L’universo folklorico a cui il regista e sceneggiatore irlandese attinge non si esaurisce nella Cailleach. McCarthy stesso ha detto di essersi ispirato anche al Púca, che potremmo definire un trickster, spirito del folklore celtico capace di assumere forme diverse, dal coniglio alla lepre, fino all’asino, e di portare sia fortuna sia sfortuna, aiutando o ostacolando le comunità rurali. A quel punto il coniglio, che torna spesso nei suoi film, smette di sembrare un semplice vezzo e comincia ad avere senso simbolico. In Caveat è il giocattolo comprato su eBay dal regista stesso, trasformato in una creatura inquietante che sembra uscita dall’Alice di Jan Švankmajer, che poi in Oddity ricompare nel negozio di oggetti maledetti di Darcy. L’ossessione, per il regista, avrebbe un’origine molto precisa, che probabilmente risale all’adattamento cinematografico di La collina dei conigli. In un’intervista ha raccontato di ricordare una lepre terrificante che lo spaventava da bambino e che, con ogni evidenza, è rimasta con lui. Un po’ come direbbe Anya di Buffy, “bunnies frighten me”.
Non la mettiamo una spruzzata di analog horror?
La cosa interessante è che, nel folklore europeo e non soltanto in quello irlandese, le lepri e i conigli sono animali associati alla trasformazione e a una dimensione perturbante che si insinua nel quotidiano. In particolare, la lepre è talvolta collegata alla stregoneria e, in alcune tradizioni, si crede persino che le streghe possano assumerne la forma. All’interno di Hokum questa simbologia si concretizza in modo più esplicito. È indicativo, per esempio, che Fiona indossi un costume da coniglio che richiama subito il pupazzo di Caveat, oppure che una delle figure mostruose più emblematiche del film, Jack the Jackass, il conduttore televisivo del programma per l’infanzia che viene dai ricordi di Ohm, sia stata identificata, anche da me medesima, come un coniglio. In realtà, come ho scoperto solo dopo la visione, è un asino (come d’altronde dice anche il nome) ed è ispirato alla trasformazione in ciuchino di Pinocchio, incredibile esempio di body horror targato Disney e grande trauma infantile per più generazioni. Che sia un coniglio o un asino, la questione non cambia. Come il Púca, si tratta di una figura ambigua e ambivalente che contribuisce a tracciare il percorso di Ohm. È interessante anche il modo in cui McCarthy usa gli schermi in connessione con questa figura, perché lì mi è venuta subito in mente l’estetica, oggi quanto mai popolare, delle creepypasta, quindi di un altro immaginario folklorico, e di storie come Candle Cove, che ha ispirato la prima stagione di Channel Zero, dove un vecchio show riemerge attraverso il ricordo come qualcosa di perturbante.
È molto chiaro, dunque, che Hokum, con la sua sovrabbondanza di elementi, che forse farà storcere qualche naso, sia un film che lavora su un immaginario profondamente stratificato. McCarthy riesce comunque a far dialogare tutto con una regia fedele al suo stile, costruita su un’atmosfera già satura di inquietudini. Proprio per questo i suoi jump scare, espediente che di solito non amo nell’horror mainstream perché spesso meccanico o solo d’effetto, qui funzionano con efficacia, perché preparati sempre da un paesaggio sonoro e visivo ricco di suggestioni, lamenti, rintocchi e pause improvvise. Si appoggiano a un contesto gotico, per quanto contemporaneo, da manuale. E il gotico, per me, conserva sempre il suo fascino, soprattutto quando chi lo mette in scena ne conosce le caratteristiche. Questo, peraltro, mi conferma una cosa semplice: i jump scare non sono cattivi di per sé, esistono solo tanti cattivi jump scare. Hokum, alla fine, è un film sincero, che sa esattamente cosa vuole fare, cioè raccontare una storia dell’orrore, riappropriandosi di modalità antiche e rendendole ancora vive. Spaventa e diverte come sanno fare i racconti attorno al fuoco, le ghost story classiche, l’horror pensato prima di tutto come intrattenimento collettivo e, per chi è in sintonia con questo tipo di racconto, nel buio della sala funziona.
Poster-quote:
“Ottima posizione, camera caratteristica, consigliato a chi cerca un soggiorno fuori dal tempo.”
Mata Hari Aster, i400calci.com
Dove guardare Hokum