«Scusi l’attesa, ma l’acquagym è sacra: faccio venti vasche al giorno». Giulio Rapetti, in arte e ormai all’anagrafe Mogol, i novant’anni (il 17 agosto) li aspetta a bordo vasca. Beffa il tempo con la stessa sfacciata nonchalance con cui ha firmato la colonna sonora delle nostre vite. Nella sua tenuta tra i boschi di Avigliano Umbro, un feudo con chiesa, maneggio, centro benessere e l’accademia del Cet, da giorni è uno squillo continuo. Giornalisti (noi compresi), piombati da ogni dove, a caccia dello speciale celebrativo. Perché se c’è di mezzo lui, c’è sempre da cantare. Numeri da capogiro: 1776 canzoni depositate, 523 milioni di dischi venduti. Ma la sostanza non cambia. Che “il suo mestiere è vivere la vita” lo ha scritto, monetizzato e applicato a sé stesso in quel gioco serissimo che lo ha consacrato come il più celebre autore di testi di canzoni (guai a chiamarlo paroliere).
Dire Mogol vuol dire Battisti, certo, ma anche Mina, Celentano, Morandi, Tenco, Mango (e via dicendo). Nomi che sciorina in un’ora abbondante di ricordi, nuotando controcorrente per suonarla di santa ragione anche alla vecchiaia.

Mogol, novant’anni e non sentirli. Qual è il trucco?
«Sto bene, l’età non la calcolo. Ho messo in pratica ciò che ho teorizzato nel mio libro “La rinascita”.Tutta questione di prevenzione primaria. La mia idea è portarla sui banchi di scuola».
Ha già bussato alla porta del ministro Valditara?
«No, preferisco parlarne prima con un amico caro».
Chi?
«Ignazio La Russa».
Scomoda addirittura il Presidente del Senato?
«Certe intuizioni non puoi sottoporle a chiunque. C’è sempre il timore di essere criticati. Ma se non educhiamo i giovani al concetto della salute, stiamo solo sprecando tempo».
D’accordo, ma da lei ci si aspetterebbe una crociata per l’educazione musicale.
«Le due cose non si escludono, anzi le lancio un piano. Portiamo nelle classi lezioni settimanali di chitarra. Scegliamo strumenti pop, accessibili, capaci di appassionare i ragazzi, invece di annoiarli».
Nel suo ultimo libro, “Senza paura”, si è definito “figlio del pop”. Ne va fiero?
«Certamente. Le canzoni sono la spina dorsale della cultura popolare, la base stessa dell’identità di un Paese».
Ma c’è qualcosa che riesce ancora a farle paura?
«Niente, non temo neanche la morte. Il destino va accettato a fronte alta, altrimenti l’ansia ti toglie la serenità. Il mio abbecedario è semplice: evitare i litigi, tagliare le discussioni sgradevoli e allontanare chiunque mini la nostra tranquillità».
È per questo che adesso preferisce chiudere i vecchi conti in sospeso? (in riferimento anche alla mano tesa rivolta a Grazia Letizia Veronese, vedova Battisti ndr).
«Non ho cicatrici da rimarginare né negatività da cui difendermi. Sono in pace con me stesso, con mia moglie, la mia famiglia e i miei amici».
Nostalgia canaglia. Se riavvolge il nastro, qual è il primo flash?
«Ero un bambino iperattivo, mi distraeva tutto e seguire la maestra era un’impresa. Bastava una farfalla o le calze di qualcuno per girarmi dall’altra parte (ride). Ero convinto di essere meno intelligente dei miei coetanei, e mi ripetevo: “Farò quel che posso, chissà se combinerò qualcosa”».
E invece ha finito per prestare le parole ai più grandi. Ma della guerra che memoria ha?
«Un’infanzia scandita da pericoli e privazioni. A quei tempi la carne a tavola era un miraggio: ecco perché il mio primo ricordo della pace è mia madre che me la serviva tutti i giorni. Oggi, sapendo del colesterolo, penso: non era mica un toccasana!».
L’insegnamento più grande dei suoi genitori?
«L’onestà. I soldi servono per vivere e fare del bene, non per accumularli. Quando andiamo via, mica ce li portiamo dietro».
Lei è figlio d’arte. Con papà Mariano, dirigente alla Ricordi, la strada era già spianata?
«Tutt’altro, ho fatto la mia gavetta partendo da zero, traducendo i brani dall’inglese».
Nel 1969 ha messo le mani su “Space Oddity”, trasformandola in “Ragazzo solo, ragazza sola”. A David Bowie andò giù lo stravolgimento del testo?
«Eccome.
Gli piacque a tal punto che volle cantarla lui stesso, in italiano. Un trionfo».
È vero che tentò in ogni modo di sconsigliare a Luigi Tenco quel maledetto Sanremo del 1967?
«Sì, feci di tutto per fermarlo. Volevo evitargli una delusione, che poi purtroppo arrivò (“Ciao amore, ciao”, cantata in coppia con Dalida, fu eliminata subito e il corpo di Tenco fu trovato senza vita ndr). Ricordo la vigilia di quel Festival: viaggiavamo in macchina da Milano a Roma, ci eravamo fermati a dormire in una pensione. Nel buio della camera, prima di chiudere gli occhi, gli dissi: “Tu scrivi grandi canzoni, ma lascia perdere, non andare, non sei un tipo da Sanremo, non ti capiranno”».
E con Battisti? Per una vita vi hanno descritto come una cosa sola.
«Con Lucio ho firmato il grosso dei successi, l’automatismo è inevitabile. È stato un grandissimo musicista e compositore».
Sfornava i testi nel giro di pochissime ore.
«Esatto, ma guardi che possono farlo tutti».
Non diffonda illusioni: adesso mi vuole dire che chiunque può scrivere come Mogol?
«Perché no? Un mestiere si impara e si perfeziona, ed è quello che insegniamo al Cet. Molti ex allievi si sono fatti valere».
Qualche nome: Arisa, Anastasi, La Cava. Fino a suo figlio Cheope, firma per Pausini, Mina ed Elisa… Le chiede ancora consiglio?
«No, ormai ha una tale esperienza che non ne ha più bisogno».
Però le fa piacere che abbia ereditato il vizio di famiglia.
«Ovviamente. Alfredo fin da piccolo aveva il chiodo fisso dell’arte: voleva fare l’autore e il pittore. È riuscito in entrambe le cose».
E Mango?
«Eravamo amici, lo stimavo molto. Fosse sbarcato in America, sarebbe diventato uno dei più grandi cantanti al mondo. Quando se n’è andato, è successo qualcosa di incredibile».
Che è successo?
«Ero in macchina con Francesco, mio figlio più piccolo. Ascoltavamo le sue canzoni e in un cielo azzurrissimo è spuntato un arcobaleno da non credere ai propri occhi. Il tempo di arrivare a Civitavecchia e ci ha raggiunto la notizia della sua morte. Un prete mi ha spiegato che è stato il suo modo di dirmi addio. Un’emozione fortissima».
Mina e Celentano li sente ancora?
«È da un po’ che non ci sentiamo. Adriano resta un amico carissimo. Del resto sua è la voce di una delle canzoni che amo di più, “Dormi amore”, scritta per mia moglie».
Vi passano più di trent’anni di differenza. Ci sveli: come ha conquistato Daniela?
«Nessuna tattica, ci siamo voluti bene all’istante. Ma per lei ho tirato fuori due pezzi come “Proibito” e “Per averti”».
E poi dice che le cartucce non le aveva. Ha quattro figli: Alfredo, Francesco, Mario e Carolina. Le dispiace non aver avuto un erede anche con lei?
«Sì, resta un rimpianto. Ma ero decisamente troppo avanti con l’età».
Oggi fa il nonno. È rigoroso o la terza generazione l’ha addolcito?
«I nonni severi non esistono e io non faccio eccezione. Ci metto la mia presenza e qualche buon consiglio».
Ma tornerebbe a Sanremo dopo averne vinti quattro e con un premio alla carriera in bacheca?
«E perché no? Quest’anno però il pezzo lo presenta mio figlio».
Cheope?
«No, Francesco. La canzone merita, vedremo se andrà in porto».
Ha sdoganato e arricchito i più grandi: chi è l’ingrato che si è dimenticato di dirle grazie?
«Gianni Morandi sbandiera la sua gratitudine ovunque, e non è certo l’unico. Gli ingrati? Pazienza, non me ne curo. Soprattutto a questa età».
Tirando le somme, tolti i dischi, i libri e la Nazionale Cantanti, chi è Giulio Rapetti Mogol?
«Ho avuto tanto dalla vita: sono un uomo fortunato e, soprattutto, una persona perbene».
Ultimo aggiornamento: mercoledì 5 agosto 2026, 07:17
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