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Uscire di casa in pigiama e sentirsi a posto così, a proprio agio, seducenti, pure chic. Camminare per strada con disinvoltura, fieri di esibire di giorno le stoffe comode di un completo che sarà anche stato concepito per non vedere mai la luce del sole, ma mica è una regola.
La gente osserva stranita? E chi se ne importa. Fatti suoi. Via, dritti per la propria strada con la camicia che svolazza abbottonata sulla canotta bianca e l’elastico che regge le brache morbide, ché sbaglia chi la chiama stravaganza. Questa è libertà. Solo, soltanto libertà. “Libertà di ridefinire i confini tra intimo e pubblico, tra potere e seduzione” spiega la descrizione della collezione di Dolce & Gabbana intitolata PJ Project o PJ Obsession che ha portato in passerella pigiami da proporre in questa primavera-estate 2026: “Un invito a vestirsi senza regole, scegliendo ogni giorno quale lato mostrare”.
E così, coerente con se stesso, Stefano Gabbana si è presentato a luglio al termine della sfilata di Alta Sartoria di Dolce&Gabbana al Teatro Antico di Taormina, con un bel coordinato azzurro tipico dei pigiami più comuni abbinato ad altrettanto pratiche infradito. Di stile “cool” parlano gli esperti che spiegano il mix foriero di fascino e relax; di ben altro la gente affacciata alla finestra dei social che, sebbene sprovvista di tecnicismi, guarda e dice lo stesso come la pensa su un modo di abbigliarsi troppo lontano dalle consuetudini.
“Gabbana sembra sia scappato dall’ospedale”; “In pigiama no. Non c’è più stile”; “Mio padre aveva lo stesso pigiama, ma non lo metteva mai e diceva: non so con questo pigiama mi sento malato”, “Esce lui in pigiama ed è tendenza (forse), se ci esce mio marito gli fanno un tso”: commenti ironici, battute pungenti che mentre possono far sorridere, altrettanto rivelano molto del divario mastodontico tra la moda teorizzata e il modo concreto di assimilare i suoi suggerimenti. Ancor più se a proporre certi guizzi e a portarli in piazza – letteralmente – sono esponenti di una classe medio-alta, disposta a spendere cifre notevoli per vestirsi “bene” con un capo incredibilmente confortevole, purché sia di alta qualità.
Come il pigiama, appunto, da indossare fuori da camera da letto e tinello solo se griffato al punto giusto, emblema dell’estremizzazione di un lusso sfacciatamente comodo e ostentatamente rilassato che risponde al concetto del cosiddetto “quiet luxury”.
Il lusso è in crisi, chi sono i clienti ricchi (che però non comprano più): “Una borsa da 3mila euro se la concedono ogni tanto. Ora, però, evitano” Il “quiet luxury” che piace
Il pigiama in stile haute couture o i capi d’abbigliamento simili all’uniforme da notte indossata da Gabbana non hanno un prezzo pubblico riscontrabile sul sito. Trattandosi di pezzi unici o di collezioni d’alta moda sartoriale presentati in passerella, i costi non sono fissati in cataloghi commerciali e variano su base privata o su richiesta. Richiesta che si presuppone arriverà solo da chi può permettersi di sborsare cifre considerevoli, perché alla fine non è da tutti godere del pregio di assicurarsi il massimo comfort e decidere di goderne anche al ristorante o per strada. Non è da tutti e, soprattutto, non è per tutti.
Il pigiama come vestito sembra proprio inserirsi qui, nel solco della tendenza di un “lusso discreto” (“quiet luxury”, appunto) che rifiuta l’ostentazione e predilige linee essenziali, colori neutri, tessuti come cashmere e seta, la totale assenza di loghi o marchi noti. Un orientamento che corrisponde a una nicchia che non ha bisogno e nemmeno vuole mostrare la propria ricchezza, cercando solo il riconoscimento tra chi possiede gli strumenti per leggere i suoi stessi codici. Con buona pace della massa che tutt’al più può guardare, commentare, sospirare.
Quando il lusso va tilt
Il “quiet luxury” si concepisce allora come un lusso estremo da vivere lontano dalla volgarità dell’esibizione. Il paradosso, però, è che alla fine pare finisca per assumere la forma più aggressiva di ostentazione sociale.
Per comprenderne la portata, basti pensare alla classica situazione di una cena a un ristorante stellato dove presentarsi con un abbigliamento adeguato al contesto è la norma. Nessun clamore, quindi, per il cliente che si presenta in giacca e cravatta. Drasticamente diversa, però, sarà la reazione se al tavolo siede un ospite con indosso una specie di pigiama che, per quanto sartoriale, catalizza senz’altro l’attenzione della sala.
Ecco perché questo tipo di ricercatezza appare, in realtà, lontanissima da ciò che declama, perché è la dimostrazione di come un certo potere mediatico, economico, sociale, quando è davvero tale, può permettersi anche d’infrangere una regola sociale tanto radicata come quella dell’abbigliamento da notte che è sempre stato e sempre resterà confinato nella riservatezza della propria intimità casalinga. Almeno per la stragrande maggioranza delle persone, affezionate a una normalità che, vivaddio, non passa mai di moda.
